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Trying to Pray, James Wright – Una lettura, di Federica D’Amato

Un focus sul poeta americano Charles Wright (1935 ), di Federica D’Amato, che si sta occupando della traduzione di alcune sue poesie.

Il brano è tratto dal n°38 di Nuovi Argomenti, “Demoni”, Aprile-Giugno 2007; la traduzione è di Damiano Abeni.

 

 

“I touch leaves”, leggendo Wright

di Federica D’Amato

 

Provando a pregare, di James Wright

Stavolta mi sono lasciato il corpo alle spalle, e piange

tra le sue spine scure.

Eppure,

c’è del buono a questo mondo.

Si fa sera.

E’ il buio buono

delle mani di donne che toccano forme di pane.

L’anima di un albero comincia a muoversi.

Sioro foglie.

Chiudo gli occhi, penso all’acqua.

 

 

Definirei questa poesia di Charles Wright magistrale nella sua bellezza.

Vi è un continuo moto ascensionale e discensionale dalla carne all’essere – e viceversa; tale movimento, che è sublimante la parola, informa l’ontogenesi delle immagini. Ecco, proprio le immagini, virtù della poesia, riposo della parola dopo tanto sforzo per trovarsi silenziosa, “sul modello del silenzio”, diceva Celan: Wright fa vaporare le immagini, esse risultano perfettamente aderenti all’intentio del dettato: pregare, dunque, parlare per effigi, opali, segni residuali.

“Stavolta mi sono lasciato il corpo alle spalle”: corpo e preghiera così si separano, subentra l’attenzione al vuoto, la preghiera dell’anima che avverte, nonostante il peso occidentale (quello “still”, quell’ “eppure”), il buono di questo mondo. Nella direzione della rarefazione che troviamo in questa, come in altre poesie della raccolta The branch will not break (Il ramo non si spezzerà, 1963), azzardiamo uno sguardo su Wright come illuminato epigone di George Trakl. A riguardo, l’oggetto metafisico per eccellenza di Trakl, il buio, ritorna nella nostra poesia proprio nel punto in cui essa scavalca il fenomeno, il corpo dimentica quel piangere e nel “buio buono” ritorna l’esperienza, l’erotismo nei confronti di ciò che è sostanza, “mani di donne che toccano forme di pane”.

Dopo tutto si rivela: le immagini ci sono, abitano il luogo della poesia: “sfioro foglie”.

Dopo il buio si fa totale perché “chiudo gli occhi, penso all’acqua”, subentro nella condizione del vedere.

Penso all’acqua, all’essere. Penso a niente.

 

 

 

Trying to Pray, James Wright

This time, I have left my body behind me, crying

In its dark.

Still,

There are good thing in this world.

It is dusk.

It is the good darkness

Of women’s hands that touch loaves.

The spirit of a tree begins to move.

I touch leaves.

I close my eyes, and think of water.

 

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WALTER SITI MAGISTER, di Federica D’Amato

Brevi note di lettura di Federica D’Amato, sul grande scrittore Walter Siti, in questi giorni in libreria con il suo nuovo romanzo, Resistere non serve a niente, Rizzoli 2012.

Walter Siti magister

di Federica D’Amato

Nell’andare in libreria c’è da soffrire.

In quell’improbabile pellegrinaggio larvale delle nostre anime su facebook, twitter et alii, c’è anche da star peggio: chi ti molesta in libreria con romanzi privi d’ogni decenza escatologica, in rete pompa decadenza. Per non parlare di coloro che essendo ubiqui sui blog letterari, si considerano scrittori, e vai a vedere al massimo hanno partecipato a qualche antologia. O gli esordienti delle grandi case editrici che si improvvisano critici letterari sui quotidiani del casato? Con un bagaglio culturale che può vantare tutta la letteratura dagli anni ’90 sino ad oggi, imbastiscono faide contro il sistema che li nutre, consumandoli.

Dunque, il Male. O l’indifferenza assoluta?

La seconda. Lo fa intuire Walter Siti, non con Resistere non serve a niente (Rizzoli, 2012) – la cui lettura sospiro da giorni, timorosa ma spietata ché lì dentro vi sia un risposta fatale. No. Lo fa con uno scritto occasionale che prepara, soffre le lascive brutalità del contemporaneo: nelle risposte al Questionario Moraviano, proposto da Nuovi Argomenti, n°40, serie quinta del Settembre/Ottobre 2007, omaggio a Moravia ad un secolo dalla nascita.

Alla domanda se abbia senso oggi parlare di impegno di uno scrittore, Siti secca gli entusiasmi, affermando “non riesco a pensare alla letteratura se non come a una forma di impegno”. E’ impegnato lo scrittore, anche il più valoroso, che oggidì informa il regime di realtà della letteratura? No, col danno irreparabile che “il più valoroso” non scrive più, ha abdicato silenzioso per non perire, ha compreso che “resistere non serve a niente”. Perché? Ancora Siti “la letteratura ben pettinata, quella che porta scritto in fronte ‘letteratura’, quella che intrattiene e ci fa sentire fighi, è semplicemente prostituzione e non vale la pena di parlarne”. Mi sembra una ottima descrizione del fenomenico riportato ad incipit della presente lettura.

