Posted on 27 dicembre 2011

UN OPERAIO, poesia di ANTONIO BUX

La decima ora del sesto giorno del nono mese
la passi come sempre, attivando il maledetto arnese:
ogni mattina prendi/asciuga/imbusta/infila e poi ancora
torna a casa/raccomanda i figli/bacia la moglie/e corri in chiesa
la domenica assonnato in coda ad aspettare l’estrema unzione:
quarant’anni d’uomo, venti di fabbrica, tre figli e ad ogni busta paga c’è
il mutuo da pagare e il sabato la Coop e venerdì il parrucchiere;
mille euro di spese per fabbricare cessi , dove siederanno poi quei culi
ora lì con te a pregare genuflessi -tutti santi- coi portafogli più grassi
che te ne torni così basso a casa, nel profilo silenzioso di tua moglie
che t’accoltella, e coi bambini che hanno fame e tu a spiegargli
che si mangia una volta sola al giorno -altrimenti si va in galerae
di nuovo ancora domani pronto, a rigettarti su quella piattaforma;
tu meccanismo perfetto, nell’imperfezione della vita.

ANTONIO BUX

Un operaio


Antonio Bux, da Disgrafie

Antonio Bux vive attualmente in Spagna. Da un po’ di anni ci conosce e ci stima per la bontà del nostro lavoro e per la serietà propositiva.

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CARNE NUOVA di Caterina Falconi

Le Edizioni Noubs vi propongono un racconto inedito gentilmente messo a disposizione dalla scrittrice Caterina Falconi… Attendiamo un vostro giudizio!

CARNE NUOVA

di Caterina FALCONI

7 luglio 2175  

Stephen intrecciò le mani dietro la nuca e fece due torsioni del busto. Le protrusioni nella sua colonna urlarono. La cupola era in penombra, in un grigiore metallico effuso dalla membrana di protezione.

“Solange, apri” disse, rivolto a un viso etereo che gli sorrideva da uno schermo. E dalla sommità della cupola, come palpebre, le membrane in silicio si schiusero frusciando. Un fascio di luce opalescente spiovve dentro e inondò il locale.

“Fatto Stephen.”

Lui annuì.

Al centro della sala, nella teca trasparente, immersa nella soluzione isotermica, la ragazza piangeva nel sonno.  Le sue lacrime si formavano così lentamente che il gelo della teca le asciugava. Le sue funzioni vitali, rallentate dall’ibernazione, seguitavano torpidamente ad animarla, e lo stesso, probabilmente, accadeva ai suoi pensieri.

“Non piangere Agata” le disse Stephen. “Ti ho promesso che tutto tornerà a posto” la consolò, e girò attorno alla teca per stringerle la mano. Il braccio nudo di lei sbucava da un’apertura circolare, adagiato su un asse, e infuso da tre sonde collegate a dei monitor.  Al momento aveva le dimensioni di un arto di una bambina di  undici anni, ed era roseo e glabro. Lui lo carezzò con la punta delle dita, e infilò la destra sotto quel palmo affusolato.

“Fidati. Il braccio sta ricrescendo bene, e Cormac sta tornando da te. Non devi fare niente. Devi solo aspettare, e riposare” le disse, ed esitò, sapendo che l’ultima parola: riposare, le sarebbe arrivata dopo giorni. Affondò lo sguardo nella teca: lei fluttuava tra i propri ricci, come una pallida sirena in un banco di rosse alghe. I capelli avevano continuato a crescere normalmente, e dopo undici anni avevano invaso la vasca torcendosi e ondeggiando.

Una carezza sulla sua schiena identificò la nuova arrivata come Lea.

“Salve Lea” salutò il computer.

“Buongiorno Solange” rispose la donna.

“Ciao amore” disse Stephen, e si voltò a baciarla. Lea profumava di vaniglia e lo guardava eccitata: “Ho capito a chi somiglia!” gli disse. “Sembra Ofelia di Rossetti.”

Stephen annuì colpito. Era proprio vero, la sua sfortunata gemella somigliava ad Elisabeth Siddal  immersa nell’acqua che l’avrebbe uccisa. Per non pensarci trascinò la moglie alla vetrata. Terra sorgeva all’orizzonte, fondendo il cielo oscuro  in un blu vellutato cosparso di efelidi argentee. Nel cratere di fronte ai laboratori una scavatrice trivellava il suolo sollevando sbuffi di polvere, che volteggiavano e restavano sospesi nella fosforescenza dell’alba lunare. I rover immobili affondavano i cingoli nella regolite  pastosa, e nessuna luce era ancora accesa dietro gli oblò delle torri. Ciuffi di nuvole candide adornavano l’Europa.

“Torneresti sulla Terra?” chiese Stephen.

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