Posted in gennaio 2012

Presentazione de IL LIBRO DELL’AMICO E DELL’AMATO di Raimondo Lullo a Chieti

Lunedì 30 gennaio p.v. alle ore 17 e 30 presso l’Auditorium del Rettorato dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti, si terrà la presentazione de Il Libro dell’Amico dell’Amato di Raimondo Lullo, a cura di Federica D’Amato, Edizioni Noubs 2011. All’incontro, organizzato dalla casa editrice, parteciperanno il Professor Stefano Trinchese, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia e Monsignor Bruno Forte Arcivescovo dell’Arcidiocesi di Chieti-Vasto, che porterà un saluto augurale. Relatori saranno Arnaldo Colasanti, scrittore e critico letterario, il Prof. Vito Moretti, ordinario di Letteratura Italiana, il Prof. Michele Giulio Masciarelli, direttore del PIANUM di Chieti e la Prof.ssa Ilaria Zamuner. Saranno inoltre eseguite musiche e coreografie dirette dalla Prof.ssa Maria Gabriella Ciaffarini (al piano, autrice delle musiche ispirate al tresto lulliano), con Aurelio Di Virgilio e Manuel Dominioni (voci recitanti), Sara Di Giampietro (soprano) con coreografie di Sara Sidonio (danzatrice).

Moderatore dell’evento sarà il Cav. Massimo Pamio, direttore della casa editrice Noubs di Chieti.

Testo fondamentale della letteratura catalana, il Llibre d’amic i amat è un raro gioiello di poesia filosofica il cui Autore, il beato Raimondo Lullo, realizzò nel 1283; nel 1995 è stata realizzata una edizione critica aggiornata di Albert Soler, di cui si offre per la prima volta in Italia la traduzione a cura della giovane studiosa Federica D’Amato. La pubblicazione di questo libro intende riportare

all’attenzione di un pubblico non necessariamente specializzato un’opera di profonda bellezza poetica, godibile da tutti quei lettori attenti al valore di un testo letterario. Il volume ha ottenuto uno dei massimi riconoscimenti d’ambito lulliano: il patrocinio economico e morale del Ramon Llull Institut, istituto ove è preservata, studiata e promossa la grandissima opera di Ramon Llull.

La pubblicazione focalizza l’interesse del lettore su di una figura eccezionale del nostro medioevo: Raimondo Lullo, maiorchino, siniscalco, poeta, missionario francescano, mistico, alchimista, scrittore, filosofo, teologo, avversato e perseguitato dall’Inquisizione, oggi riconosciuto Dottore Illuminato.

Federica D’Amato è una giovane studiosa abruzzese di letteratura, filosofia, scrive di critica letteraria e tenta la poesia. Dopo aver concluso gli studi umanistici ed aver viaggiato e studiato all’Estero è tornata in Italia, dove collabora con riviste letterarie e istituti di cultura; ha all’attivo diverse pubblicazioni e numerosi articoli di critica. Vive e lavora a Pescara.

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Poesia di MAURIZIO LANDINI per il Giorno della Memoria

Casa Noubs non ama ricordare con enfasi o retorica, ma è certo che vi sono atrocità e bellezze che vanno costantemente rinnovate. In occasione del Giorno della Memoria, rispetto alla quale giungiamo in ritardo, ci siamo armati di ricordo attraverso le parole del poeta marchigiano Maurizio Landini.Le sue parole spandono cenere come memoria sparge orizzonte. Buona lettura.

 

Auschwitz, 27/1/1945

Cerco qualcosa di te, sotto
la cenere. In questa
spiaggia carbonaia
nemici e fratelli sono
mescolati insieme e
cullati da nessun mare:

gli fa brezza il dolore.

Maurizio Landini

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INTERVISTA INEDITA ALLA NON-FUNEREA BENEDETTA PALMIERI…

Federica D’Amato molesta BENEDETTA PALMIERI, giornalista e scrittrice, ormai seguitissima dal grande pubblico attraverso i suoi FUNERACCONTI, Feltrinelli 2011 (ospite lo scorso anno del Festival delle Letterature dell’Adriatico, Pescara).