Proseguendo, nella vexata quaestio degli equilibri tra diritti privati e pubblici, Siti fulmineo: “intorno alla letteratura in quanto letteratura non si crea mai consenso. Chi esalta il libro di Saviano fino a farne un manifesto del PD, in realtà non parla del libro di Saviano ma della moda contenutistica che si è creata intorno ad esso”. In quest’aria pestifera e plastificata, dove respira quell’ “in quanto”? Se per ontogenesi è carsico il suo movimento, com’è possibile la scandalosa focalizzazione sul presente che attua? Soprattutto: in un’orgia di consenso plenario, nella prospettiva orizzontale e digitale dell’esperienza, può essere considerata democratizzante la funzione del “vero” scrittore? (considerate le premesse di inattualità).

E veniamo al rigor mortis dell’indifferente. Siti: “Mi pare interessante l’indifferenza culturale. In questo campo gli indifferenti sono, direi: 1) quelli che si credono intangibili (e intatti) dalla deprivazione di umanità che la tecnologia ha imposto a tutto il mondo occidentale; [...] 3) quelli che si cullano nel beato possesso di un’eredità culturale ormai inefficace e minoritaria, ma che loro credono maggioritaria e vincente; [...] 5) quelli che usano la satira per congratularsi con se stessi; 6) quelli che negano l’emergenza, o fingono di vederla ma hanno fiducia che il male si possa sconfiggere con gli strumenti della politica internazionale e dell’ingegneria giuslavoristica (applicata da altri) [...]”. L’indifferenza, che è una scelta e non una stanchezza successiva al trauma1, fa più male del male, perché rende davvero inanimate pietra di paragone e pietra angolare. Rende privo di senso l’acume degli articulator, i “riformulatori” (pietra di paragone), ovvero di coloro che “hanno la funzione di mettere a fuoco ciò che più è significativo e, nel contempo, lo fanno rivivere sotto una veste nuova; rivelano un retroterra culturale che stabilisce quello che conta e che dà un senso a ciò che si fa”2, ed uccide con forza pesticida il nume dei “riconfiguratori” (la pietra angolare), coloro che “trasformano una cultura in modo così radicale che, per risultare comprensibili, non possono più basarsi su un linguaggio esistente e su pratiche condivise. Di conseguenza, spesso non vengono capiti dalla gente della loro stessa cultura [...]”3.

Aggiungerei, alla lista di Siti, che indifferenti sono anche coloro che ignorano completamente una tradizione, nel nostro caso letteraria, e sulle sabbie mobili della letteratura “figa” stanno edificando un successo di vendite, ma anche un’opera di avvelenamento del lettore, di qualsiasi lettore. Vorrei chiedergli com’è possibile restare immobili, non resistere, restare a guardare tutte questi silfi che si fanno chiamare scrittori, in tale menzogna perpetrando un vero e proprio crimine contro “L’esperienza”. Questa corpo gelido…

Non vi è più alcuna differenza tra l’egocrazia politica e quella culturale: “[...] Se viene avanti un nuovo medioevo, io sono pronto”4.

Federica D’Amato

1ved. sul concetto di trauma, Mario Perniola e luigi Zoja.

2cit. p. 98, in Ogni cosa risplende, di H. Dreyfus e S. Dorrance Kelly, Einaudi, 2012

3Ibid., p. 98

4Resistere non serve a niente, Walter Siti, Rizzoli, 2012

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Il “Non-detto” di Mariangela Gualtieri

Il “Non-detto” di Mariangela Gualtieri, breve lettura di Federica D’Amato

“Se è il carattere tautologico del linguaggio a dannarci, allora la voce ci salva. La voce è zitta, prima, dopo emerge dalle acque del silenzio e vi cammina, sospesa, sul linguaggio incede senza lasciare traccia. Ci cura la voce, illude una presenza di carne, e invece è solo sbaglio della materia, svista del divino che a noi la donò per consolarci della notte con bestie affamate. Eppure la voce è fatto di nominazione, questo accorto miracolo di cellule e arie e calore che ha detto la storia dell’uomo, l’ha guidata passando. Voce che è nata per dire un solo nome, l’uno impronunciabile “mai chiamato”, linguaggio che nasci per amore e bestemmia, silenzio che rispondi all’evento.

fd”

 

Nome che stai al centro,

il tuo suono ciocca e s’imperla di voci

ma nessuna ti tiene, nessuna ti osa in

suono, in lettera e cifra. Nelle tue solitudini

di mai chiamato. Come tutto è assai strano.

A me sembra. Assai strano.

Ti piantòno, ti indago, mi avvicino in

millimetri. Ti ho nella voce

senza che esca in suono.

Mariangela Gualtieri, tratto da Nei Leoni e nei Lupi


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UNA LETTURA DI FLOW, ENRICO PALANDRI, DI FEDERICA D’AMATO

Una lettura dell’ultimo gioiello di Enrico Palandri, Flow, Lorenzo Barbera Editore, 2011.

Ne proponiamo la lettura di Federica D’Amato.

Buona lettura!

