UNA LIRICA DI ANDREA ZANZOTTO PER L’ALBERO DELLA POESIA

Nel 2002 le edizioni Noubs promossero “La Corriera della Poesia”, iniziativa che portò scrittori e artisti abruzzesi ad incontrare i maggiori poeti viventi di allora, Mario Luzi a Firenze, Andrea Zanzotto a Pieve di Soligo, Tonino Guerra a Pennabilli, i poeti laziali a Roma in un omaggio a Elio Pagliarani con la partecipazione, tra gli altri, di Elio Pecora, Mario Lunetta, Annelisa Alleva, del compianto Elio Fiore e di tanti altri, con due viaggi obbligati, a Ravenna presso la Tomba di Dante e al Vittoriale dannunziano. La partenza simbolica fu dall’Abruzzo e in particolare dal Vecchio Bosco di Ortona dove il poeta e giardiniere Renato Di Deo inaugurò l’Albero della Poesia, una tamerice a cui sono stati appesi fogli di poesie. Ho ritrovato tra le mie carte le liriche di diversi autori veneti di cui ci fece dono Andrea Zanzotto, per l’Albero della Poesia, che proporremo, a partire da oggi nel blog. Domani 26 febbraio i poeti si incontreranno al Vecchio Bosco, per ritrovarsi in un angolo edenico, per la festa dell’Albero della Poesia. 

Quale inquieta agonia

o quale calma pura

il pioppo, il pioppo spia

dubitando, e figura?

ANDREA ZANZOTTO da Quartine del pioppo, in Vocativo, 1957 

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Inedito del poeta ANDREA MARCHESI

 ANDREA MARCHESI (1983), poeta, Premio De Lollis 2011, sta per pubblicare una silloge di poesie con la Noubs Edizioni.

Vi proponiamo una sua poesia inedita… Buona lettura!

 

Il verso del commiato

di Andrea Marchesi

 

L’ho vista ben viva la tua upupa Ben nato

ed è come se si fosse squarciata quella copertina

della Mondadori che dorme sgualcita sul mio comodino.

 

Ho inteso l’essenza che taglia il velo e fa passare il vero

silenzioso, investendo le idee appese tra le parentesi di un pensiero.

Ed era lì l’upupa a spulciare gli anfratti, in un cimitero

Certosino e fuori dal tempo di nessuno, dell’ascolto.

Calci, Certosa di Pisa che poteva essere un buco rilevato

nel tempo , un afflosciarsi scappato dalla legatura del vento

o l’accordo perso di un levare dimenticato dalla partitura

nell’esecuzione di questa stretta all’ultimo scarto d’eterno.

 

Ora, perché l’ora incombe sempre sulla dentatura dell’accadente

e sulle nostre di stanze, siamo limini sulla paura

ammobiliati per il rischio di casti acciottolamenti privati

senza aprire le finestre all’arsura e all’usura del rischio

perfetto di un nostro d’insieme senz’ali, troppo umano di socialità.

Spigoliamo sui morti spostando lettere agli epitaffi

eppure io l’ho vista la tua upupa e sono qui a raccontare la cresta

bella della sua scienza primitiva, bianca e nera senza mescolamenti

e ben dritta come le certezze di chi le ha appena imparate.

Bisognerebbe muoversi dei passi che non si sanno

perché la salvezza non me l’hanno insegnata impacchettata.

 

Ben nato, ti prometto che sarò ben salvo dai giri consueti

e bagnerò le piume con l’inchiostro dei rami più alti

le vette no, sono esposte alla noia ridondante dei venti

meglio le occhiaie dei nostri nodi secchi, degli ossi e degli scherni

sempre perfettibili come i rottami della nostra usata precarietà.

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, TERZA PARTE

Come promesso, ecco la terza parte dell’inedito taccuino di viaggio a Timor Est di LUCIANO TROISIO, in esclusiva per il blog delle Edizioni Noubs.

Buona lettura!

 

Il padre l’ascoltava in silenzio tenendo la testa alta e fissandola in viso.

A un certo punto ha estratto una specie di borsellino e io ho distolto lo sguardo.

Siccome in camera mi hanno fornito di tè e chicchere, e zucchero, e bicchieri col coperchietto anti insetti, e il tutto coperto da un candido tessuto tutto ricamato all’uncinetto, e ho non solo un frigorifero pieno di bottiglie, ma anche una di quelle damigiane di plastica celeste capovolta, fonte di acqua gelida e bollente, mi sono fatto un tè timorese, piuttosto buono. Sentivo dalla finestrella del bagno, dove una passera ha fatto il nido, che gli uccellini sono nati. Il loro verso è più simile allo zirlare di insetti. Poi sono uscito. È arrivata la macchina (una banale monovolume fatta a Singapore, colore blu, piuttosto maltenuta e impolverata. A bordo c’era una delle sorelle, che si chiama suor Carla, il Papua, e Giovanni Paolo, un bambino cioccolata di sei anni, trovato abbandonato a sette mesi e allevato dalle suore (è stato la prima persona che ho visto arrivando qui in taxi: è impossibile non notarlo, sia per la sua bellezza sia per il fatto che ha i capelli neri per i primi centimetri, ma poi biondi. Ho pensato che l’avessero ossigenato per fargli fare la parte di angioletto. Invece la suora mi ha detto che il biondo è naturale; sarà figlio di un bianco dell’ONU. Ogni volta che mi vede viene ad abbracciarmi, mi tiene prigioniero, è vivace e simpaticissimo, fa la seconda. Spero che sia anche intelligente. Tutti lo coccolano, è l’unico maschietto del collegio, che è femminile e conta 84 studentesse delle superiori. Devo cercare di aiutarlo.

Siamo partiti per andare dal fotografo, incerti se avremmo avuto subito le foto o se bisognava tornare il giorno dopo. Avevamo già percorso il viale d’uscita quando il Papua si è fermato, ha comincia

 

 

