Posted on 20 febbraio 2012

Inedito del Maestro SABATINO CIOCCA

Sabatino Ciocca, regista teatrale, è anche scrittore teatrale e umorista. In alcuni dialoghetti “morali” ha immaginato di far agire nella quotidianità personalità di spicco della nostra storia, evidenziando i luoghi comuni, le banalità, le situazioni involontariamente comiche a cui sono esposti anche i Grandi. Ve ne sottoponiamo uno attribuito, apocrifo, al Sommo Giacomo Leopardi.  

 

DIALOGODI UN BARBITONSORE E

UN AVVENTORE OCCASIONALE

Prosetta satirica apocrifa attribuita da Sabatino Ciocca a Giacomo Leopardi.

  • Capegli,signore?

  • Pel davanti non createvi scrupolo di sfoltire; la nuca me gli lasciate compatti, così per illuderci di porre riparo a certune fitte che, al menomo decadere de la stagione calda, si rimettono in uso.

  • Se non ci s’assiste da per noi stessi, diamo licenzaa la natura di scombuiarci come più l’aggrada… Un poco di tinta, signore?

  • No. Codesta è una stramberia.

  • Dal vostro dire m’era parso. E pure v’hanno clienti c’hanno in odio d’incanutire.

  • E quand’anche non lo volessimo? Credete voi bastevole lasciarsi colorire i crini per porre freno al corso naturale de l’esistere nostro? Cotesto stante, dovremmo accordare a la tintura virtù taumaturgiche, la qual dote,consentitemi, è totalmente mendace.

  • Nondimeno, da che ho in uso di tingermi la capegliatura, non provo nemmanco un minuzzolo d’un acciacco.

  • Cotesta,signore, è ciò che gli indagatori de la psiche nomano autosuggestione.

  • E mi sono ammogliato!

  • Vedete? Mi date ragione. Lasciate trascorrere un poco ancora di stagioni e troverete motivo di rammaricarvene.

  • De la moglie o de la tinta?

  • E’ il medesimo impiccio, signore, essendo l’una cosa effetto de l’altra.

  • E dunque voi negate a la tintura il merito di farci parer più giovani?

  • Sostengo, schiettamente, che non ci rende meno vecchi. Non è racconciandoci il capo che possiamo licenziar da noi l’angoscia de la morte. Cotesta vostra, credetemi, è una ridevole illusione. Su via, signore, non fingete di non comprendere. Chi vuol privarci de la serena rassegnazione a l’eternale trapasso è mosso unicamente da l’infido scopo di renderci vieppiù serventi dei rapporti, dei doveri, de le sociali obbligazioni. E non è cotesto un fabbricar mercato su le nostre angosce? Ora ditemi, vi pare un insulto attestare ch’è nostro dovere, noi essendo nati, morire? No, no, signore, che fate? Non è co’ l’ufficio del toccar ferro che potete rifuggire dal debito assunto co’ la morte.

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, Prima parte

Pubblichiamo la prima parte del diario di viaggio del grande LUCIANO TROISIO, a Timor Est.

Seguiranno altre tre appuntamenti…

Buona lettura!

Luciano Troisio, patavino, ha insegnato nelle Università di
Padova, Pechino, Shanghai, Bratislava, Lubiana; visiting a
Tokyo e Melbourne. Autore di varie pubblicazioni scientifiche
e sperimentali. Globetrotter, poeta e giornalista, dal 1975 ha
bighellonato in Asia realizzando diari e reportage.
Opere recenti: Tirtagangga e varie sorgenti, Marsilio,
Venezia, 1999; Viaggio a Ko Ciang, ilverri, Milano, 2001;
Nuvole di drago, La Battana, Fiume, 2003; Parnaso d’oriente,
Marsilio, Venezia, 2004; La ladra di pannocchie, Manni,
Lecce, 2004; Folia sine nomine secunda (con Cesare Ruffato),
Marsilio, Venezia, 2005; Oriental Parnassus, (translated by
Luigi Bonaffini), Legas, New York, 2006; Appunti vacanzieri,
La Battana, Fiume, 2006; Strawberry-stop, LietoColle,
Faloppio, 2008.
Non ha mai vinto nulla.
E’ socio del P.E.N. Club Italiano e membro del Perama Club
di Bali.

Fulvio Tomizza ha scritto un libro intitolato: Dove tornare.    Ispirandomi a lui potrei intitolare queste note: Dove non tornare.