C’è da dire che la signorina Palmieri è una persona così gentile e graziosa ché non solo ha resistito all’ormai famosa petulanza della D’Amato, ma ci ha praticamente onorati della sua presenza. Non è forse presenza, infatti, quella che scaturisce dalla partecipazione totale di una risposta ad una domanda? Per casa Noubs sì.

Speriamo che questa intervista vi faccia scoprire, se non la conoscete, una penna di valore, o che vi permetta di approfondire la lettura di un talento che ha da dare molto alla nostra letteratura.

Grazie Benedetta, di cuore.

“SCRIVERE PER RILEGGERSI E’ BELLEZZA”

intervista a Benedetta Palmieri

riproduzione riservata all’utilizzo esclusivo dell’autrice e della casa editrice

  1. Benedetta, i suoi Funeracconti (Feltrinelli, 2011) sono una collezione di intelligenza. Ritengo sia intelligente, infatti chi oggidì si confronti con il tabù certo non della morte, ma del suo più buio e complicato rovescio: la vita. Quale “rovescio” dell’enigmatica medaglia ha mosso la sua penna?

Innanzitutto voglio ringraziarla per la definizione lusinghiera: “collezione di intelligenza” non è poco. Per quanto riguarda la scelta del tema, però, non so se sia stata una questione di intelligenza; certamente lo è stata di istinto, o di inevitabilità. Credo che in me le due facce della medaglia siano una sola, che le mescola. Non sono mai riuscita a vivere senza che il pensiero del morire mi accompagnasse, e allo stesso modo non sono mai riuscita ad aver paura di morire senza interrogarmi sulla qualità della mia vita. Meglio: sulla sua identità; la qualità presuppone un giudizio che mi sembra troppo complesso dare, ma la sua identità è importante. È importante domandarci che storia desideriamo, che storia possiamo costruirci, e che posto vogliamo dare a ciò che ci mettiamo dentro.

Tra le altre cose, mi sono chiesta spesso se dovessi lanciarmi nella vita o prepararmi per lei – se anche un po’ di sane incoscienza e approssimazione fossero salutari, propedeutiche addirittura, al vivere; o se piuttosto dovessi aspettare di essere pronta – preparata, cresciuta, adatta – anche per il più piccolo dei passi (rischiando l’immobilismo). L’oscillare tra queste due posizioni e il tentativo di tenerne solo una non hanno potuto fare a meno di misurarsi costantemente con il parametro assoluto: la consapevolezza che a un certo momento (imprevedibile) della mia vita sarei morta. Questo coacervo di sentimenti emozioni e paure, di slanci impetuosi nel vivere e di frenate, si è trasformato nella voglia di domandarmi cosa pensassi anche attraverso la scrittura.

  1. Ho sempre associato la parola “partenopeo” alla filosofia, ovvero ai concetti di ironia e wit, direbbero i britannici. I suoi racconti, sì come le precedenti prove – penso a Un due Tre stella (Pironti 2009) – hanno confermato le mie associazioni, arricchendole di un valore aggiunto che credo sia caratteristico della sua scrittura: la levità. È in grado di circoscrivere una descrizione del suo dettato narrativo?

In verità no, non credo di esserne in grado. Però provo a individuarne uno auspicabile. E partirei dal fatto che ironia, wit, levità vorrei che a quel dettato appartenessero. Sono qualità che mi interessano. Forse, più di tutte tra le tre, la levità; che mi piacerebbe, però, chiaramente retta dalla sostanza. Insomma, non so se sia la formula più giusta, ma amo l’idea che i contenuti abbiano un peso senza che la loro forma sia necessariamente pesante – e per forma intendo sia lo stile sia l’animo con cui ci si dispone ad affrontarli.

Conoscendone, e vivendone quotidianamente, sfumature e contraddizioni (e avendola molto a cuore), faccio sempre fatica a inquadrare Napoli in caratteristiche fisse. Però è vero che ce ne sono di riconoscibili e ricorrenti; e tra queste una che mi piace molto (e che dunque vorrei mi appartenesse) è la capacità di sintesi. Una sintesi concettuale che per me trova la sua espressione perfetta nel dialetto napoletano. Anzi, mi sembrano così visceralmente legati, che a volte mi diverte immaginare che il dialetto non sia funzionale a rendere la sintesi, ma ne sia addirittura l’ispiratore.