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RIFLESSIONI SU L’AMORE QUANDO C’ERA di CHIARA GAMBERALE

Aggrapparsi a quel che non sappiamo per riuscire ad amare 

di MASSIMO PAMIO

        Ancora una prova di grande valore da parte di Chiara Gamberale che, lo confesso, è una delle mie scrittrici preferite -da non molto a dire la verità, perché l’ho scoperta con “Le luci nelle stanze degli altri”, romanzo in cui la bambina Mandorla, che diventa adolescente in un affollato caleidoscopio di adulti, ci spiega, anche non volendo, che cosa ci è stato tolto e cosa forse noi riusciamo a perdere ogni giorno di quella grazia di quel mistero che stagioni indimenticabili della nostra vita possedevano, nascondevano, illuminavano, trattenevano. Chiara Gamberale lambisace sempre i territori dell’altrove, li affronta, scende con garbatezza decisa, con sensibilità volitiva nelle latebre dell’umano e del suo sentire, nel gioco che si stabilisce tra adulti e bambini: oppure tra uomo e donna, come accade nell’ultimo suo lavoro, L’amore quando c’era, lungo racconto o testo vocato alla messa in scena teatrale, che si legge in meno di un’ora, ma che in quell’ora ci fa soffermare più volte sulle pagine -sempre scintillanti, vivacissime- che si aggrappano alla nostra attenzione con un graffio, che duole fino a quando non riusciamo a compulsarle tutte, le pagine, per giungere all’ultima. Qual è il senso della vita, che cos’è l’amore, quando si è felici? Sembrano domande banali oppure troppo difficili da affrontare, senonché Chiara Gamberale le affronta con una leggerezza tipica del femminile, riuscendo a trovare una piccola storia fatta di e mail, ma soprattutto riuscendo a gettarci in faccia alcune risposte (o nuove domande?) in cui siamo coinvolti e a cui non possiamo più sottrarci. Il libro insomma ci impegna, ci esorta a un dovere morale, e ci sorprende a dover dare anche noi una soluzione, perché non è possibile nasconderci sempre dietro i giochi e i rimandi i trucchi dell’esistenza nei quali noi umani, uomini e donne, siamo così bravi a scomparire per evitare le questioni più delicate che ci riguardano. Così tutte queste domande servono soprattutto per definire il rapporto che si stabilisce tra uomo e donna, e quali sono le posizioni di entrambi quando l’amore c’è. Perché l’amore sta sempre dietro la porta, per cercare di dare un senso alle nostre imperdonabili menzogne, alla nostra paura di confrontarci con noi stessi; l’amore come una sorta di provocazione che ci induce a soffermarci a riflettere sulla condizione di amanti, di innamorati, di separati, di fedifraghi:  perché forse solo questo è vero nella nostra esperienza terrena, uno scudo abbiamo per difenderci dal destino, ed è quello di essere sinceri fino in fondo con la persona che amiamo e con noi stessi. Per non perdere la nostra unica garanzia di felicità: diverse, per l’uomo e per la donna, per il bambino e l’adulto, ma così vicine, così opportune.  



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DUE POESIE INEDITE DI LUIGI FONTANELLA

Oggi vi facciamo dono di due inediti di Luigi Fontanella, poeta, professore universitario, scrittore, critico letterario sospeso tra i due mondi: Firenze e gli USA.

Buona lettura…

Ricordo di un ricordo

Ora mi ricordo di un treno
questo treno
che allora come ora mi porta(va)
da PJ alla Penn
                          a ritroso
campi e figure d’affezione
tipologia intatta e defigurata
a ritroso…  sembra
improvvisamente tutto lo stesso
come una volta come una volta
sbocciano cuori e sguardi selvaggi
per un rovesciato a venire

Ricordo di un ricordo
in questo treno trabiccolo
che sbirindella di nuovo
la mia verde senilità
la mia umile vigile scorza…
tristizia di volti
muti attorno a me
oggi è domani
fatto della stessa luce di ieri
un altro giorno di non molto tempo fa
oggi uguale a ieri uguale a domani.

Port Jefferson – New York City, 16 marzo 2010

 

 

Macerie del disastro
                      via Tommaso Landolfi

Innalzano fiori in segno di resa
e adesso escono alla spicciolata
uomini pallidi ed eleganti
dopo un’intera notte persa al gioco
nudi e purificati
alla primissima luce dell’alba.
Riconosco tra loro il mio Dissipatore
spogliato d’ogni bene
dopo aver sedato la sua frenesia.

In altre stanze io cercavo la mia amata
fra i resti della festa. Accanto a me
una lady sconosciuta e un po’ lasciva…)

Eccomi infine in una sala semioscura
sopra un letto eccessivo
corpi disfatti di donne
la mia sposa bambina placida addormentata.

Tanti ora i vestiti smessi
da sistemare in serie
allineati uno per uno
in bella mostra mentre
passanti attoniti riflessi alla vetrina
appaiono e scompaiono.
S’inchina un manichino
di fronte alle macerie.

(Mount Sinai, 21-28 agosto 2011)

LUIGI FONTANELLA divide il suo tempo tra Firenze e Long Island (New York).  Ordinario di Lingua e Letteratura Italiana presso l’università statale di N.Y., ha pubblicato 12 libri di poesia, 9 di critica e 3 di narrativa.  Fra i titoli più recenti:  I racconti di Murano di Italo Svevo (Empiria, 2004); Pasolini rilegge Pasolini (Archinto-Rizzoli, 2005, tradotto in varie lingue); L’azzurra memoria. Poesie 1970—2005 (Moretti & Vitali, 2007, Premio Città di Marineo, Premio Laurentum); Oblivion (Archinto, 2008); Controfigura (romanzo, Marsilio Ed. 2009); L’angelo della neve, Poesie di viaggio (Mondadori, Almanacco dello Specchio, 2010); Bertgang (Moretti & Vitali, 2012).  Dirige la rivista internazionale “Gradiva” e presiede la IPA (Italian Poetry in America).
Luigi.Fontanella@stonybrook.edu

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, seconda parte

Pubblichiamo la seconda parte del diario di viaggio del grande LUCIANO TROISIO, a Timor Est.

Seguiranno ulteriori appuntamenti… Seguiteci e buona lettura!

 

Dili, 18 luglio 2011

 Stamattina la madre superiora mi ha dato un passaggio fino in centro, piuttosto vicino. È scesa a un palazzo amministrativo, ridipinto da poco e ha ordinato al conducente di accompagnarmi prima all’ufficio della compagnia Merpati, poi all’Ambasciata Indonesiana. Prima, per errore siamo finiti in un altro ufficio, l’autista mi ha seguito, come se non sapessi spiegarmi. Già questo mi ha dato fastidio: un banale di 25 anni disoccupato che fa l’autista per le suore. Forse un buon posto. Le suore cercano di aiutare gli emarginati e così si vedono nel loro terreno ortolani spastici, inservienti emiplegici, povere minorate mentali, come all’Università di Padova (che li assume per legge). Da lì ci hanno gentilmente dirottato alla Merpati (l’autista da solo non c’era arrivato). Mi ha seguito anche qui. L’impiegato, di pelle molto più chiara, è stato rapido e cortese. Gli ho chiesto gentilmente di anticipare la data del rientro a Bali (dovevo rientrare il 16 agosto, ma avendo capito da subito l’antifona, ho deciso di battermela immediatamente da questa ciudadedapaz. D’altra parte arrivando dal paradiso, non è possibile non avvertire la desolante sensazione di Waste Land, Finisterre, più prosaicamente Kulodelmondo). Mi ha chiesto: per quando? Ho detto per la prima data più economica (il prezzo del volo varia inspiegabilmente di molto a seconda dei giorni della settimana). Avevo già tentato lo spostamento di un giorno a Bali, cosa che mi avrebbe permesso di evitare la sanzione per chi esce dall’Indonesia con un giorno di ritardo sul visto. Ma la modifica costava la bellèzza di 138 dollari, che per me che pago di tasca mia, sono parecchi. Qui ho pagato solo 20 dollari di fine e ho ottenuto l’ok per il 25 luglio. Il conducente, seduto alle mie costole, ha approfittato per prenotare in tètun stretto, un volo per Londra (?).

