Sabatino Ciocca, regista teatrale, è anche scrittore teatrale e umorista. In alcuni dialoghetti “morali” ha immaginato di far agire nella quotidianità personalità di spicco della nostra storia, evidenziando i luoghi comuni, le banalità, le situazioni involontariamente comiche a cui sono esposti anche i Grandi. Ve ne sottoponiamo uno attribuito, apocrifo, al Sommo Giacomo Leopardi.
DIALOGODI UN BARBITONSORE E
UN AVVENTORE OCCASIONALE
Prosetta satirica apocrifa attribuita da Sabatino Ciocca a Giacomo Leopardi.
-
Capegli,signore?
-
Pel davanti non createvi scrupolo di sfoltire; la nuca me gli lasciate compatti, così per illuderci di porre riparo a certune fitte che, al menomo decadere de la stagione calda, si rimettono in uso.
-
Se non ci s’assiste da per noi stessi, diamo licenzaa la natura di scombuiarci come più l’aggrada… Un poco di tinta, signore?
-
No. Codesta è una stramberia.
-
Dal vostro dire m’era parso. E pure v’hanno clienti c’hanno in odio d’incanutire.
-
E quand’anche non lo volessimo? Credete voi bastevole lasciarsi colorire i crini per porre freno al corso naturale de l’esistere nostro? Cotesto stante, dovremmo accordare a la tintura virtù taumaturgiche, la qual dote,consentitemi, è totalmente mendace.
-
Nondimeno, da che ho in uso di tingermi la capegliatura, non provo nemmanco un minuzzolo d’un acciacco.
-
Cotesta,signore, è ciò che gli indagatori de la psiche nomano autosuggestione.
-
E mi sono ammogliato!
-
Vedete? Mi date ragione. Lasciate trascorrere un poco ancora di stagioni e troverete motivo di rammaricarvene.
-
De la moglie o de la tinta?
-
E’ il medesimo impiccio, signore, essendo l’una cosa effetto de l’altra.
-
E dunque voi negate a la tintura il merito di farci parer più giovani?
-
Sostengo, schiettamente, che non ci rende meno vecchi. Non è racconciandoci il capo che possiamo licenziar da noi l’angoscia de la morte. Cotesta vostra, credetemi, è una ridevole illusione. Su via, signore, non fingete di non comprendere. Chi vuol privarci de la serena rassegnazione a l’eternale trapasso è mosso unicamente da l’infido scopo di renderci vieppiù serventi dei rapporti, dei doveri, de le sociali obbligazioni. E non è cotesto un fabbricar mercato su le nostre angosce? Ora ditemi, vi pare un insulto attestare ch’è nostro dovere, noi essendo nati, morire? No, no, signore, che fate? Non è co’ l’ufficio del toccar ferro che potete rifuggire dal debito assunto co’ la morte.
-
E non potrebbero, signore, le tinture essere reputate un civettuolo appagamento a le picciole fatuità de la vita?
-
Sequitate pure in cotesto compassionevole inganno, se da ciò riuscite a cavarne anche un sol zinzinino d’utilità; ma gli è, caro signore, che coteste son carnovalate. Ci adopriamo, brighiamo, brogliamo col fallace disegno d’obliare a noi stessi la nostra caduca natura, camuffandoci meschinamente ne la riposta speranza di non pagar dazio. Credetemi, signore, non v’è tintura che tenga!
-
Bisogna che mi scusiate, ma vi pare legittimo di negare ad un cliente la lusinga di sapersi nuovamente giovine, e col solo modico sborso d’una tinta?
-
Non statevi in agitazione, signore. Potete voi ben pareggiare l’utile mancato maggiorando il costo de le barbe, de le frizioni, se cotesta è la cagione del vostro sdegno; ma le tinture…Non v’illudete, signore, e non illudete più oltre i vostri avventori. Per cotali ragioni sostengo con forza la fatuità de le tinture…
e la loro ingiustezza.
-
Anco?
-
Eh si, caro signore. Considerate un calvo.
-
E che c’azzeccano ora i calvi?!
-
Se m’accordate ancora un poco di pazienza capirete da per voi come ci azzeccano. Negando al calvo madre natura la capegliera, ne la realità lo dispensa da l’appellarsi a le tinture.
-
E cotesta la trovate un’ingiustezza verso il calvo? O non è piuttosto un’angheria, anzi due, contra di noi barbieri? L’ingiustezza, semmai, ha da imputarsi a la natura, non a le tinte.
-
A la natura, dite? No, signore, no. L’iniquità de le tinture è palese, ed è cotesta: indotto da le altrui compassionevoli guardate a pareggiarsi con coloro che bellamente soglion cavarsi il ticchio di colorirsi a piacimento la capegliatura, il calvo s’imporrà d’acquistare queg’impiastri che si bisognano alla crescenza del crine.
-
E via, signore! Primieramente avversate le tinture, ora imprecate contr’a gl’impiastri. Avete, per avventura, un conto aperto co’ noi barbieri?
-
Che andate a intendere?! Nossignore. Io ho solo in odio le tinte. Vi domando: l’allegrezza del calvo per la rinata capegliera che dura se non lo spazio de lo spuntare del primo canuto crine? E non tenete pel vero, signore, che con esso si rattizza in cotesto infelice l’angoscia de la morte? E che cotesto infelice pietosamente s’affretta a porvi riparo tingendosi il capo? E non è, signore, un’atroce beffa cotesta de le tinture di gabbare l’intiera umanità co’ la fallace pretenzione di levarsi a panacea contra l’angoscia de la morte? E non è, infine, doppia l’ingiustezza verso il calvo che, affrancato da la natura, è da la tinta reso di nuovo schiavo e a sue spese?
-
Per sorte, negoziate in parrucchini?
-
Nossignore. Sono impresario d’onoranze funebri.
Giacomo Leopardi

Reblogged this on i cittadini prima di tutto.