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Valentina Faricelli ci segnala NADINE LABAKI…

Ormai la cara amica Valentina Faricelli, giornalista di politica e critica sociale per formazione, amante delle belle arti per vocazione, ha preso davvero sul serio la richiesta di aiutarci nell’allestimento di questo spazio virtuale. Questa volta ci segnala un articolo tratto dal Cinematografo.it su NADINE LABAKI ed il suo nuovo film, Et maintenant on va où? Uscito nelle sale Venerdì 20 Gennaio.

A voi l’articolo, a voi una buona lettura!

 

VALENTINA FARICELLI

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INTERVISTA E RACCONTI DI ROLANDO D’ALONZO

Rolando D’Alonzo si dedica da tempo alla scrittura nei versanti della poesia, narrativa, drammaturgia, saggistica. Tra le sue opere ricordiamo: “Gli ultimi poeti della strada”, antologia-romanzo sui poeti antagonisti dello sperimentalismo, un tracciato sui giovani autori che già nel 1973 amavano misurarsi nella ricerca di un rinnovamento della lingua letteraria attraverso anche l’apporto di un nomadismo geografico e culturale; “Fancy hand”, “Navigazioni”, di poesia, “”Osman il turco e altri racconti”, con lo pseudonimo di Efel Trani, “Estate” di narrativa. Ha scritto radiodrammi e sceneggiature e drammi per il teatro tra i quali ricordiamo: “Nessuno per Itaca”, “Ritorni”, “Dardanidi”, “Oceano”, “L’angelo di neve”, “Diario di casa”, “Lo specchio magico”.  

 

 

INTERVISTA

-Rolando D’Alonzo è uno dei grandi poligrafi che hanno segnato il percorso del secondo Novecento e l’inizio del nuovo secolo. Rolando, hai assistito a mutamenti nel mondo letterario che presenteresti come?

-Come degradazione della lingua e degradazione della vita.

-C’è una degradazione civile, sociale o intellettiva? L’uomo dove ha perduto la sua bussola?

-Ha perduto la sua bussola quando ha smesso di essere critico e ha accettato di diventare un essere conformista, quando ha abdicato alla solitudine, per paura dell’esistenza e della morte, e ha accettato una vita massificata e omologata.

-Allora è la paura della morte quella che conduce l’uomo a ritirarsi a nascondersi nel male e nella diminutio dell’esistenza?

-La paura della morte (parliamo sempre dell’universo letterario) si è diffusa nella modernità per la pressione propagandistica di concezioni centralistiche di potere e del successo. Infatti ciò che ha inquinato la coscienza dello scrittore giovane e contemporaneo è l’insidia della competitività e della comunicazione. In fondo uno scrittore autentico dovrebbe lavorare per le poche persone che egli suppone lo possano comprendere. Altrimenti abbandoni il suo tavolino e vada a chiedere lavoro presso le redazioni giornalistiche.

-Quali autori italiani salveresti?

-Tra i contemporanei, Bufalino, Camilleri, che è stato il mio maestro a Roma, Dolores Prato, Melania Mazzucco, Paola Caprioglio.

-Tra gli autori stranieri?

-Joseph Roth, Louis Ferdinand Céline, Musil, Andric, Pastovskj.

-Il cinema rappresenta uno dei tuoi grandi interessi, una parte della tua vita. Che cos’è il cinema nella vita?

-Pasolini diceva che il cinema è la lingua scritta della realtà. Ma il cinema nella vita di ogni uomo è una finzione spettacolare che ha cullato e ha appagato i nostri sogni, le nostre pulsioni immaginative ed avventurose.

-Quindi a tuo avviso la degradazione oggi deriva da una minore necessità di sogni, da un impigrimento dell’immaginario, nonostante l’esplosione di mondi virtuali e di immagini che soverchiano la potenza della parola?