Da lì siamo andati all’ambasciata. Per non far attendere la madre superiora ho detto al conducente che andasse subito a raggiungerla, che sarei tornato in taxi.

 Tra il pubblico in attesa c’erano due ragazzi bianchi (uno, indimenticabile, aveva sul retro del ginocchio tatuato apple a sinistra e pie a destra. Quando si è girato ho visto che le intere gambe e le cosce erano fittamente ricoperte del simbolo del dollaro $ in tutte le grandezze possibili. Il resto era tutta povera gente autoctona che chiedeva il visto per l’Indonesia: media statura, giovani, disperati, donne magre, bruttine, dalle guance scavate (certo non prostitute). Non c’era nessuno di bello. (So per esperienza, anche come vittima diretta di borsaioli, che da fine luglio a fine agosto, da tutto l’arcipelago si riversano a Bali prostitute, ladri, travestiti, che vanno a “fare la stagione”, sempre assai redditizia. Ma escludo che provengano da Timor Leste: questi vanno per lavorare).

 [Fino a 15.000 anni fa le popolazioni di tutta l’area del Sudest asiatico erano di tipo australoide. 5.000 anni fa ebbe inizio una migrazione di popoli dal nord, di pelle chiara, di razza mongolica, che ebbe il sopravvento, e col passare dei millenni si fuse con le popolazioni residenti, oppure le ricacciò nelle zone peggiori, sulle montagne, all’interno rispetto alle coste.

Esistono ancora minoranze di Negritos nelle Filippine, nella Penisola Malese, nelle isole Andamane: popolazioni di bassa statura, nere di pelle, molto simili ai Pigmei (forse tutti i primi ominidi erano neri, alti circa un metro e venti? Poi alcuni sono impalliditi e lentamente cresciuti fino al metro e sessanta di media). Il colore della pelle è uno dei misteri ancora poco spiegabili; la quantità di melanina è sempre la stessa, nei bianchi e nei neri. I neri non ne hanno di più, ma ce l’hanno tutta disposta sulla pelle. Tant’è vero che i bambini neri alla nascita sono chiari, e si scuriscono in pochi giorni. Non c’è una vera univoca spiegazione: forse raggi assai nocivi e mortali hanno in un lontano passato provocato una forte “tintarella”, nel senso che la melanina è affiorata disponendosi tutta sull’epidermide, come difesa da radiazioni mortali, che potrebbero avere sterminato varie volte gran parte della popolazione umana, salvando quella più scura, che aveva più resistito alle radiazioni, e si era meglio adattata.]

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Inedito del Maestro SABATINO CIOCCA

Sabatino Ciocca, regista teatrale, è anche scrittore teatrale e umorista. In alcuni dialoghetti “morali” ha immaginato di far agire nella quotidianità personalità di spicco della nostra storia, evidenziando i luoghi comuni, le banalità, le situazioni involontariamente comiche a cui sono esposti anche i Grandi. Ve ne sottoponiamo uno attribuito, apocrifo, al Sommo Giacomo Leopardi.  

 

DIALOGODI UN BARBITONSORE E

UN AVVENTORE OCCASIONALE

Prosetta satirica apocrifa attribuita da Sabatino Ciocca a Giacomo Leopardi.

  • Capegli,signore?

  • Pel davanti non createvi scrupolo di sfoltire; la nuca me gli lasciate compatti, così per illuderci di porre riparo a certune fitte che, al menomo decadere de la stagione calda, si rimettono in uso.

  • Se non ci s’assiste da per noi stessi, diamo licenzaa la natura di scombuiarci come più l’aggrada… Un poco di tinta, signore?

  • No. Codesta è una stramberia.

  • Dal vostro dire m’era parso. E pure v’hanno clienti c’hanno in odio d’incanutire.

  • E quand’anche non lo volessimo? Credete voi bastevole lasciarsi colorire i crini per porre freno al corso naturale de l’esistere nostro? Cotesto stante, dovremmo accordare a la tintura virtù taumaturgiche, la qual dote,consentitemi, è totalmente mendace.

  • Nondimeno, da che ho in uso di tingermi la capegliatura, non provo nemmanco un minuzzolo d’un acciacco.

  • Cotesta,signore, è ciò che gli indagatori de la psiche nomano autosuggestione.

  • E mi sono ammogliato!

  • Vedete? Mi date ragione. Lasciate trascorrere un poco ancora di stagioni e troverete motivo di rammaricarvene.

  • De la moglie o de la tinta?

  • E’ il medesimo impiccio, signore, essendo l’una cosa effetto de l’altra.

  • E dunque voi negate a la tintura il merito di farci parer più giovani?

  • Sostengo, schiettamente, che non ci rende meno vecchi. Non è racconciandoci il capo che possiamo licenziar da noi l’angoscia de la morte. Cotesta vostra, credetemi, è una ridevole illusione. Su via, signore, non fingete di non comprendere. Chi vuol privarci de la serena rassegnazione a l’eternale trapasso è mosso unicamente da l’infido scopo di renderci vieppiù serventi dei rapporti, dei doveri, de le sociali obbligazioni. E non è cotesto un fabbricar mercato su le nostre angosce? Ora ditemi, vi pare un insulto attestare ch’è nostro dovere, noi essendo nati, morire? No, no, signore, che fate? Non è co’ l’ufficio del toccar ferro che potete rifuggire dal debito assunto co’ la morte.

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, Prima parte

Pubblichiamo la prima parte del diario di viaggio del grande LUCIANO TROISIO, a Timor Est.

Seguiranno altre tre appuntamenti…

Buona lettura!

Luciano Troisio, patavino, ha insegnato nelle Università di
Padova, Pechino, Shanghai, Bratislava, Lubiana; visiting a
Tokyo e Melbourne. Autore di varie pubblicazioni scientifiche
e sperimentali. Globetrotter, poeta e giornalista, dal 1975 ha
bighellonato in Asia realizzando diari e reportage.
Opere recenti: Tirtagangga e varie sorgenti, Marsilio,
Venezia, 1999; Viaggio a Ko Ciang, ilverri, Milano, 2001;
Nuvole di drago, La Battana, Fiume, 2003; Parnaso d’oriente,
Marsilio, Venezia, 2004; La ladra di pannocchie, Manni,
Lecce, 2004; Folia sine nomine secunda (con Cesare Ruffato),
Marsilio, Venezia, 2005; Oriental Parnassus, (translated by
Luigi Bonaffini), Legas, New York, 2006; Appunti vacanzieri,
La Battana, Fiume, 2006; Strawberry-stop, LietoColle,
Faloppio, 2008.
Non ha mai vinto nulla.
E’ socio del P.E.N. Club Italiano e membro del Perama Club
di Bali.