Il paese è piccolo e dai molti nomi: Timor Timur, Timor Est, Este, Leste. In lingua Tètun, che è quella parlata da sempre dai timoresi (e ignorata dai portoghesi): Timor Lerosa’e.
Il lemma Timur, già citato da Pigafetta, significa in malese: Est.

Se dovessi cominciare a scrivere su Timor inizierei da quella volta che lessi sul sito del MAE che c’erano disordini, che bisognava evitare i luoghi affollati e soprattutto che c’erano diverse malattie infettive a cominciare dal dengue (trasmessa da zanzare), di cui esistono tre ceppi, e beccato uno non è detto che non si possano prendere anche gli altri due. Particolare grave: c’erano più di cento casi mortali. Frenato di molto nel mio desiderio di visitare il paese, notai che il Consolato (onorario) d’Italia cui eventualmente fare riferimento, era in realtà quello di Bali. L’unico indirizzo fornito a Dili era quello delle Suore Canossiane di Becora (quartiere della capitale).

Una volta, prima del terrorismo islamico, era più agevole viaggiare in Asia. Molti stati concedevano on arrival un visto gratuito per tre mesi. Ora le cose sono cambiate: esclusi i paesi dove nessuno vuole restare più di due giorni (come ad es: Hong Kong o Singapore), i visti sono per 30 giorni e a pagamento. Ottenere un’extension si può, sempre pagando, e perdendo molto tempo. Se c’è, meglio affidarsi a un’agenzia; ancora meglio ad amici, specie in paesi corrotti. (L’Indonesia ha il primato mondiale e quindi il problema non dovrebbe nemmeno esistere).
Da Bali si può volare a Timor Leste (nome ufficiale del nuovo stato, indipendente dal 2003) in due ore. Il costo non è eccessivo. Ci si può trattenere 30 giorni. Non c’è nulla da vedere di culturale in senso stretto. Per le bellezze naturali, non eccessive, bisogna spostarsi con ambigui autobus che partono alle 5-6 del mattino. Non esiste il concetto di puntualità.
Il paese è stato distrutto ben cinque volte durante il Secolo Breve. (L’unica testimone e memoria storica che ha vissuto tutte e cinque le distruzioni era la canossiana Suor Erminia Cazzaniga, originaria di Vimercate; nel 1999 fu barbaramente assassinata assieme ad altri sei religiosi, da timoresi che indossavano uniformi indonesiane). Di tutto quel poco che hanno costruito i Portoghesi in 450 anni, pare sia rimasta solo una chiesa di S. Antonio a Mataia, e l’attuale palazzo del governo a Dili, la capitale.

Prima di partire dall’Italia consultai nuovamente il sito del MAE. Non c’era più traccia di dengue, di disordini. Stetti un mese a Bali, tra Legian, Ubud e Sanur. Tutti bei luoghi più o meno affollati. Nessun italiano. L’amico Sama, alla mia domanda: è meglio andare all’aeroporto da Kuta (avevo sempre speso 25.000 rupie) o da Sanur, mi assicurò che era meglio da Sanur, tutta autostrada (infatti spesi 88.000 rupie…). Bali è un paradiso dove il traffico somiglia a quello di Mestre prima del passante. Fatti bene i conti, andare alla misteriosa Timor Est mi avrebbe anche permesso di evitare le folle europee in agosto e risolto i problemi di extension. (Non fu così, ma descrivo in altra sede il martirio delle quattro visite all’ambasciata indonesiana di Dili, senza ottenere nulla. NB: l’amministrazione pubblica indonesiana è totalmente islamica e non ha nulla a che vedere con Bali, la gentile Insula Deorum interamente indù).
La compagnia interna Merpati parte dal settore domestic, come se Timor fosse parte dell’Indonesia, che la invase per 24 anni. Aereo abbastanza grosso, pieno, servizio miserevole, passeggeri quasi esclusivamente indigeni; accanto a me un australiano che in due ore mi dipinse un quadro a tinte fosche: Timor è poverissima, i prezzi sono altissimi, non c’è nulla, esporta solo caffè e deve importare tutto. Produrre qualcosa costa molto di più che acquistarla, per es. dall’Indonesia. I turisti sono circa 7.000 l’anno.
C’era anche un sussiegoso diplomatico con la giacchetta nera d’ordinanza (ormai li riconosco da lontano) e una donna brutta di età indefinibile tra i 25 e i 50, mandata dall’Università di Coimbra per dimostrare che i Portoghesi non erano stati dei clamorosi figliendrocchia abbandonando a se stessa la colonia, ben sapendo che sarebbe stata aggredita dall’Indonesia.