-Si diceva una volta che il poeta ha la testa fra le nuvole. Il distacco dalla realtà (o l’apparente distacco) ha sempre prodotto nella massa il ridicolo o il sospetto: si pensi alle “Nuvole” di Aristofane, a certe scene di Molière, e via dicendo. Ma in fondo anche dalle nuvole viene la vita: si pensi alla pioggia! Viene anche la poesia, si pensi alle nevicate. Dunque le nuvole appartengono all’universo come la realtà della terra. Ciò che ha prodotto il male contemporaneo è la scissione del concetto unitario del mondo, lo stabilire categorie e giudizi. Se non si è pronti ad accettare la diversità comunque essa sia, si ha sempre una riduzione dell’uomo e si precipita nel razzismo e nel conformismo.

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ON-LINE LA PAGINA FACEBOOK DEDICATA A CALENDIARIO 2012!

E’ attiva la pagina facebook relativa al concorso Noubs “CALENDIARIO 2012″ presso il seguente link

Vi ricordiamo che il bando è scaricabile in versione .pdf dal sito www.noubs.it e che presso la pagina su indicata è possibile ricevere informazioni e soprattutto votare i racconti in gara.

Visitate, leggete, votate!

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Su LA LETTURA di Federica D’Amato

Abbiamo fatto un spinosa domanda a Federica D’Amato e lei spinosamente ci ha risposto. Buona lettura!

“E purtroppo il nuovo inserto domenicale del Corriere della Sera, La Lettura, non mi convince fino in fondo. Leggerlo infastidisce un po’ il mio cuore, in esso insinua la bruciante certezza che l’Italia al solito sia quell’immensa prova di provincialismo dalla quale la nostra generazione di scrittori, critici, intellettuali non riuscirà mai a riscattarsi.

Innanzi tutto in questo club domenicale appaiono sempre gli stessi nomi. Per “stessi nomi” intendo coloro che seminano presenze (e spesso parole inutili) ovunque; la ricorrenza è così pressante che ad un certo punto inizi a sentire il rombo delle scuderie, fazioni, baronati editorial-letterari che fanno baccano dietro le quinte. Ciò, sinceramente, annoia, soprattutto perché i nomi in quistione non sono niente di speciale. Almeno per me, intendiamoci.

Mi rendo conto che il bisogno di lavorare sia molto, ma è probabile che non tutti, proprio tutti, debbano lavorare nell’industria culturale? Produrre significati inquinati, sintatticamente scorretti, logicamente confusi è pericoloso, eppure nessuno vuole capirlo (o no?).

La Lettura promuove la lettura e invece non fa altro che scoraggiarla: semplicemente è un inserto troppo lungo che cerca di parlare dell’intero fenomenico culturale italiano (e non solo), con risultati purtroppo a volte deludenti.

La Lettura forse vorrebbe modellarsi sull’exemplum del seriniano Satisfiction? Possibile? Purtoppo l’associazione mentale è inevitabile; scrivo “purtroppo” perché è triste sapere che in Italia oggidì vi sia un solo collettore di intelligenze critiche e letterarie, Satisfiction appunto, con quello stile anti-accademico ma serissimo, profondissimo al quale spontaneamente tendo a legarmi.

Essendo per convinta scelta fuori dai molti “giri” che animano attualmente l’egemonia sottoculturale (w Panarari) italiana, è possibile che io abbia scritto nella presente nota numerose corbellerie e forse offeso qualcuno: chiedo scusa in anticipo. Ma questa è la mia risposta alla vostra domanda.

Il mio problema è sempre stato quello di preferire lo studio e la lettura a qualsiasi mistificatorio invito a compierli questi atti rivoluzionari – se genuinamente condotti.

Sono tipo da Domenica Sole24ore, non me ne vogliate.”

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INTERVISTA INEDITA A QUEL GENIACCIO DI GIOVANNI DI IACOVO!

Vi proponiamo in esclusiva per Casa Noubs un’intervista inedita ad uno dei più talentuosi, nonché geniali, scrittori abruzzesi, GIOVANNI DI IACOVO.L’intervista è a cura del direttore editoriale Noubs, Massimo Pamio.

Buona lettura!

INTERVISTA A GIOVANNI DI IACOVO: “I VERI SCRITTORI VIVONO NELLE FERITE DELLA REALTA’”

Giovanni Di Iacovo (Londra, 1978) ha esordito con il volume Sporco al Sole-Racconti del Sud Estremo (Besa-Book Bros, 1998) poi con 11 Under 30 (Castelvecchi, 2000), fino al pluripremiato romanzo Sushi Bar Sarajevo (Palomar, 2006) e ad un volume di “cover” di fiabe famose in versione pulp dal titolo E morirono tutti felici e contenti (Neo Edizioni, 2009).