Fulvio Tomizza ha scritto un libro intitolato: Dove tornare.    Ispirandomi a lui potrei intitolare queste note: Dove non tornare.

Il paese è piccolo e dai molti nomi: Timor Timur, Timor Est, Este, Leste. In lingua Tètun, che è quella parlata da sempre dai timoresi (e ignorata dai portoghesi): Timor Lerosa’e.
Il lemma Timur, già citato da Pigafetta, significa in malese: Est.

Se dovessi cominciare a scrivere su Timor inizierei da quella volta che lessi sul sito del MAE che c’erano disordini, che bisognava evitare i luoghi affollati e soprattutto che c’erano diverse malattie infettive a cominciare dal dengue (trasmessa da zanzare), di cui esistono tre ceppi, e beccato uno non è detto che non si possano prendere anche gli altri due. Particolare grave: c’erano più di cento casi mortali. Frenato di molto nel mio desiderio di visitare il paese, notai che il Consolato (onorario) d’Italia cui eventualmente fare riferimento, era in realtà quello di Bali. L’unico indirizzo fornito a Dili era quello delle Suore Canossiane di Becora (quartiere della capitale).

Una volta, prima del terrorismo islamico, era più agevole viaggiare in Asia. Molti stati concedevano on arrival un visto gratuito per tre mesi. Ora le cose sono cambiate: esclusi i paesi dove nessuno vuole restare più di due giorni (come ad es: Hong Kong o Singapore), i visti sono per 30 giorni e a pagamento. Ottenere un’extension si può, sempre pagando, e perdendo molto tempo. Se c’è, meglio affidarsi a un’agenzia; ancora meglio ad amici, specie in paesi corrotti. (L’Indonesia ha il primato mondiale e quindi il problema non dovrebbe nemmeno esistere).
Da Bali si può volare a Timor Leste (nome ufficiale del nuovo stato, indipendente dal 2003) in due ore. Il costo non è eccessivo. Ci si può trattenere 30 giorni. Non c’è nulla da vedere di culturale in senso stretto. Per le bellezze naturali, non eccessive, bisogna spostarsi con ambigui autobus che partono alle 5-6 del mattino. Non esiste il concetto di puntualità.
Il paese è stato distrutto ben cinque volte durante il Secolo Breve. (L’unica testimone e memoria storica che ha vissuto tutte e cinque le distruzioni era la canossiana Suor Erminia Cazzaniga, originaria di Vimercate; nel 1999 fu barbaramente assassinata assieme ad altri sei religiosi, da timoresi che indossavano uniformi indonesiane). Di tutto quel poco che hanno costruito i Portoghesi in 450 anni, pare sia rimasta solo una chiesa di S. Antonio a Mataia, e l’attuale palazzo del governo a Dili, la capitale.

Prima di partire dall’Italia consultai nuovamente il sito del MAE. Non c’era più traccia di dengue, di disordini. Stetti un mese a Bali, tra Legian, Ubud e Sanur. Tutti bei luoghi più o meno affollati. Nessun italiano. L’amico Sama, alla mia domanda: è meglio andare all’aeroporto da Kuta (avevo sempre speso 25.000 rupie) o da Sanur, mi assicurò che era meglio da Sanur, tutta autostrada (infatti spesi 88.000 rupie…). Bali è un paradiso dove il traffico somiglia a quello di Mestre prima del passante. Fatti bene i conti, andare alla misteriosa Timor Est mi avrebbe anche permesso di evitare le folle europee in agosto e risolto i problemi di extension. (Non fu così, ma descrivo in altra sede il martirio delle quattro visite all’ambasciata indonesiana di Dili, senza ottenere nulla. NB: l’amministrazione pubblica indonesiana è totalmente islamica e non ha nulla a che vedere con Bali, la gentile Insula Deorum interamente indù).
La compagnia interna Merpati parte dal settore domestic, come se Timor fosse parte dell’Indonesia, che la invase per 24 anni. Aereo abbastanza grosso, pieno, servizio miserevole, passeggeri quasi esclusivamente indigeni; accanto a me un australiano che in due ore mi dipinse un quadro a tinte fosche: Timor è poverissima, i prezzi sono altissimi, non c’è nulla, esporta solo caffè e deve importare tutto. Produrre qualcosa costa molto di più che acquistarla, per es. dall’Indonesia. I turisti sono circa 7.000 l’anno.
C’era anche un sussiegoso diplomatico con la giacchetta nera d’ordinanza (ormai li riconosco da lontano) e una donna brutta di età indefinibile tra i 25 e i 50, mandata dall’Università di Coimbra per dimostrare che i Portoghesi non erano stati dei clamorosi figliendrocchia abbandonando a se stessa la colonia, ben sapendo che sarebbe stata aggredita dall’Indonesia.

All’arrivo notai subito che la polizia era formata da bei giovanotti, anche bianchi, in eleganti divise griffate, come se si girasse un film.
In Asia la polizia è formata dai soliti poveracci, spesso trasandati, provenienti dalle aree più disgraziate del paese. Questi invece avevano un non so che di allegro, disteso, sorridente. Mi accorsi quasi subito che si trattava di truppe dell’ONU di molte nazionalità diverse. Chiesi a un nero se fosse americano -ma non ci sono americani tra le 143 (?) nazionalità presenti-, era di un paese africano; poi notai le bandiere sul braccio: soprattutto Turchia, Portogallo, Australia, Malesia.

A Timor non esiste nulla di nulla, non una cartina del paese, nessuna guida turistica né una mappa della capitale Dili (sarà proibito dall’ONU per sottili strategie militari?) né un elenco degli alberghi, insomma lo sparuto turista viene lasciato in balia dei tassisti, che negli aeroporti notoriamente sono una razza schifosa in tutto il mondo. Sembra una farsa, ma non esiste nemmeno una moneta: il paese usa i dollari americani. E ha coniato solo i centavos, anche il 25 cents. come il quarto di dollaro. Il tassista mi portò su mia richiesta al Timor Hotel dove la sola camera costava da 150 a 500 dollari al giorno (più tutti gli extra a pagamento, anche internet). Prendendo la pessima venivo a spendere 3.500 dollari, ma ne avevo solo 1500.