All’arrivo notai subito che la polizia era formata da bei giovanotti, anche bianchi, in eleganti divise griffate, come se si girasse un film.
In Asia la polizia è formata dai soliti poveracci, spesso trasandati, provenienti dalle aree più disgraziate del paese. Questi invece avevano un non so che di allegro, disteso, sorridente. Mi accorsi quasi subito che si trattava di truppe dell’ONU di molte nazionalità diverse. Chiesi a un nero se fosse americano -ma non ci sono americani tra le 143 (?) nazionalità presenti-, era di un paese africano; poi notai le bandiere sul braccio: soprattutto Turchia, Portogallo, Australia, Malesia.

A Timor non esiste nulla di nulla, non una cartina del paese, nessuna guida turistica né una mappa della capitale Dili (sarà proibito dall’ONU per sottili strategie militari?) né un elenco degli alberghi, insomma lo sparuto turista viene lasciato in balia dei tassisti, che negli aeroporti notoriamente sono una razza schifosa in tutto il mondo. Sembra una farsa, ma non esiste nemmeno una moneta: il paese usa i dollari americani. E ha coniato solo i centavos, anche il 25 cents. come il quarto di dollaro. Il tassista mi portò su mia richiesta al Timor Hotel dove la sola camera costava da 150 a 500 dollari al giorno (più tutti gli extra a pagamento, anche internet). Prendendo la pessima venivo a spendere 3.500 dollari, ma ne avevo solo 1500.

Scoprii presto a mie spese che non esistevano indirizzi precisi, né numeri civici. Cambiai tre o quattro tassisti finti ignoranti e ladroni, vidi stamberghe umilianti, finalmente arrivai all’Hotel Sebastiao da Costa, nell’omonima strada: uno squallore di stanzetta che aveva però A/C e televisione. L’acqua, solo fredda, era marrone come il fango degli astrattisti psicotici a Venezia.