Vincitore della sezione letteratura della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo (Sarajevo, 2001), del Premio Teramo 2006 e del Premio Sassari 2011, è da dieci anni direttore del Festival delle Letterature dell’Adriatico, è Consigliere comunale di Pescara e collabora con la locale cattedra universitaria di Letteratura italiana contemporanea. Alcuni suoi racconti sono stati messi in scena nello spettacolo Viaggio nelle Metropolis insieme a Stefano Benni e David Riondino. È pronto il suo nuovo romanzo che uscirà nel 2012.

-Giovanni Di Iacovo è l’autore di “Sushi Bar Sarajevo” che è stato uno dei migliori esordi narrativi degli ultimi dieci anni, un romanzo straordinario. Giovanni che cosa è cambiato da allora?

Molte cose sono cambiate, perchè per me scrivere è un percorso. In generale, credo che in tutte le attività la cosa che conta è quello che scopri nel cambiamento, lungo il tragitto, più che il raggiungimento o meno della meta. In questo modo, infatti, mandare uomini sulla luna ci ha regalato le padelle di Teflon. Io scrivo ogni giorno, almeno tre ore al giorno, e la mia vita è immensamente migliorata da quando la vivo insieme ai miei personaggi, e alle mie storie. Scrivere è creare, quindi è anche vivere diverse vite.

-Quali sono i giudici migliori di un’opera narrativa? 

Sicuramente i lettori, anche se io nella scrittura utilizzo tre “cavie”. Tre amici  diversissimi tra loro che vivono in tre continenti diversi anche se hanno passato l’adolescenza con me, immersi nelle mie stesse culture. Quando termino una bozza la mando innanzitutto a loro. Le osservazione, i feedback o le micromodifiche che ricevo, quando coincidono in tutti e tre, le applico al romanzo.

-Chi sono gli scrittori oggi? Dove e come vivono?

Oggi gli scrittori sono tutti, il che è ottimo come formazione personale, un po’ meno per altri versi, ad esempio il fatto di scrivere e non leggere e non comprare libri. Per scrittori “veri” intendo coloro che lo fanno con mestiere, con continuità, non solo un mettersi a scrivere sull’onda di una qualche emozione passeggera. I veri scrittori, vivono nella ferite delle realtà, per indagarle.

-Come alimenti la tua fantasia? Alcool o yogurt?

Il mio motto è “prima vivi, poi scrivi”. La mia creatività si nutre di esperienze, incontri, viaggi, persone, pericoli ma anche libri, cinema, musica. Consumare culture è la benzina della creatività.

-Come leggi e dove?

Leggo nei viaggi, leggo nelle attese, oppure leggo in un punto preciso della mia casa, su una bizzarra poltrona di velluto nero, lontano dallo studio dove lascio i miei affanni e i miei lavori.

-Quali sono le tue pagine preferite di sempre?

Quelle su cui mi sono formato da ragazzino, quelle di Demian di Hesse, del Maestro e Margherita di Bulgakov, della Filosofia nel Boudoir di De Sade e de Alle Quattro del Mattino, di Lovecraft.

-Che cosa sogni prima di svegliarti?

Sesso estremo all’interno di piramidi costruite con geometrie non euclidee e fluittuanti al centro dello spazio, circondato da antiche porte che conducono ai recessi dei miei ricordi, anche quelli preesistenti alla mia nascita. Prima invece sognavo Berlusconi.