Scoprii presto a mie spese che non esistevano indirizzi precisi, né numeri civici. Cambiai tre o quattro tassisti finti ignoranti e ladroni, vidi stamberghe umilianti, finalmente arrivai all’Hotel Sebastiao da Costa, nell’omonima strada: uno squallore di stanzetta che aveva però A/C e televisione. L’acqua, solo fredda, era marrone come il fango degli astrattisti psicotici a Venezia.

Qui la gente è assai diversa dagli indonesiani; sembra che ci siano due o tre etnie (in realtà la nazione è linguisticamente divisa  in 16 dialetti-lingue). Quelli che non hanno anche sangue portoghese tendono ad assomigliare più agli Australiani o ai Papua. La Papuasia si trova molto a nord rispetto a Timor, mentre l’Australia è a un tiro di schioppo, circa 500 km. Nell’albergo i gestori erano una donna bruttissima vestita all’europea, un uomo grasso molto molto fine e un ragazzo dai capelli ossigenati lunghi legati in tante treccine. Lavora in Australia. Al momento non c’era nessun asciugamano asciutto. Essendo esausto accettai di dormire lì, tenendo conto che avevo già visitato tre alberghi, di cui due diroccati e infestati da erbacce, dove nessuno sapeva nulla di nulla. Avevo acquistato, alla libreria Periplus di Ubud, l’unica guida esistente, precedente all’indipendenza del Paese, che s’intitola: East of  Bali e parla di tutte le Piccole Isole della Sonda, dedicando a Timor Est qualche pagina colma di inesattezze. Quegli alberghi erano consigliati e la studiosa portoghese si era degnata di informarmi che i pochi altri nominati in realtà erano stati chiusi o completamene ristrutturati e inavvicinabili per chi paga in contanti di tasca sua e non viene rimborsato da nessuna allegra fondazione.
Era già pomeriggio inoltrato, e in una capitale è meglio sistemarsi subito prima che arrivi il buio, popolato di miti lestofanti, nonostante le molte truppe Onu. Pensai di andare subito a salutare le suore canossiane. Il grasso molto fine fu molto gentile e mi procurò subito l’indirizzo delle suore (che però nella capitale hanno ben quattro sedi diverse). Indovinai quella dove si trovava l’unica italiana: suor Maria. Fui ricevuto molto gentilmente da una sorella timorese che parlava italiano (studiano tutte a Roma due anni). Mentre aspettavo in un salottino, una bambina vestita di rosa venne a baciarmi la mano. Nel salottino c’era una donna dall’aspetto assai malandato.
Ecco suor Maria, anziana, magra leggermente accartocciata. È di Brescia, parla con un simpatico forte accento. Mi accoglie con grande cordialità. Reco i saluti delle canossiane di Padova; mi dice subito che non si conoscono perché si tratta di una “diversa Provincia”. (La casa madre si trova in provincia di Verona. La fondatrice è Santa Maddalena, marchesa di Canossa). Chiedo se per caso hanno un collegio o una foresteria. Mi risponde che forse la superiora potrà aiutarmi, e in ogni caso subito generosamente mi invita ad andare a mangiare da loro. Devo aspettarla perché è impegnata in una riunione. Intanto la suora vuole offrirmi una bibita, mi fa accomodare in un altro attiguo salottino/parlatorio e sta per andare a ordinare, ma torna indietro e chiede alla donna in lingua tètun che cosa vuole. Si gira verso di me e dice: -tutti chiedono aiuto, non hanno da mangiare, ma noi non abbiamo niente, al massimo possiamo dare un po’ di riso.-  Estraggo una banconota e la porgo di nascosto alla suora. Gliela dia lei. Consegna la banconota e dice che l’ho data io. Poi sparisce.
Mi siedo nel modesto salottino dove tutto è semplice, ordinato, ornato di centrini di pizzo immacolato (li fanno loro). Dopo un minuto si presenta un uomo scapigliato male in arnese e mi bacia la mano, poi la bambina rosa; mi schermisco e le faccio una carezza, poi la madre quasi piangente. Un enorme imbarazzo. Torna suor Maria, arriva un’altra sorella, scalza, molto giovane con un vassoio di lattine, acqua e una torta che fanno loro. Assaggio una fettina e bevo acqua.  Intanto arriva la superiora: madre Guglielmina (ma andrebbe scritto all’olandese) una donna solida, forse nemmeno cinquantenne, che trasmette un’idea di grande autorevolezza. Parla un discreto italiano. Parla poco. Dice che può ospitarmi, ma non lì, bensì nel collegio femminile a Balìde (altro quartiere di Dili) vicino alle colline. Chiedo se c’è l’acqua calda. Non c’è, ma a richiesta possono fornirne delle secchie. Chiedo quanto costa la stanza e mi risponde che me lo dirà l’indomani.
Capisco che non devo trattenermi, saluto e me ne vado dopo aver fermato un tassì che stavolta mi chiede pochissimo. Al Sebastiao guardo un po’ una miserevole tv, dormo discretamente. Non oso lavarmi con quell’acqua fangosa. Il giorno dopo mi alzo tardi, non riesco a trovare un buco per bere un caffè. Trascino i bagagli (a rotelle) fino a una strada principale di questa capitale che sembra un paese. Prendo un tassì. L’appuntamento è per mezzogiorno e certo non oso arrivare in anticipo. Il tassista sembra intimidito dall’indirizzo, è un ragazzone scuro, con tanti capelli; sul cruscotto c’è un incavo dove tiene i dollari appallottolati uno a uno. Non ho mai visto dollari così malmessi, quasi neri da verdi che erano. Arriviamo al cancello, entriamo: c’è una stradina in leggera salita. Scarichiamo i bagagli. Nel grande cortile ci sono molte ragazze che fanno pulizia. Una suorina mi riceve, dice che le superiora è in ritardo, mi fa accomodare in una stanza all’ingresso. Intanto arriva un bellissimo bambinetto scuro dai capelli biondi. Mi bacia la mano e mi abbraccia molto forte, mi tiene abbracciato prigioniero anche quando mi metto seduto. Penso che l’avranno ossigenato per fargli fare l’angioletto.
Arriva la superiora, mi fa vedere la stanza che si trova a pianoterra di un’ala dell’edificio centrale. La stanza è in perfetto ordine, il lettino alquanto ristretto risulterà scomodo, aria condizionata, frigorifero pieno di bottiglie d’acqua, distributore di acqua fredda e bollente, ciabatta con varie prese, scritte di benvenuto, scrivania, corredo di tazze per il the (timorese). Il bagno ha un armadietto colmo di saponette varie, shampoo ecc. Ce ne sono col prezzo in rupie: centomila, cioè circa 11 dollari, c’è anche l’anitra per il water (che essendo indonesiana reca la scritta bebèk, anitra appunto). E poi ventosa, scopino, non manca nulla, un corredo completo. Noto sulla destra un grande mastello di plastica azzurra colmo d’acqua purissima. Penso che sia il solito sistema del sud che non sa dell’esistenza dello sciacquone, (ma qui c’è un normale water). Noto varie bacinelle, di varia capacità, segnale inquietante… Quando apro il rubinetto del lavabo (se posso mi lavo le mani circa ogni mezzora) cominciano i dolori, perché mi resta in mano e scopro che sotto non c’è nessuna canna. Torno dalla madre, mi dice che non mi preoccupi, che avrò tutta l’acqua che voglio e infatti arrivano subito due ragazze con grandi secchie. Durante la colazione la suora mi spiega che tutto l’impianto è fuori uso, che ci vogliono 500.000 dollari per ristrutturare e loro non li hanno. Quindi tutto il collegio da anni è rifornito d’acqua, devo dire molto pulita e cristallina, a secchie e taniche.
Tralascio altri particolari sulle mie fredde abluzioni timoresi.