FLOW

di Enrico Palandri

Barbera Editore – Collana Centocinquanta

2011, 86 pp, 12€

Una lettura

di Federica D’Amato

Questo libro si nutre di una scommessa archimedea, quella sulla trascendenza del linguaggio, quella sull’alterità costitutiva e salvifica del “grande aliseo” – per dirla alla Kafka -, il fondamento oscuro che regge l’ontocinesi dei nostri cuori attraverso la creazione. E’ un meta-flusso che ragiona con una prosa piana e cantata sul flusso dell’essere umano scrivendo, e come ogni autentico momento letterario invita il lettore ad un cambio di rotta, a respirare più veri, a ritornare sulle storie ascoltate da infanti, ripartire da lì. Sembra che Palandri abbia scritto Flow contemporaneamente in due modi: il primo sedendosi improvvisamente allo scrittoio e, liberatosi da qualsiasi pattume retorico e formale, si sia come sgravato del parto che è stata la sua vita di docente, scrittore in un consuntivo, quasi pavesiano, che è atto d’amore nei confronti di se stesso e della letteratura di tutti i tempi; il secondo modo è invece quello di un Palandri che scrive il flusso dall’inizio dei tempi, con una lentezza medioevale, dal principio delle proprie date sino a te, lettore, che sei lì per farle tue e tramandarle infinitamente attraverso le profondità che da te riuscirai a far zampillare. C’è una doppia pista, d’altronde “ogni scrittore e ogni lettore è infatti sia appartenenza al proprio tempo, passione, desiderio, volontà di esserci, che non appartenenza, e cioè fuga, nostalgia, dissidio, silenzio”.

In quattordici capitoli, compresa la Bibliografia che considero vero e proprio momento argomentativo, il dettato tange le direttrici principali che animano la corrente: la lingua come contatto con l’essere “Assomigliando a questo gesto sfioriamo un’essenza ineffabile della nostra umanità, ci avviciniamo a qualcosa che non si può dire, lo respiriamo”; l’opera d’arte come crisi della storia, in barba al nostro Occidente di storicismo imbevuto, che nel momento in cui appare sfugge alle coordinate spazio-tempo, fonda il mondo di cui è espressione, limite legge; la negatività, il non-tempo come luogo eletto in cui le storie si raccontano, terreno di fioritura di una tradizione; il rapporto tra storie e storia, narrazione e verisimile: perché le storie raccontate sono più importanti della verità? Perché la presuppongono, sono loro a crearla “Per tutta la vita ci avviciniamo a narrazioni che ci attraggono, ci aiutano a crescere e presto ce le lasciamo alle spalle portandone le tracce in un tempo parallelo al presente sotterraneo, che costituisce il tessuto di nuove narrazioni attraverso cui interpretiamo il mondo”; la politica come bavaglio critico del flusso, cui proteggersi con la frequentazione dei morti “la loro musica, le loro poesie. La loro vita […] che ci raggiunge senza costringerci a difenderci dal modo in cui si intreccia alla nostra. E sono i morti a difenderci dai critici”; l’importanza di riconoscere la voluta oscurità del mythos, la sua benefica imprendibilità da parte del logos perché “non sono le spiegazioni che restano con noi, ma le domande, o piuttosto qualcosa che resiste oltre le domande, nella sua irriducibile alterità”; la funzione importantissima del tenere a battesimo le parole propria degli scrittori che, nella loro ricerca semantica ci salvano dall’ambiguità tipica del linguaggio, “l’arbitrarietà del loro gesto linguistico ci salva”; e ancora il valore dello stile, le relazioni tra l’affettività personale e l’opera d’arte, i rapporti fra tipo, personaggio, individuo, la scelta della libertà della creazione, che articola meglio il suo contrario, la storia, l’orizzonte del presente che è il nostro giogo. I contenitori di queste riflessioni spesso palesano un nome: Leopardi, Calvino, Wittgeinstein, Huxley, mentre il resto va ricercato nella confessione bibliografica finale.

Flow di Enrico Palandri è un marcatore d’umanità, un grande libro sull’importanza della condivisione, un’etica limpida della letteratura. Un invito, finalmente, a danzare.

 fd

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INTERVISTA A VINCENZO LATRONICO – LA COSPIRAZIONE DELLE COLOMBE (Bompiani 2011)

Questa volta le Edizioni Noubs, per le cure di Massimo Pamio, intervista VINCENZO LATRONICO, una delle giovani voci della narrativa italiana più promettenti, ma soprattutto, unitamente ad Alcide Pierantozzi, una delle menti più colte e raffinate.

Vincenzo Latronico è nato a Roma nel 1984. Ha pubblicato due romanzi con Bompiani (Ginnastica e rivoluzione, nel 2008, e La cospirazione delle colombe, nel 2011). Ha tradotto opere di Max Beerbohm, Hanif Kureishi e P.G. Wodehouse, e sta lavorando per minimum fax a una nuova traduzione di Tenera è la notte di F. S. Fitzgerald. Scrive di arte contemporanea per Domus, frieze e Rolling Stone.

Buona lettura!

CONTRO LA LETTERATURA DI CONTRABBANDO

Intervista a Vincenzo Latronico

a cura di Massimo Pamio

1) Vincenzo, intanto ti faccio i nostri complimenti perché, così giovane, hai già composto due romanzi di tutto rispetto, Ginnastica e rivoluzione e il recente La cospirazione delle colombe.  Ci vuoi accennare brevemente al primo romanzo? Quale è stata la tua palestra di scrittura: dove, come, quando hai compiuto le tue prime prove letterarie?

In realtà, non vorrei accennare al primo romanzo. È strano – ci ho messo tutto me stesso, quale ero allora, e il risultato gli assomiglia: agitato, ansioso, sovraccarico, impreciso, tutto sbalzi e strattoni e picchiate senza un bersaglio, o con un bersaglio che si rivela essere un ologramma, un fantasma, un fuoco di prisma. Se ci ripenso, cosa che mi sforzo il più possibile di non fare, mi intenerisce e mi imbarazza e mi fa venire voglia di pensare ad altro, come le lettere d’amore non spedite del liceo. Quando provo a rileggerlo trovo delle cose che mi piacciono, ma smetto subito. Parlava di cinque ventenni che vivevano a Parigi, volevano andare al G8 di Genova nel 2001 e alla fine non ci andavano, per colpa della polizia, di uno spacciatore messicano, di un anziano miliardario, e loro.