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ANCHE FRUTTERO CI HA LASCIATI…

È morto Carlo Fruttero, “altra metà dello storico marchio creato con Lucentini”. Avevano insieme fondato la collana “Urania”. Numerosi i romanzi al loro attivo. Enzo Verrengia, ne l’Unità di ieri, rimarca come il loro humour non era ben compreso nel nostro Paese. Fruttero e Lucentini affermarono che la fantascienza italiana non era credibile perché non ci si immaginava un disco volante sul cielo di Lucca. Parole che furono contestate allora, ma che oggi risuonano molto divertenti e sferzanti, come le notazioni di Flaiano o di Longanesi sul provincialismo culturale. Per comprendere meglio, ecco qualche frase di Fruttero in cui elenca, per la trasmissione “Vieni via con me” di Fazio e Saviano, i vantaggi della vecchiaia: “Un vecchio è il solo ad avere i titoli per parlar male della sua età”. “Mi fanno ridere questi precari. E io allora, che sono più di là che di qua?” “Il piacere di essere coinvolto anche televisivamente in ogni mutamento climatico. Ondata di caldo: non mancano mai di metterti tra  i cittadini ‘a rischio’. Ondata di freddo: stessa identica cosa. Sei qualcuno, finalmente!” “Un vecchio può continuare a fumare tranquillamente. Ormai tutti i suoi terapeuti concordano nel dire che smettere sarebbe peggio”.“Avere il diritto inalienabile di ignorare che cosa sia la ‘banda larga’”.

http://www.satisfiction.me/laddio-de-lunita-a-carlo-fruttero/

ENZO VERRENGIA

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TWINS! LE GEMELLE ALESSIA E MICHELA ORLANDO

Vi consigliamo un e-book “di talento”, segnalato a casa Noubs da Alessia & Michela Orlando, autrici di TWINS, un libro rivoluzionariO (e anti-aristotelico?).

Buona “lettura”!

L’E-BOOK

IL VIDEO

 

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IL FONDAMENTO OSCURO E GEORGE STEINER, di FEDERICA D’AMATO

Federica D’Amato, autrice e collaboratrice delle Edizioni Noubs, ci ha fatto dono di una bella recensione di un volume di non recente uscita editoriale, ma attualissimo nelle tematiche e nelle prospettive di ricerca filosofico-umanistica, Dieci possibili ragioni della tristezza del pensiero, di George Steiner, Garzanti, 2007.

FEDERICA D’AMATO

DIECI POSSIBILI RAGIONI DELLA TRISTEZZA DEL PENSIERO

di Federica D’Amato

[...] perché non si può conoscere ciò che non è (non è

possibile farlo) e non se ne può parlare”

Parmenide1

[...] Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente, e su ciò,

di cui non si può parlare, si deve tacere”

L. Wittgenstein2

Questo libro ha come premessa uno scacco, una colpa, una soglia invalicabile: pensare il pensiero, che è come dire linguificare il linguaggio, in quella impresa che Wittgenstein definiva fallace e nociva, affermando per quanto riguarda il simbolismo logico che la proposizione non può rappresentare ciò che, con la realtà, essa deve avere in comune per poterla rappresentare – la forma logica. Per poter rappresentare la forma logica, noi dovremmo poter situare noi stessi con la proposizione fuori della logica, ossia fuori del mondo3 -, per poter pensare il pensiero noi dovremmo situarci fuori dal pensiero, risanare il cortocircuito gnoseologico che sostanzia la nostra tristitia. Steiner lo premette chiaramente, argomentando il carattere di possibilità del proprio decalogo, tentativo incerto di se medesimo di puntellare con ipotesi autoreferenziali le ragioni di una tautologia senza fine. E accetta la sfida sinaptica inaugurando l’opera con Schelling, dal cui passo citato l’autore sembra attingere parole-chiave, veri e propri nuclei semantici intorno ai quali saldare l’argomentazione:

Questa è la tristezza connessa ad ogni vita finita […] essa però non arriva mai a realizzarsi, e serve soltanto all’eterna gioia del trionfo. Donde il velo di tristezza, che si stende su tutta la natura, la profonda, insopprimibile malinconia di ogni vita.

Solo nella personalità è la vita: e ogni personalità riposa su un fondamento oscuro, che deve quindi essere anche il fondamento della conoscenza”4

Ognuno di noi preme il proprio incedere nei giorni contro il conosciuto, il di-svelato, il concepibile visibile. E invece noi si poggia su di un fondamento oscuro che ci chiama, potere del messaggio trascendente, ci chiama attraverso l’imprevisto, l’accidente, la dispersione irrazionale, la maglia della rete che non tiene, il non protetto, l’inoperoso «del venire all’essere dell’essere»5, ed è da questa intuizione “una stessa cosa, intuire e essere”6, che lo specifico umano edifica il crollo della propria personalità. Una coincidenza che Steiner associ l’insopprimibile malinconia di ogni vita al nostro permanere nell’equazione parmenidea del pensiero con l’essere?7 Dunque indicibile – indicibile con una sfumatura di matrice eleusina8 – è la ragione prima della tristezza del pensiero: un’associazione ardita di chi scrive con ciò che è l’ineffabile9 in Wittgenstein, il reagente che struttura l’uomo come eterno atleta in Sloterdijk10 o la cura di sé come greca epimeleia heautou11 in Foucault12.