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INEDITI DEL POETA NAPOLETANO ANTONIO SPAGNUOLO

Per i nostri lettori alcune poesie inedite del poeta napoletano ANTONIO SPAGNUOLO (1931).

Buona lettura!

ANTONIO SPAGNUOLO

Spazi

 Ho rincorso le veglie per non impazzire

tra le stanze e gli spazi che vuotano il tempo,

in questo scorrere di giorni,

e l’incontro ancora come un ladro incallito

fra le moine graziose della tua stagione.

Tutti quei segni che fingevano le note

avvolte nella pigrizia,

quello strano connettersi alle mani,

quando il profumo aveva gesti

per aggiungere al sonno il fiducioso

rintocco di campane.

tra gli angoli delle vecchie case

nascoste e sempre ardenti.

Svolgo ancora incertezze

tra le zone del grigio ed il riverbero

delle illusioni, al respiro che cadenza

gli strappi del ricordo, le sbiadite tracce

di lunghi mormorii,

allucinazioni

che sfidavano giorni alla deriva….

Quando ogni magia è svanita

ho conservato per le nuove pretese

le tue labbra a soccorrere finzioni,

a disvelare gli improvvisi ritrovi dell’amore,

con le fertili zolle e il luccichio

di sicuri ritorni, quasi incandescenti.

 

Richiami

Torno ai richiami della tua custodia

in curve di magnolie, nello scirocco indeciso,

e il movimento è un tonfo di carotidi incrinate,

di isterie e di rimandi.

Sovraccarico d’anni fingo certezze

tra le ombre

per dragare le note di un sospetto:

imbrattavo le notti, mentre la sera spezza i tendini

per l’impazienza della monotonia.

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IL DEFUNTO, UN RACCONTO DELLA SCRITTRICE TIJANA M. DJERKOVIC

IL DEFUNTO, racconto della scrittrice giornalista e traduttrice serba TIJANA M. DJERKOVIC, fa parte della raccolta Il Piccolo vestito nero, pubblicato in originale serbo nell’Edizione “L’onda” dalla Casa editrice “Albatros plus” di Belgrado nel 2009. La presente traduzione è a cura della stessa Djerkovic.

Buona lettura!

IL DEFUNTO

a Mihailo

Lo scienziato russo, Kostantin Korotkov,

afferma di essere riuscito a fotografare

l’anima al momento della morte

e sostiene che la parte spirituale dell’uomo

rimane ancora qualche tempo

intorno al corpo…”

Moskovskij Komsomolets

Mosca

Ne conoscevo un paio. Uno di loro era un mio compagno di classe. Chi se lo scorda; mi aveva colpito la notizia della sua morte, parecchio. Fino al punto che, per un pò di tempo avevo perfino smesso di fumare. Suo padre, sentinella pietrificata, stava in piedi accanto alla cassa da morto del figlio, immobile come una cariatide nera della disgrazia, porgeva la mano di ghiaccio accettando le condoglianze, senza muovere un muscolo sul suo viso da robot, fissando lo sguardo per terra. La terra. Quando mi vide avvicinarmi a lui, anch’io stesso parte di quella grave cinta umana di terrore, incredulità, confusione, tristezza, angoscia – si! angoscia; di fronte alla morte tutti ci sentiamo inadeguati, frustrati, inadatti al grande compito, come se fossimo andati al lavoro vestiti di sole mutande, o fossimo corsi sulla neve, scalzi – che muta, trascinando i passi pesanti sul marmo liso della cappella, si stringeva intorno al feretro, cedette. Mi strinse forte a sè, non in un abbraccio ma in uno spasmo, e pianse. Non avevo forza per consolarlo. Nè intenzione. Piansi con lui. Non c’era consolazione, lui lo sapeva meglio di me. Ero più che un parente stretto di suo figlio, ero amico di sempre, dalla prima infanzia, depositario prezioso dei nostri ricordi comuni. Una parte della vita vissuta dal suo unico figlio, continuava dentro di me, insieme a me. Sulla mia spalla poteva liberamente lasciarsi alla disperazione, singhiozzare. Piangevo anch’io. Al diavolo la regola dell’ educazione che ci impongono da quando si è piccoli – l’uomo che piange non è abbastanza uomo! Questa specie di molestia in famiglia non è stata contemplata da alcuno studio importante, relativo ai comportamenti nell’ambito dell’unità primaria della società. Forse perchè resiste solo qui, da noi, dove dalla notte dei tempi, sono i padri a sotterrare i figli morti, anzichè al contrario, stringendo i denti fino alla rottura – per non piangere.

Lo scienzato russo, il fisico Konstantin K., da molti anni sostiene di aver fotografato l’anima nell’esatto momento della morte. Questa affermazione è stata riportata dalla stampa mondiale; ne ho letto qualcosa. Il sanpietroburghese dice che lo spirito di ogni essere umano rimane nelle immediate vicianze del proprio bozzolo morto da un minimo di otto a un massimo di quarant’otto ore. Si sbaglia. Le mie, come le chiama l’egregio Kostja, oscillazioni fosforescenti del campo elettromagnetico già da settanta ore permangono vicino al mio corpo morto.

Fino ai miei quarant’anni sono stato a diversi funerali di persone a me care, di qualche partner di lavoro, del vicino di casa, dei due parenti, uno stretto, l’altro quasi sconosciuto; ho assistito perfino al funerale di Tito – ci prelevarono direttamente a scuola e fummo accompagnati dagli insegnanti; sembrava, diociguardi!, stessero portando dei condannati al patibolo, che tristezza! e pianti sommessi; c’era però chi in attesa di passare vicino al feretro, si scambiava le biglie di vetro, chi le figurine; in seguito fu compilato il Registro di attività e nell’apposita casella fu scritto che quel triste giorno, non solo per la nazione ma anche per il mondo intero, si era tenuta l’ora di educazione pratica con il titolo La morte del Capo.