Qui la gente è assai diversa dagli indonesiani; sembra che ci siano due o tre etnie (in realtà la nazione è linguisticamente divisa  in 16 dialetti-lingue). Quelli che non hanno anche sangue portoghese tendono ad assomigliare più agli Australiani o ai Papua. La Papuasia si trova molto a nord rispetto a Timor, mentre l’Australia è a un tiro di schioppo, circa 500 km. Nell’albergo i gestori erano una donna bruttissima vestita all’europea, un uomo grasso molto molto fine e un ragazzo dai capelli ossigenati lunghi legati in tante treccine. Lavora in Australia. Al momento non c’era nessun asciugamano asciutto. Essendo esausto accettai di dormire lì, tenendo conto che avevo già visitato tre alberghi, di cui due diroccati e infestati da erbacce, dove nessuno sapeva nulla di nulla. Avevo acquistato, alla libreria Periplus di Ubud, l’unica guida esistente, precedente all’indipendenza del Paese, che s’intitola: East of  Bali e parla di tutte le Piccole Isole della Sonda, dedicando a Timor Est qualche pagina colma di inesattezze. Quegli alberghi erano consigliati e la studiosa portoghese si era degnata di informarmi che i pochi altri nominati in realtà erano stati chiusi o completamene ristrutturati e inavvicinabili per chi paga in contanti di tasca sua e non viene rimborsato da nessuna allegra fondazione.
Era già pomeriggio inoltrato, e in una capitale è meglio sistemarsi subito prima che arrivi il buio, popolato di miti lestofanti, nonostante le molte truppe Onu. Pensai di andare subito a salutare le suore canossiane. Il grasso molto fine fu molto gentile e mi procurò subito l’indirizzo delle suore (che però nella capitale hanno ben quattro sedi diverse). Indovinai quella dove si trovava l’unica italiana: suor Maria. Fui ricevuto molto gentilmente da una sorella timorese che parlava italiano (studiano tutte a Roma due anni). Mentre aspettavo in un salottino, una bambina vestita di rosa venne a baciarmi la mano. Nel salottino c’era una donna dall’aspetto assai malandato.
Ecco suor Maria, anziana, magra leggermente accartocciata. È di Brescia, parla con un simpatico forte accento. Mi accoglie con grande cordialità. Reco i saluti delle canossiane di Padova; mi dice subito che non si conoscono perché si tratta di una “diversa Provincia”. (La casa madre si trova in provincia di Verona. La fondatrice è Santa Maddalena, marchesa di Canossa). Chiedo se per caso hanno un collegio o una foresteria. Mi risponde che forse la superiora potrà aiutarmi, e in ogni caso subito generosamente mi invita ad andare a mangiare da loro. Devo aspettarla perché è impegnata in una riunione. Intanto la suora vuole offrirmi una bibita, mi fa accomodare in un altro attiguo salottino/parlatorio e sta per andare a ordinare, ma torna indietro e chiede alla donna in lingua tètun che cosa vuole. Si gira verso di me e dice: -tutti chiedono aiuto, non hanno da mangiare, ma noi non abbiamo niente, al massimo possiamo dare un po’ di riso.-  Estraggo una banconota e la porgo di nascosto alla suora. Gliela dia lei. Consegna la banconota e dice che l’ho data io. Poi sparisce.
Mi siedo nel modesto salottino dove tutto è semplice, ordinato, ornato di centrini di pizzo immacolato (li fanno loro). Dopo un minuto si presenta un uomo scapigliato male in arnese e mi bacia la mano, poi la bambina rosa; mi schermisco e le faccio una carezza, poi la madre quasi piangente. Un enorme imbarazzo. Torna suor Maria, arriva un’altra sorella, scalza, molto giovane con un vassoio di lattine, acqua e una torta che fanno loro. Assaggio una fettina e bevo acqua.  Intanto arriva la superiora: madre Guglielmina (ma andrebbe scritto all’olandese) una donna solida, forse nemmeno cinquantenne, che trasmette un’idea di grande autorevolezza. Parla un discreto italiano. Parla poco. Dice che può ospitarmi, ma non lì, bensì nel collegio femminile a Balìde (altro quartiere di Dili) vicino alle colline. Chiedo se c’è l’acqua calda. Non c’è, ma a richiesta possono fornirne delle secchie. Chiedo quanto costa la stanza e mi risponde che me lo dirà l’indomani.
Capisco che non devo trattenermi, saluto e me ne vado dopo aver fermato un tassì che stavolta mi chiede pochissimo. Al Sebastiao guardo un po’ una miserevole tv, dormo discretamente. Non oso lavarmi con quell’acqua fangosa. Il giorno dopo mi alzo tardi, non riesco a trovare un buco per bere un caffè. Trascino i bagagli (a rotelle) fino a una strada principale di questa capitale che sembra un paese. Prendo un tassì. L’appuntamento è per mezzogiorno e certo non oso arrivare in anticipo. Il tassista sembra intimidito dall’indirizzo, è un ragazzone scuro, con tanti capelli; sul cruscotto c’è un incavo dove tiene i dollari appallottolati uno a uno. Non ho mai visto dollari così malmessi, quasi neri da verdi che erano. Arriviamo al cancello, entriamo: c’è una stradina in leggera salita. Scarichiamo i bagagli. Nel grande cortile ci sono molte ragazze che fanno pulizia. Una suorina mi riceve, dice che le superiora è in ritardo, mi fa accomodare in una stanza all’ingresso. Intanto arriva un bellissimo bambinetto scuro dai capelli biondi. Mi bacia la mano e mi abbraccia molto forte, mi tiene abbracciato prigioniero anche quando mi metto seduto. Penso che l’avranno ossigenato per fargli fare l’angioletto.
Arriva la superiora, mi fa vedere la stanza che si trova a pianoterra di un’ala dell’edificio centrale. La stanza è in perfetto ordine, il lettino alquanto ristretto risulterà scomodo, aria condizionata, frigorifero pieno di bottiglie d’acqua, distributore di acqua fredda e bollente, ciabatta con varie prese, scritte di benvenuto, scrivania, corredo di tazze per il the (timorese). Il bagno ha un armadietto colmo di saponette varie, shampoo ecc. Ce ne sono col prezzo in rupie: centomila, cioè circa 11 dollari, c’è anche l’anitra per il water (che essendo indonesiana reca la scritta bebèk, anitra appunto). E poi ventosa, scopino, non manca nulla, un corredo completo. Noto sulla destra un grande mastello di plastica azzurra colmo d’acqua purissima. Penso che sia il solito sistema del sud che non sa dell’esistenza dello sciacquone, (ma qui c’è un normale water). Noto varie bacinelle, di varia capacità, segnale inquietante… Quando apro il rubinetto del lavabo (se posso mi lavo le mani circa ogni mezzora) cominciano i dolori, perché mi resta in mano e scopro che sotto non c’è nessuna canna. Torno dalla madre, mi dice che non mi preoccupi, che avrò tutta l’acqua che voglio e infatti arrivano subito due ragazze con grandi secchie. Durante la colazione la suora mi spiega che tutto l’impianto è fuori uso, che ci vogliono 500.000 dollari per ristrutturare e loro non li hanno. Quindi tutto il collegio da anni è rifornito d’acqua, devo dire molto pulita e cristallina, a secchie e taniche.
Tralascio altri particolari sulle mie fredde abluzioni timoresi.