Non casuale si ipotizza la scelta del numero dieci. Dieci è un numero felice (?), decimale è il sistema di numerazione più utilizzato al mondo, con specifica valenza esoterica (ved. Cabala13), numero fondamentale per i Pitagorici informante il sacro Tetratkys, ma soprattutto con le mani dieci dita portiamo a sorreggere il nostro capo bruciante di dolore, proprio quando ci tormentano le dieci possibili ragioni della tristezza del pensiero:

  1. Schwermut, pesantezza dell’animo”14

Il pensare non ha limiti e tale illimitatezza non ha nulla a che vedere con la realtà: possiamo pensare qualsiasi cosa a dispetto di ciò che c’è fuori – ma cosa c’è fuori se noi non possiamo uscire dal pensiero?

  1. Unzerstörliche Melancholie, melanconia indistruttibile”

Il pensare è incontrollabile, pervasivo, situato nella nostra stessa percezione di presenza sensibile, non linguificabile, tanto incontrollato quanto corruttibile da un qualsiasi impulso proveniente dall’esterno. Questa frustrante dispersione connaturata al pensiero sembra essere anche un meccanismo di feed-back che tutela l’efficienza delle nostre facoltà cerebrali.

  1. anklebende Traurigkeit, tristezza connessa ad ogni vita finita”

Se è paradigmatico, oltre che parmenideo, che l’essere coincida con il pensiero, allora la nostra personalità non può che fondarsi sull’autoappercezione del pensare, un autodeterminarsi attraverso un certo modo di condurre il pensiero che è sì proprietà inalienabile, ma allo stesso tempo ci aliena l’uno rispetto all’altro, con una fatalità tale che «nessun altro può assumere la mia morte. Posso morire con, ma mai “per” l’altro»15. Un paradosso animato dalla banalità di un pensare che è allo sia unicum, in quanto ci definisce come individui, sia «luogo comune moltiplicato per miliardi»: i nostri pensieri sono pensati, in quanto essere umani, da tutti! Ciò si riversa nel linguaggio e nell’uso che se ne fa: lo stile farà il poeta, non il contenuto.

  1. Unzerstörliche Melancholie, melanconia indistruttibile II16

L’autonomia del pensare rispetto alla totalità del reale non ammette principio di verificabilità, punto archimedeo che ci dica come stanno veramente le cose; così, a dispetto di tutta la fatica del pensiero occidentale dagli albori ad oggi, la verità come riposo dell’essere non può essere raggiunta, in alcun modo, bensì qualsiasi tentativo disinteressato di protendere ad essa, dalla religione alle scienze applicate, sarà sempre un giungere penultimativo. Radiografia di questo irriducibile iato è il nostro uso del linguaggio che, proprio nel momento in cui il pensare tenta di performarlo alla propria sete di verità, esso sbanda, si ribella, deraglia glorioso verso le meraviglie della finzione.

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DUE POESIE INEDITE DI ROSSELLA TEMPESTA

“In allegato qualche inedito per l’onore di partecipare al vostro blog!!! Grazie dell’opportunità, congratulazioni per la vostra iniziativa così necessaria!”

Così ci scrive l’infaticabile Rossella Tempesta, rendendoci omaggio con alcune poesie che al solito vi doniamo in segno di bellezza.

Buona lettura!

 

I

Avrà avuto refrigerio

l’anima purgante,

si saranno abbracciate tra di loro

tutte le anime chiamate a fare

un passo avanti

dalle nostre incongrue preghiere?

La casa della sua giovane vicina

ha di frequente le persiane serrate

questo vuol dire che loro sono ancora

nella grande città, il piccolo

ricoverato di nuovo.