Visto che mi rimangono sole due ore, capisci che non rinuncerei per nessuna ragione al mondo a partecipare alle mie esequie.

Ehi! Kostja, caro mio, sono pochi quelli che hanno creduto negli esiti della tua complessa e greve ricerca lunga interminabili venticinque anni.

Figurati, ha fotografato l’anima! Io, vedi, caro mio, ti credo, e capisco quanto è stato difficoltoso e pesante il tuo lavoro. Molti non hanno un’anima; oppure se ce l’hanno è così spicciola e flebile che ti era impossibile perfino intuirla, e ancor di meno fotografarla. Ti credo, sai, anche perchè io stesso sono passato al di là, eppure guarda caso, sono ancora trattenuto al di quà.

Sono rimasto terrorizzato quando si è avvicinata. Anche se non fossi stato da solo, e comunque nella morte si è sempre soli, avrei avuto paura. Era invano cercare di darsi coraggio di fronte a chi era infinitamente più potente. Eppure la paura è durata solo un singolo istante, troppo breve per poterla chiamare paura. Si trattava più che di altro, di un disperato sussulto di sorpresa. Se mi fosse stato concesso un attimo di tempo in più le avrei detto: e tu che ci fai qui? Avrei azzardato un gesto di disperata, iraconda disapprovazione, già che non ci fu il tempo per formulare un lascito di parole e congedo a quelli che amavo.

Si è addormentato, dissero, e non si è più svegliato. Una bella morte. Che idiozia! non esiste una morte bella. Mentre cercavano di farmi riacciuffare la vita, premendomi selvaggiamente la gabbia toracica, – che, se fossi stato vivo, avrei urlato dal dolore e gli avrei sferrato un bel calcio -, in cerca di un minimo, anche il più fievole battito del mio cuore, devo ammettere – speravo ancora. Cercai anch’io di darmi da fare, cercai di mandare un segno straziante del mio esserci ancora, anche se sapevo che dall’Incontro erano passate già delle ore, ore. Invano. La barriera delle mie vene morte, del mio cuore ammutolito, delle mie pulsazioni interrotte di scatto, si era già irrigidita e trasformata in pietra. Non avevo forze per scardinarla; non riuscii ad evadere fuori di me stesso; tzak! la trappola si era chiusa. Rimasi freddo.

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RISULTATI MESE DI GENNAIO PER “CALENDIARIO 2012 – RACCONTI PER UN ANNO”

Daniele Campanari con il racconto “Cosa faresti se qualcuno ti dicesse che ti rimane solo un giorno da vivere?” ha ricevuto 109 “mi piace”. Si aggiudica pertanto la vittoria del mese di Gennaio del concorso “CALENDIARIO RACCONTI PER UN ANNO” (bando su www.noubs.it). Menzione di merito a Noam Arp e Chiara Zaccardi. Il vincitore della pubblicazione, sempre relativa al mese di Gennaio e decretata dalla nostra giuria tecnica, sarà reso noto entro la giornata di domani. Grazie ragazzi!


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LA LEGGERA, RACCONTO INEDITO DELLA SCRITTRICE SERBA Tijana M. Djerkovic

Tijana M. Djerkovic è una scrittrice, giornalista, traduttrice serba. Da anni vive tra Roma e Belgrado. Ha pubblicato con Noubs Il cielo sopra Belgrado (Noubs 2001), in uscita nel 2012 il suo primo romanzo.

Buona lettura!

 

Tijana M. Djerkovic

LA LEGGERA

racconto inedito

Secondo una regola non scritta, in ogni quartiere di una grande città, in ogni piccola cittadina di provincia, in ogni generazione, c’è un ragazzo sovrappeso chiamato regolarmente Ciccio, e una ragazza che gioiosamente si concede a tutti, la Leggera.

In quella cittadina, che era appena poco più di un paese, grazie ad un grattacielo di dieci piani al centro vicino alla posta, e a un quartiere nuovo in periferia costruito con moduli prefabbricati grigi che confinava con i terreni arati e seminati ogni anno, si rumoreggiava che tutti i giovani fossero andati a letto con Mirjana. La ragazza era figlia di un’impiegata del Comune e di un geometra, gente normale, semplice che l’aveva avuta in tarda età, quando già avevano rinunciato all’idea di un figlio. Per loro Mirjana era un dono, una benedizione, era l’avverarsi di un sogno in quel preciso momento in cui stavano per rinunciare a sognare.

E’ misterioso il meccanismo che spinge alcune giovani donne a cambiare così tanti uomini. Può darsi che si tratti di una dipendenza da sesso come viene chiamata oggi, di una libido talmente precoce quanto pronunciata da non poterla dominare, oppure, al contrario, di una mancata soddisfazione dei propri desideri che spinge a provare e riprovare tanti corpi virili finchè non se ne trovi uno calzante a pennello. Può darsi che si tratti semplicemente della ricerca di acquisire un incredibile quanto evanescente illusione di prevaricazione e onnipotenza sul mondo maschile. Tanto sta che la potevano avere tutti, Mirjana. In macchina dietro casa, se invitata ad una festa era lei che si appartava con il belloccio di turno in qualche stanza rimasta buia, in casa dei genitori partiti per le Terme, una volta perfino nell’androne del grattacielo.

In tutto questo Mirjana era molto discreta, per niente volgare, perfino elegante, ma non bastava. La cittadina mormorava, la cittadina sapeva, se non per esperienza diretta, se non per averlo visto con i propri occhi, per sentito dire. Intanto lei, tranquilla e sorridente, gioiosamente se ne fregava.

Solo a Nikola non aveva mai concesso neanche un bacio. Non era perchè il ragazzo fosse brutto o gli mancasse qualcosa, assolutamente no. A dire la verità entrambi, sia Mirjana che Nikola erano nella media. Mirjana addirittura sarebbe stata quasi insignificante, fatta come era di media statura, capelli castani, occhi color nocciola, se non fosse per quel suo sorriso. Quando sorrideva gli angoli delle labbra le si piegavano all’insù e rendevano il suo viso radioso, diverso. Ecco, il sorriso di Mirjana era come una parola scelta brillantemente, con maestria, dentro un mediocre testo poetico, che grazie a quella parola diventava unico.

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GLI SCRITTORI MANDETTA E MARCHESI NON PAGANO LA NOUBS PER ESORDIRE…

Riportiamo le brevi dichiarazioni spontanee di Pierpaolo Mandetta e Andrea Marchesi, esordienti Noubs: grazie ragazzi!