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INEDITI DEL POETA NAPOLETANO ANTONIO SPAGNUOLO

Per i nostri lettori alcune poesie inedite del poeta napoletano ANTONIO SPAGNUOLO (1931).

Buona lettura!

ANTONIO SPAGNUOLO

Spazi

 Ho rincorso le veglie per non impazzire

tra le stanze e gli spazi che vuotano il tempo,

in questo scorrere di giorni,

e l’incontro ancora come un ladro incallito

fra le moine graziose della tua stagione.

Tutti quei segni che fingevano le note

avvolte nella pigrizia,

quello strano connettersi alle mani,

quando il profumo aveva gesti

per aggiungere al sonno il fiducioso

rintocco di campane.

tra gli angoli delle vecchie case

nascoste e sempre ardenti.

Svolgo ancora incertezze

tra le zone del grigio ed il riverbero

delle illusioni, al respiro che cadenza

gli strappi del ricordo, le sbiadite tracce

di lunghi mormorii,

allucinazioni

che sfidavano giorni alla deriva….

Quando ogni magia è svanita

ho conservato per le nuove pretese

le tue labbra a soccorrere finzioni,

a disvelare gli improvvisi ritrovi dell’amore,

con le fertili zolle e il luccichio

di sicuri ritorni, quasi incandescenti.

 

Richiami

Torno ai richiami della tua custodia

in curve di magnolie, nello scirocco indeciso,

e il movimento è un tonfo di carotidi incrinate,

di isterie e di rimandi.

Sovraccarico d’anni fingo certezze

tra le ombre

per dragare le note di un sospetto:

imbrattavo le notti, mentre la sera spezza i tendini

per l’impazienza della monotonia.

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IL DEFUNTO, UN RACCONTO DELLA SCRITTRICE TIJANA M. DJERKOVIC

IL DEFUNTO, racconto della scrittrice giornalista e traduttrice serba TIJANA M. DJERKOVIC, fa parte della raccolta Il Piccolo vestito nero, pubblicato in originale serbo nell’Edizione “L’onda” dalla Casa editrice “Albatros plus” di Belgrado nel 2009. La presente traduzione è a cura della stessa Djerkovic.

Buona lettura!

IL DEFUNTO

a Mihailo

Lo scienziato russo, Kostantin Korotkov,

afferma di essere riuscito a fotografare

l’anima al momento della morte

e sostiene che la parte spirituale dell’uomo

rimane ancora qualche tempo

intorno al corpo…”

Moskovskij Komsomolets

Mosca

Ne conoscevo un paio. Uno di loro era un mio compagno di classe. Chi se lo scorda; mi aveva colpito la notizia della sua morte, parecchio. Fino al punto che, per un pò di tempo avevo perfino smesso di fumare. Suo padre, sentinella pietrificata, stava in piedi accanto alla cassa da morto del figlio, immobile come una cariatide nera della disgrazia, porgeva la mano di ghiaccio accettando le condoglianze, senza muovere un muscolo sul suo viso da robot, fissando lo sguardo per terra. La terra. Quando mi vide avvicinarmi a lui, anch’io stesso parte di quella grave cinta umana di terrore, incredulità, confusione, tristezza, angoscia – si! angoscia; di fronte alla morte tutti ci sentiamo inadeguati, frustrati, inadatti al grande compito, come se fossimo andati al lavoro vestiti di sole mutande, o fossimo corsi sulla neve, scalzi – che muta, trascinando i passi pesanti sul marmo liso della cappella, si stringeva intorno al feretro, cedette. Mi strinse forte a sè, non in un abbraccio ma in uno spasmo, e pianse. Non avevo forza per consolarlo. Nè intenzione. Piansi con lui. Non c’era consolazione, lui lo sapeva meglio di me. Ero più che un parente stretto di suo figlio, ero amico di sempre, dalla prima infanzia, depositario prezioso dei nostri ricordi comuni. Una parte della vita vissuta dal suo unico figlio, continuava dentro di me, insieme a me. Sulla mia spalla poteva liberamente lasciarsi alla disperazione, singhiozzare. Piangevo anch’io. Al diavolo la regola dell’ educazione che ci impongono da quando si è piccoli – l’uomo che piange non è abbastanza uomo! Questa specie di molestia in famiglia non è stata contemplata da alcuno studio importante, relativo ai comportamenti nell’ambito dell’unità primaria della società. Forse perchè resiste solo qui, da noi, dove dalla notte dei tempi, sono i padri a sotterrare i figli morti, anzichè al contrario, stringendo i denti fino alla rottura – per non piangere.