2) La cospirazione delle colombe, ambientato nel mondo dell’economia vissuto attraverso le esperienze di giovani bocconiani, è narrato in terza persona, senonché, sorprendentemente, a pagina 77, fa irruzione l’io narrante, un personaggio di secondo piano, ma, visto che viene chiamato in causa, si suppone che possa essere il vero motore occulto della storia, che segue gli avvenimenti senza farsi notare, ma che tutto inquadra dal buco della serratura. Una trovata hitchcockiana. Che sia un romanzo a tesi, e che ci sia qualcuno che voglia far passare una sua concezione del mondo, grazie alle leggi di una personale categoria morale…

In origine l’intenzione era un po’ il contrario: per me – da lettore – i romanzi che vogliono contrabbandare una tesi sono quelli che fingono oggettività (“in terza persona”, appunto). Inserire me stesso era proprio un tentativo di antidoto a questo contrabbando: dicendo dove sono io nella storia, come la vedo e perché, relativizzo o tento di relativizzare questa tesi – mettendola in bocca, fra l’altro, a un personaggio minore, marginale, che magari capisce poco di quello che succede. Ma forse è solo un alibi per una forma neanche troppo implicita di protagonismo.

3) In questo senso ti vedo come un nuovo Calvino, ovvero come quello scrittore che, partendo da un teorema per dimostrare qualcosa, alla fine giunge a una agnizione che però, potrebbe smentire le premesse date…

A farci ben caso, il libro contiene due teoremi, che sono diametralmente opposti l’uno all’altro. In questo senso – ovviamente non posso non sentirmi lusingato per il paragone – ma mi pare che quasi sempre Calvino sia troppo controllato, troppo limpido, troppo passeggiatore fischiettante nel fuoco incrociato della trincea. Il suo libro che amo di più – e che giudico davvero un capolavoro – è Il barone rampante, proprio perché secondo me lì il controllo gli sfugge, e il libro ha una tesi chiarissima che però è molto difficile da mettere a fuoco e si trasforma costantemente nel proprio opposto (c’è chiaramente una lotta fra “la ragione” e qualcosa d’altro: ma chi rappresenta la ragione? Cosimo, o gli altri?). In questo senso è un libro malriuscito, un po’ infetto, un po’ slabbrato (è anche quello con la trama più artificiosa, giustapposta): e questo, a mio parere, è un bene.

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Presentazione de IL LIBRO DELL’AMICO E DELL’AMATO di Raimondo Lullo a Chieti

Lunedì 30 gennaio p.v. alle ore 17 e 30 presso l’Auditorium del Rettorato dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti, si terrà la presentazione de Il Libro dell’Amico dell’Amato di Raimondo Lullo, a cura di Federica D’Amato, Edizioni Noubs 2011. All’incontro, organizzato dalla casa editrice, parteciperanno il Professor Stefano Trinchese, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia e Monsignor Bruno Forte Arcivescovo dell’Arcidiocesi di Chieti-Vasto, che porterà un saluto augurale. Relatori saranno Arnaldo Colasanti, scrittore e critico letterario, il Prof. Vito Moretti, ordinario di Letteratura Italiana, il Prof. Michele Giulio Masciarelli, direttore del PIANUM di Chieti e la Prof.ssa Ilaria Zamuner. Saranno inoltre eseguite musiche e coreografie dirette dalla Prof.ssa Maria Gabriella Ciaffarini (al piano, autrice delle musiche ispirate al tresto lulliano), con Aurelio Di Virgilio e Manuel Dominioni (voci recitanti), Sara Di Giampietro (soprano) con coreografie di Sara Sidonio (danzatrice).

Moderatore dell’evento sarà il Cav. Massimo Pamio, direttore della casa editrice Noubs di Chieti.

Testo fondamentale della letteratura catalana, il Llibre d’amic i amat è un raro gioiello di poesia filosofica il cui Autore, il beato Raimondo Lullo, realizzò nel 1283; nel 1995 è stata realizzata una edizione critica aggiornata di Albert Soler, di cui si offre per la prima volta in Italia la traduzione a cura della giovane studiosa Federica D’Amato. La pubblicazione di questo libro intende riportare

all’attenzione di un pubblico non necessariamente specializzato un’opera di profonda bellezza poetica, godibile da tutti quei lettori attenti al valore di un testo letterario. Il volume ha ottenuto uno dei massimi riconoscimenti d’ambito lulliano: il patrocinio economico e morale del Ramon Llull Institut, istituto ove è preservata, studiata e promossa la grandissima opera di Ramon Llull.

La pubblicazione focalizza l’interesse del lettore su di una figura eccezionale del nostro medioevo: Raimondo Lullo, maiorchino, siniscalco, poeta, missionario francescano, mistico, alchimista, scrittore, filosofo, teologo, avversato e perseguitato dall’Inquisizione, oggi riconosciuto Dottore Illuminato.

Federica D’Amato è una giovane studiosa abruzzese di letteratura, filosofia, scrive di critica letteraria e tenta la poesia. Dopo aver concluso gli studi umanistici ed aver viaggiato e studiato all’Estero è tornata in Italia, dove collabora con riviste letterarie e istituti di cultura; ha all’attivo diverse pubblicazioni e numerosi articoli di critica. Vive e lavora a Pescara.