Combatte le metastasi

con ognuno dei suoi quattro anni;

è ferito, non certo vinto.

Alla battaglia

ha già sacrificato un rene

ma senza rimpianti.

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MARE NERO DI GIANNI PARIS, UNA LETTURA DI CATERINA FALCONI

Caterina Falconi ci concede una lettura penetrante e commossa di Mare Nero, Gianni Paris, Edizioni dell’Arco, 2006.

Vi consigliamo caldamente la lettura della seguente recensione e di conseguenza del libro.

Ringraziamo con l’usuale calore Caterina per il suo prezioso contributo.

Partono con una busta di plastica bianca: dentro un po’ di pane, delle mele, una bottiglia d’acqua. Alcuni hanno una maglia annodata alla vita. Pochissimi una coperta. I disperati di Paris sono descritti così, nelle prime pagine di un romanzo che cambia per sempre lo sguardo del lettore: una torma di abbacinati dalla speranza, giovani e bambini, stipati in una baracca buia in attesa di partire. Fuori, i trafficanti, i traghettatori, con dei fucili in mano.

Ricordo i miei due anni in Benin, i villageois erano animati dalla cognizione del presente. Ogni sforzo, immane, nel condurre la vita un passo avanti, si concentrava sul pasto del giorno, sul bacile d’acqua attinto al fiume. Del domani non v’era certezza, e non in senso poetico. Domani, un attacco di malaria, il morso di un serpente, ti potevano ammazzare. Questi novanta martiri non fanno eccezione, ripongono la loro speranza di sopravvivere in una patetica busta di plastica con provviste per qualche giorno. Eppure sono mossi dal titanico e quasi epico sogno di cambiare la propria esistenza, e Paris li descrive come l’Africa che si muove. La voce narrante è quella di Nacer, un trentenne marocchino contaminato dalla lunga consuetudine alla lettura, taciturno e coraggioso, in cui a guardare bene si intravedono delle caratteristiche dello scrittore, come l’entusiasmo e un tratto di intelligente malinconia.

La scena è pronta, sapientemente tratteggiata da un Paris che fa un uso disinvolto e personalissimo delle parole, combinandole in metafore indelebili,come bucare il mare…

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RETABLI DI MARILIA BONINCONTRO

Marilia Bonincontro ha il dono dell’assenza: sistematica, ostinata, orgogliosa.

Un dono tanto prezioso ché le sue delicate apparizioni, i suoi slanci di presenza hanno tutto il gusto di capovolgere il mondo ed aprirlo alla festa del colloquio, mai banale mai scontato, alla festa della mente.

Noi Abruzzesi abbiamo una Cristina Campo nostrana e non lo sappiamo.

Non lo sappiamo proprio a causa di questa sua volontà di essere sempre assente. Ma è lì, con una magia di montaliana memoria, che si invera l’incanto di Marilia: grazie a questa assenza la Bonincontri passa la sua vita tra i libri, in un’architettura fatta di carta, immagine e somiglianza del magnifico edificio della sua mente.

Oggi vi doniamo tre poesie tratte da Retabli, Noubs 2006 (link per catalogo), nella speranza che la magia di cui vi parliamo catturi anche voi.

MARILIA BONINCONTRO

Retablo di Paul Celan
Ancora martella -
la parola – nel nudo
cratere di cenere.
Ancora incalza
l’invito dell’Ombra -
sprich auch du -
il coro dei morti
dalla terra bruciata.

Retablo di Cristina Campo
Da San Michele in Bosco
all’Aventino – infanzia
e addio. Icona
 dell’Altrove – fiaba
e mistero – e lievi mani
d’angelo bizantino.

Retablo di Greta Garbo
Come Piccarda – luce
nella luce svanita -
così Anna – Mata -
Greta – uscita
dallo specchio – Cristina
infinita – vi ritorna.

Marilia Bonincontro è nata e vive in Abruzzo, dove è stata insegnante. Ha pubblicato, raffinata esteta, numerosi testi di poesia, spesso pensati come libri-oggetto preziosi, realizzati con artisti, ed inoltre saggi e traduzioni. Le poesie qui riporate sono tratte da Retabli, Noubs, 2006.

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