Lo scienzato russo, il fisico Konstantin K., da molti anni sostiene di aver fotografato l’anima nell’esatto momento della morte. Questa affermazione è stata riportata dalla stampa mondiale; ne ho letto qualcosa. Il sanpietroburghese dice che lo spirito di ogni essere umano rimane nelle immediate vicianze del proprio bozzolo morto da un minimo di otto a un massimo di quarant’otto ore. Si sbaglia. Le mie, come le chiama l’egregio Kostja, oscillazioni fosforescenti del campo elettromagnetico già da settanta ore permangono vicino al mio corpo morto.

Fino ai miei quarant’anni sono stato a diversi funerali di persone a me care, di qualche partner di lavoro, del vicino di casa, dei due parenti, uno stretto, l’altro quasi sconosciuto; ho assistito perfino al funerale di Tito – ci prelevarono direttamente a scuola e fummo accompagnati dagli insegnanti; sembrava, diociguardi!, stessero portando dei condannati al patibolo, che tristezza! e pianti sommessi; c’era però chi in attesa di passare vicino al feretro, si scambiava le biglie di vetro, chi le figurine; in seguito fu compilato il Registro di attività e nell’apposita casella fu scritto che quel triste giorno, non solo per la nazione ma anche per il mondo intero, si era tenuta l’ora di educazione pratica con il titolo La morte del Capo.

Visto che mi rimangono sole due ore, capisci che non rinuncerei per nessuna ragione al mondo a partecipare alle mie esequie.

Ehi! Kostja, caro mio, sono pochi quelli che hanno creduto negli esiti della tua complessa e greve ricerca lunga interminabili venticinque anni.

Figurati, ha fotografato l’anima! Io, vedi, caro mio, ti credo, e capisco quanto è stato difficoltoso e pesante il tuo lavoro. Molti non hanno un’anima; oppure se ce l’hanno è così spicciola e flebile che ti era impossibile perfino intuirla, e ancor di meno fotografarla. Ti credo, sai, anche perchè io stesso sono passato al di là, eppure guarda caso, sono ancora trattenuto al di quà.

Sono rimasto terrorizzato quando si è avvicinata. Anche se non fossi stato da solo, e comunque nella morte si è sempre soli, avrei avuto paura. Era invano cercare di darsi coraggio di fronte a chi era infinitamente più potente. Eppure la paura è durata solo un singolo istante, troppo breve per poterla chiamare paura. Si trattava più che di altro, di un disperato sussulto di sorpresa. Se mi fosse stato concesso un attimo di tempo in più le avrei detto: e tu che ci fai qui? Avrei azzardato un gesto di disperata, iraconda disapprovazione, già che non ci fu il tempo per formulare un lascito di parole e congedo a quelli che amavo.

Si è addormentato, dissero, e non si è più svegliato. Una bella morte. Che idiozia! non esiste una morte bella. Mentre cercavano di farmi riacciuffare la vita, premendomi selvaggiamente la gabbia toracica, – che, se fossi stato vivo, avrei urlato dal dolore e gli avrei sferrato un bel calcio -, in cerca di un minimo, anche il più fievole battito del mio cuore, devo ammettere – speravo ancora. Cercai anch’io di darmi da fare, cercai di mandare un segno straziante del mio esserci ancora, anche se sapevo che dall’Incontro erano passate già delle ore, ore. Invano. La barriera delle mie vene morte, del mio cuore ammutolito, delle mie pulsazioni interrotte di scatto, si era già irrigidita e trasformata in pietra. Non avevo forze per scardinarla; non riuscii ad evadere fuori di me stesso; tzak! la trappola si era chiusa. Rimasi freddo.

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