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INTERVISTA INEDITA ALLA NON-FUNEREA BENEDETTA PALMIERI…

Federica D’Amato molesta BENEDETTA PALMIERI, giornalista e scrittrice, ormai seguitissima dal grande pubblico attraverso i suoi FUNERACCONTI, Feltrinelli 2011 (ospite lo scorso anno del Festival delle Letterature dell’Adriatico, Pescara).

C’è da dire che la signorina Palmieri è una persona così gentile e graziosa ché non solo ha resistito all’ormai famosa petulanza della D’Amato, ma ci ha praticamente onorati della sua presenza. Non è forse presenza, infatti, quella che scaturisce dalla partecipazione totale di una risposta ad una domanda? Per casa Noubs sì.

Speriamo che questa intervista vi faccia scoprire, se non la conoscete, una penna di valore, o che vi permetta di approfondire la lettura di un talento che ha da dare molto alla nostra letteratura.

Grazie Benedetta, di cuore.

“SCRIVERE PER RILEGGERSI E’ BELLEZZA”

intervista a Benedetta Palmieri

riproduzione riservata all’utilizzo esclusivo dell’autrice e della casa editrice

  1. Benedetta, i suoi Funeracconti (Feltrinelli, 2011) sono una collezione di intelligenza. Ritengo sia intelligente, infatti chi oggidì si confronti con il tabù certo non della morte, ma del suo più buio e complicato rovescio: la vita. Quale “rovescio” dell’enigmatica medaglia ha mosso la sua penna?

Innanzitutto voglio ringraziarla per la definizione lusinghiera: “collezione di intelligenza” non è poco. Per quanto riguarda la scelta del tema, però, non so se sia stata una questione di intelligenza; certamente lo è stata di istinto, o di inevitabilità. Credo che in me le due facce della medaglia siano una sola, che le mescola. Non sono mai riuscita a vivere senza che il pensiero del morire mi accompagnasse, e allo stesso modo non sono mai riuscita ad aver paura di morire senza interrogarmi sulla qualità della mia vita. Meglio: sulla sua identità; la qualità presuppone un giudizio che mi sembra troppo complesso dare, ma la sua identità è importante. È importante domandarci che storia desideriamo, che storia possiamo costruirci, e che posto vogliamo dare a ciò che ci mettiamo dentro.

Tra le altre cose, mi sono chiesta spesso se dovessi lanciarmi nella vita o prepararmi per lei – se anche un po’ di sane incoscienza e approssimazione fossero salutari, propedeutiche addirittura, al vivere; o se piuttosto dovessi aspettare di essere pronta – preparata, cresciuta, adatta – anche per il più piccolo dei passi (rischiando l’immobilismo). L’oscillare tra queste due posizioni e il tentativo di tenerne solo una non hanno potuto fare a meno di misurarsi costantemente con il parametro assoluto: la consapevolezza che a un certo momento (imprevedibile) della mia vita sarei morta. Questo coacervo di sentimenti emozioni e paure, di slanci impetuosi nel vivere e di frenate, si è trasformato nella voglia di domandarmi cosa pensassi anche attraverso la scrittura.

  1. Ho sempre associato la parola “partenopeo” alla filosofia, ovvero ai concetti di ironia e wit, direbbero i britannici. I suoi racconti, sì come le precedenti prove – penso a Un due Tre stella (Pironti 2009) – hanno confermato le mie associazioni, arricchendole di un valore aggiunto che credo sia caratteristico della sua scrittura: la levità. È in grado di circoscrivere una descrizione del suo dettato narrativo?

In verità no, non credo di esserne in grado. Però provo a individuarne uno auspicabile. E partirei dal fatto che ironia, wit, levità vorrei che a quel dettato appartenessero. Sono qualità che mi interessano. Forse, più di tutte tra le tre, la levità; che mi piacerebbe, però, chiaramente retta dalla sostanza. Insomma, non so se sia la formula più giusta, ma amo l’idea che i contenuti abbiano un peso senza che la loro forma sia necessariamente pesante – e per forma intendo sia lo stile sia l’animo con cui ci si dispone ad affrontarli.

Conoscendone, e vivendone quotidianamente, sfumature e contraddizioni (e avendola molto a cuore), faccio sempre fatica a inquadrare Napoli in caratteristiche fisse. Però è vero che ce ne sono di riconoscibili e ricorrenti; e tra queste una che mi piace molto (e che dunque vorrei mi appartenesse) è la capacità di sintesi. Una sintesi concettuale che per me trova la sua espressione perfetta nel dialetto napoletano. Anzi, mi sembrano così visceralmente legati, che a volte mi diverte immaginare che il dialetto non sia funzionale a rendere la sintesi, ma ne sia addirittura l’ispiratore.

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Su LA LETTURA di Federica D’Amato

Abbiamo fatto un spinosa domanda a Federica D’Amato e lei spinosamente ci ha risposto. Buona lettura!

“E purtroppo il nuovo inserto domenicale del Corriere della Sera, La Lettura, non mi convince fino in fondo. Leggerlo infastidisce un po’ il mio cuore, in esso insinua la bruciante certezza che l’Italia al solito sia quell’immensa prova di provincialismo dalla quale la nostra generazione di scrittori, critici, intellettuali non riuscirà mai a riscattarsi.