Salve,
mi chiamo Pierpaolo Mandetta e ho ricevuto da poco il contratto di
pubblicazione dalla Noubs Edizioni per il mio romanzo. Con dispiacere vengo a
sapere delle maldicenze nei confronti della casa editrice e con forza confermo
che non mi è stato chiesto alcun contributo, sotto nessuna formula. Sono, anzi,
molto contento della possibilità di pubblicare con la Noubs.

Pierpaolo Mandetta, poeta

Volevo portare la mia umilissima testimonianza in merito a quelloscritto da Federica. “Nodi” il mio libro d’esordio è in uscita per Noubs e non mi è stato chiesto nennun quattrino anzi, come diceva Federica, l’editore mi paga per pubblicare. Cosa molto rara nell’ambito della poesia ed è giusto sottolinearlo. Scusate l’intrusione.

Andrea Marchesi, poeta

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SONO FABRIZIO DI MARCO E LA NOUBS NON MI HA MAI CHIESTO UN CENTESIMO…

Il nostro astrofisico, in tutti i sensi, Fabrizio Di Marco scrive…

Grazie Fabrizio!

 

Pescara, 16 febbraio 2012

 

Alcuni anni fa, quando iniziai a cercare un editore per pubblicare il mio

romanzo giallo SPIANDO LA NOTTE (che a quel tempo non si intitolava

ancora così) non avevo le idee molto chiare su come fare: a quali editori

dovevo inviarlo in visione, per avere maggiori probabilità di ricevere una

risposta positiva? Dovevo puntare solo su quelli specializzati in narrativa

poliziesca, o mi conveniva spaziare anche sugli altri, interessati a generi

lontani dal thriller?

Ero confuso, lo riconosco. Avevo in mente solo una regola, una regola

d’oro che mi era stata inculcata da un amico scrittore di Bologna.

Perché devi pagare per pubblicare un libro, quando puoi trovare degli

editori disposti a darti loro dei soldi, in cambio del tuo lavoro?” mi ripeteva

sempre questo mio amico. La regola che avevo deciso di seguire era

dunque la seguente: avrei affidato il mio romanzo al primo editore che non

mi avesse chiesto denaro in cambio. E così è stato: più o meno un anno fa,

SPIANDO LA NOTTE è stato pubblicato dalla NOUBS Edizioni.

Prima di imbattermi nella NOUBS, ho rifiutato varie proposte di contratto

a pagamento da parte di altri editori. Di fatto, quando avevo affidato a

questi editori la valutazione del mio romanzo, ignoravo che si trattasse di

ditte che chiedevano soldi: immagino che avrei dovuto informarmi meglio,

ma l’inesperienza ci porta a volte a fare scelte affrettate.

La scelta della NOUBS invece è stata decisamente felice, perché dietro

questo marchio ho trovato un editore che, oltre ad essere colto e preparato,

è uno che ama sul serio il suo lavoro. Disinteressatamente. Senza cedere

alle tentazioni di facili profitti.

 

Fabrizio Di Marco

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SONO MICHELE GHILOTTI E NON HO MAI PAGATO LA NOUBS PER PUBBLICARE

La lettera di Michele Ghilotti, autore de Pasticcio di Grano, Noubs 2011…

Grazie Michele carissimo!

 

Innanzitutto un saluto a tutta la rete .

Ed è proprio dalla rete che purtroppo qualche amico mi ha segnalato un’incredibile notizia.

Le Edizioni Noubs sono nella lista nera delle case editrici che pubblicano opere prime a pagamento!!!

Notizia che mi riempie di tristezza, primo perchè è totalmente falsa e secondo perchè è l’ennesima dimostrazione che in questo paese concetti come sperimentazione, innovazione e libertà creativa danno evidentemente ancora molto fastidio.

Mi rivolgo ora principalmente a tutti coloro che come me condividono la passione per la scrittura.

Voglio raccontarvi una storia, che poi è la mia storia, o meglio, la storia della mia opera prima, l’ormai mitologico “PASTICCIO DI GRANO”.

Più o meno tra anni fa ho completato la stesura del mio romanzo e come sanno un pò tutti gli scrittori in erba ho cominciato il solito snervante iter di spedizione alle varie case editrici, un po’ via mail e un po’ via posta.

E’ stato un parto difficile perchè mio malgrado ho notato che il titolo era stato clamorosamente

frainteso dal mondo editoriale Italico.

Sì, perchè la parola GRANO ha fatto sentire una serie di “stampatori di libri”(non posso definirli EDITORI)

in diritto di richiedere veramente un sacco di GRANO al sottoscritto per vedere coronato il proprio sogno

di scrittore esordiente. 

E infatti dopo aver spedito praticamente ad ogni editore italiano il mio scritto sono fioccate le risposte (e anche le non risposte per la verità).

Mi sembra quasi di sentirli nei loro uffici…” Guarda questo! E’un PASTICCIONE pieno di GRANO, fa proprio al caso nostro!!”

Di quanto GRANO si parla? Beh…avete presente i campi nei quadri di Van Gogh?

In estrema sintesi eccovi le prime “proposte editoriali” che trovai nella mia cassetta della posta :

 GRUPPO ALBATROS IL FILO – 2340 EURO (un paio di mensilità del mio attuale lavoro!)

 DAVIDE ZEDDA EDITORE – 600 EURO

 STATALE 11 EDITRICE – 1980 EURO

 ALETTI EDITORE – 1120 EURO

 STATALE 11 EDITRICE – 450 EURO (ebbene sì, questi hanno provato il rilancio al ribasso!)

Queste sono state le mie prime deprimenti risposte da parte del mondo letterario.

Ero frustrato al punto che quando ho aperto la busta proveniente da una (per me) sconosciuta casa editrice abruzzese e ci ho trovato dentro un contratto editoriale dove non dovevo spendere nemmeno un euro, mi son detto “Non è possibile, QUESTI MI PUBBLICANO IL ROMANZO GRATIS!!!” e poi, ripensando e riguardando i precedenti contratti mi son detto : ” Non sono di certo una casa editrice seria se pubblicano gratis…”

Poi mia moglie mi ha aperto gli occhi ” Michele, forse questi ti pubblicano perchè il tuo romanzo a differenza degli altri LO HANNO LETTO, e a quanto pare gli è pure piaciuto parecchio!”.

Il resto è storia recente. Il mio libro ha vinto un premio ed è stato pubblicato l’estate scorsa…

Il mio unico esborso è stato all’ufficio postale quando ho spedito in Abruzzo a Max Pamio e gli altri il mio scritto.

 Cari scrittori in nuce,

pubblicare la vostra opera pagando qualcuno è come fare sesso a pagamento.

Non saprete mai se siete veramente “bravi a letto”!

(spero che nessuna puttana mi quereli per averla paragonata ai “vili stampatori”)

 LUNGA VITA ALLA PASSIONE DI SCRIVERE E DI LEGGERE

LUNGA VITA A NOUBS AMICI!!

 

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