Innanzi tutto in questo club domenicale appaiono sempre gli stessi nomi. Per “stessi nomi” intendo coloro che seminano presenze (e spesso parole inutili) ovunque; la ricorrenza è così pressante che ad un certo punto inizi a sentire il rombo delle scuderie, fazioni, baronati editorial-letterari che fanno baccano dietro le quinte. Ciò, sinceramente, annoia, soprattutto perché i nomi in quistione non sono niente di speciale. Almeno per me, intendiamoci.

Mi rendo conto che il bisogno di lavorare sia molto, ma è probabile che non tutti, proprio tutti, debbano lavorare nell’industria culturale? Produrre significati inquinati, sintatticamente scorretti, logicamente confusi è pericoloso, eppure nessuno vuole capirlo (o no?).

La Lettura promuove la lettura e invece non fa altro che scoraggiarla: semplicemente è un inserto troppo lungo che cerca di parlare dell’intero fenomenico culturale italiano (e non solo), con risultati purtroppo a volte deludenti.

La Lettura forse vorrebbe modellarsi sull’exemplum del seriniano Satisfiction? Possibile? Purtoppo l’associazione mentale è inevitabile; scrivo “purtroppo” perché è triste sapere che in Italia oggidì vi sia un solo collettore di intelligenze critiche e letterarie, Satisfiction appunto, con quello stile anti-accademico ma serissimo, profondissimo al quale spontaneamente tendo a legarmi.

Essendo per convinta scelta fuori dai molti “giri” che animano attualmente l’egemonia sottoculturale (w Panarari) italiana, è possibile che io abbia scritto nella presente nota numerose corbellerie e forse offeso qualcuno: chiedo scusa in anticipo. Ma questa è la mia risposta alla vostra domanda.

Il mio problema è sempre stato quello di preferire lo studio e la lettura a qualsiasi mistificatorio invito a compierli questi atti rivoluzionari – se genuinamente condotti.

Sono tipo da Domenica Sole24ore, non me ne vogliate.”

fd

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TWINS! LE GEMELLE ALESSIA E MICHELA ORLANDO

Vi consigliamo un e-book “di talento”, segnalato a casa Noubs da Alessia & Michela Orlando, autrici di TWINS, un libro rivoluzionariO (e anti-aristotelico?).

Buona “lettura”!

L’E-BOOK

IL VIDEO

 

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IL FONDAMENTO OSCURO E GEORGE STEINER, di FEDERICA D’AMATO

Federica D’Amato, autrice e collaboratrice delle Edizioni Noubs, ci ha fatto dono di una bella recensione di un volume di non recente uscita editoriale, ma attualissimo nelle tematiche e nelle prospettive di ricerca filosofico-umanistica, Dieci possibili ragioni della tristezza del pensiero, di George Steiner, Garzanti, 2007.

FEDERICA D’AMATO

DIECI POSSIBILI RAGIONI DELLA TRISTEZZA DEL PENSIERO

di Federica D’Amato

[...] perché non si può conoscere ciò che non è (non è

possibile farlo) e non se ne può parlare”

Parmenide1

[...] Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente, e su ciò,

di cui non si può parlare, si deve tacere”

L. Wittgenstein2

Questo libro ha come premessa uno scacco, una colpa, una soglia invalicabile: pensare il pensiero, che è come dire linguificare il linguaggio, in quella impresa che Wittgenstein definiva fallace e nociva, affermando per quanto riguarda il simbolismo logico che la proposizione non può rappresentare ciò che, con la realtà, essa deve avere in comune per poterla rappresentare – la forma logica. Per poter rappresentare la forma logica, noi dovremmo poter situare noi stessi con la proposizione fuori della logica, ossia fuori del mondo3 -, per poter pensare il pensiero noi dovremmo situarci fuori dal pensiero, risanare il cortocircuito gnoseologico che sostanzia la nostra tristitia. Steiner lo premette chiaramente, argomentando il carattere di possibilità del proprio decalogo, tentativo incerto di se medesimo di puntellare con ipotesi autoreferenziali le ragioni di una tautologia senza fine. E accetta la sfida sinaptica inaugurando l’opera con Schelling, dal cui passo citato l’autore sembra attingere parole-chiave, veri e propri nuclei semantici intorno ai quali saldare l’argomentazione:

Questa è la tristezza connessa ad ogni vita finita […] essa però non arriva mai a realizzarsi, e serve soltanto all’eterna gioia del trionfo. Donde il velo di tristezza, che si stende su tutta la natura, la profonda, insopprimibile malinconia di ogni vita.

Solo nella personalità è la vita: e ogni personalità riposa su un fondamento oscuro, che deve quindi essere anche il fondamento della conoscenza”4

Ognuno di noi preme il proprio incedere nei giorni contro il conosciuto, il di-svelato, il concepibile visibile. E invece noi si poggia su di un fondamento oscuro che ci chiama, potere del messaggio trascendente, ci chiama attraverso l’imprevisto, l’accidente, la dispersione irrazionale, la maglia della rete che non tiene, il non protetto, l’inoperoso «del venire all’essere dell’essere»5, ed è da questa intuizione “una stessa cosa, intuire e essere”6, che lo specifico umano edifica il crollo della propria personalità. Una coincidenza che Steiner associ l’insopprimibile malinconia di ogni vita al nostro permanere nell’equazione parmenidea del pensiero con l’essere?7 Dunque indicibile – indicibile con una sfumatura di matrice eleusina8 – è la ragione prima della tristezza del pensiero: un’associazione ardita di chi scrive con ciò che è l’ineffabile9 in Wittgenstein, il reagente che struttura l’uomo come eterno atleta in Sloterdijk10 o la cura di sé come greca epimeleia heautou11 in Foucault12.

Non casuale si ipotizza la scelta del numero dieci. Dieci è un numero felice (?), decimale è il sistema di numerazione più utilizzato al mondo, con specifica valenza esoterica (ved. Cabala13), numero fondamentale per i Pitagorici informante il sacro Tetratkys, ma soprattutto con le mani dieci dita portiamo a sorreggere il nostro capo bruciante di dolore, proprio quando ci tormentano le dieci possibili ragioni della tristezza del pensiero:

  1. Schwermut, pesantezza dell’animo”14

Il pensare non ha limiti e tale illimitatezza non ha nulla a che vedere con la realtà: possiamo pensare qualsiasi cosa a dispetto di ciò che c’è fuori – ma cosa c’è fuori se noi non possiamo uscire dal pensiero?

  1. Unzerstörliche Melancholie, melanconia indistruttibile”

Il pensare è incontrollabile, pervasivo, situato nella nostra stessa percezione di presenza sensibile, non linguificabile, tanto incontrollato quanto corruttibile da un qualsiasi impulso proveniente dall’esterno. Questa frustrante dispersione connaturata al pensiero sembra essere anche un meccanismo di feed-back che tutela l’efficienza delle nostre facoltà cerebrali.

  1. anklebende Traurigkeit, tristezza connessa ad ogni vita finita”

Se è paradigmatico, oltre che parmenideo, che l’essere coincida con il pensiero, allora la nostra personalità non può che fondarsi sull’autoappercezione del pensare, un autodeterminarsi attraverso un certo modo di condurre il pensiero che è sì proprietà inalienabile, ma allo stesso tempo ci aliena l’uno rispetto all’altro, con una fatalità tale che «nessun altro può assumere la mia morte. Posso morire con, ma mai “per” l’altro»15. Un paradosso animato dalla banalità di un pensare che è allo sia unicum, in quanto ci definisce come individui, sia «luogo comune moltiplicato per miliardi»: i nostri pensieri sono pensati, in quanto essere umani, da tutti! Ciò si riversa nel linguaggio e nell’uso che se ne fa: lo stile farà il poeta, non il contenuto.

  1. Unzerstörliche Melancholie, melanconia indistruttibile II16

L’autonomia del pensare rispetto alla totalità del reale non ammette principio di verificabilità, punto archimedeo che ci dica come stanno veramente le cose; così, a dispetto di tutta la fatica del pensiero occidentale dagli albori ad oggi, la verità come riposo dell’essere non può essere raggiunta, in alcun modo, bensì qualsiasi tentativo disinteressato di protendere ad essa, dalla religione alle scienze applicate, sarà sempre un giungere penultimativo. Radiografia di questo irriducibile iato è il nostro uso del linguaggio che, proprio nel momento in cui il pensare tenta di performarlo alla propria sete di verità, esso sbanda, si ribella, deraglia glorioso verso le meraviglie della finzione.

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MARE NERO DI GIANNI PARIS, UNA LETTURA DI CATERINA FALCONI

Caterina Falconi ci concede una lettura penetrante e commossa di Mare Nero, Gianni Paris, Edizioni dell’Arco, 2006.

Vi consigliamo caldamente la lettura della seguente recensione e di conseguenza del libro.

Ringraziamo con l’usuale calore Caterina per il suo prezioso contributo.

Partono con una busta di plastica bianca: dentro un po’ di pane, delle mele, una bottiglia d’acqua. Alcuni hanno una maglia annodata alla vita. Pochissimi una coperta. I disperati di Paris sono descritti così, nelle prime pagine di un romanzo che cambia per sempre lo sguardo del lettore: una torma di abbacinati dalla speranza, giovani e bambini, stipati in una baracca buia in attesa di partire. Fuori, i trafficanti, i traghettatori, con dei fucili in mano.

Ricordo i miei due anni in Benin, i villageois erano animati dalla cognizione del presente. Ogni sforzo, immane, nel condurre la vita un passo avanti, si concentrava sul pasto del giorno, sul bacile d’acqua attinto al fiume. Del domani non v’era certezza, e non in senso poetico. Domani, un attacco di malaria, il morso di un serpente, ti potevano ammazzare. Questi novanta martiri non fanno eccezione, ripongono la loro speranza di sopravvivere in una patetica busta di plastica con provviste per qualche giorno. Eppure sono mossi dal titanico e quasi epico sogno di cambiare la propria esistenza, e Paris li descrive come l’Africa che si muove. La voce narrante è quella di Nacer, un trentenne marocchino contaminato dalla lunga consuetudine alla lettura, taciturno e coraggioso, in cui a guardare bene si intravedono delle caratteristiche dello scrittore, come l’entusiasmo e un tratto di intelligente malinconia.

La scena è pronta, sapientemente tratteggiata da un Paris che fa un uso disinvolto e personalissimo delle parole, combinandole in metafore indelebili,come bucare il mare…

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CON REMOTTI ALLA RICERCA DI DIO, NOUBS 2009

Oggi ripeschiamo dal nostro catalogo un libro di un uomo eccezionale, nostro autore ma soprattutto nostro carissimo amico. Parliamo di REMO REMOTTI, l’immarescibile Remo Remotti, che da anni ormai riempie la nostra segreteria telefonica di chicche indicibili escogitate, espresse con un’arte che è tutta, non può esser altro che remottiana.

Proponiamo Con Remotti alla ricerca di Dio, un libro pubblicato da Noubs nel 2009 che mostra al grande pubblico un Remo inedito e sapiente… Buona lettura!

Estratto dalla Prefazione di Aurelio D’Ingiullo, Con Remotti alla Ricerca di Dio, edizioni Noubs, Chieti, 2009

Fra due secchioni per l’immondizia.

Lì ho incontrato la prima volta Remo.

La sua andatura era incerta nel fare prostatico. Ricordo che teneva tra le mani un bastoncino d’incenso fumante. Vestito con uno studiatissimo abbigliamento casual-schic, da viaggiatore teo-comunista, con in più un vezzoso cappellaccio da bancarella cinese [...]. L’unicità di Remotti è così evidente in questo suo lavoro proprio per l’apparente contraddizione degli argomenti trattati. Remo analizza il Cristianesimo e le altre religioni monoteiste. Si legge di bioritmi, dei Chakra, di Maestri filosofi come Osho, S. Krishnamurti. Si ricorda la psicosintesi di Roberto Assagioli. E tanto ancora. Insomma, con questa opera Remorri ci consegna un personale ed interessante compendio degli innumerevoli viggi intrapresi dall’Uomo. Non risulta importante sapere si quale treno vogliate salire. Abbandonate la fretta. Se il treno è fermo, è la stazione che parte…

 

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“L’AMORE QUANDO C’ERA”, NUOVO ROMANZO DI CHIARA GAMBERALE

Chiara Gamberale, premio De Lollis 2011 con La luce nelle case degli altri (Mondadori 2011), inaugura il 2012 con un nuovo romanzo, L’amore quando c’era, sempre edito da Mondadori.

Vi diamo un assaggio con questo link, presso il quale in anteprima editoriale per le cure di Luigia Sorrentino ne saprete di più.

A giorni pubblicheremo la nostra intervista ad una scrittrice dalla bella umanità e indubbiamente dalla bella penna, ovviamente amica di casa Noubs!

 

 

CHIARA GAMBERALE

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GOA, ROMANZO DI DANIELE MOLININI, ed. NOUBS

GOA, Daniele Molinini, Noubs, Chieti 2008

Cosa si nasconde dietro la parole GOA? Può un sax raccontare la storia di Gabriel, musicista assassinato nel quartiere di Porta Palazzo?

La campagna senese, Umbria Jazz, il sassofonosta Wayne Shiorter e un maggiolone sgangherato fermo in mezzo al nulla. In una bologna intessuta di memorie, jazz e boccaporti Oscar Scoglio si troverà a fare i conti con una realtà sommersa, popolata da vittime innocenti e denaro. E’ semplicemente il passato che torna nelle geometrie dei volti, nelle zone di discontinuità delle città, nell’amicizia e nell’amore per una donna lontana, Farida. E’ semplicemente il tuo passato, Scoglio. Non esistono ombre senza luce.

Gabriel è stato ammazzato. E sul suo sax è incisa quella parola: GOA.

Daniele Molinini (Pescara, 1980), vincitore del Premio Fondazione Caripe 2003 Giovani Scrittori col romanzo Installazioni (Edizioni Tracce 2003), è autore di racconti, performance e romanzi. Pubblica per la prima volta con le Edizioni Noubs nel 2008.

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FEDERICA D’AMATO SUL MITO IN CESARE PAVESE

Per gentile concessione dell’autrice, Federica D’Amato, vi riportiamo un articolo di critica letteraria (già apparso su Ipercritica) che affronta il tema del mito e del doppio nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese.

UN FATTO DOLCE ATROCE

La Bestia pavesiana

a cura di Federica D’Amato

Quel che si intende esperire con la seguente lettura focalizzata è la ricchezza di un’opera solitaria – perché assoluta – di un autore ebbenesì italiano: i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Per chi scrive il malcontento, la polemica sono già innescate; non è necessario dire chiaramente che Pavese oggi è letto poco e male, che la memoria dei veri classici novecenteschi è andata perduta anche da chi quel fuoco lo ha attraversato, che un pettegolezzo ha vinto la volontà di un uomo che aveva chiesto solo di non fare pettegolezzi. Ma andiamo avanti, o meglio indietro.

I Dialoghi con Leucò, insieme a Feria d’Agosto e alla Luna e i falò sostanziano “l’ultimo guizzo della candela”,[1] la triade raccolta intorno all’esplorazione del mondo antico, del primitivo del selvaggio ovvero del mito; l’arco di tempo è quello che va dal ’45 al ’47. Pavese si sarebbe arreso nel ’50.

I Dialoghi, è ampiamente risaputo ma ben poco compreso, consistono in una serie di 26 raccontini in forma dialogica tra personaggi mitologici, còlti nella loro versione minoica, che mirano appassionati a palesare il Mito come unico accesso alla tematizzazione dell’origine in quanto destino. Testimoni il sostrato concettuale espresso nelle riflessioni private (vedi Il Mestiere di vivere, MV) e i numerosi interventi di un Pavese “giornalista” con l’Unità ,dedicati al mito come poetica.

Difficile, scomoda la lettura dei Dialoghi. Contrariamente a quanto afferma l’autore nella presentazione all’edizione di debutto, non vien voglia di sbadigliarci alcun sorriso sui propri totem e tabù, i selvaggi e gli spiriti della vegetazione, l’assassinio rituale, il culto dei morti, lo spargimento di sangue e il sesso violento che fonda il mondo; o se proprio bisogna sorridere, allora lo si farà in modo arcaico perché Pavese ci pone davanti al destino dell’uomo, alle sostanze che lo informano e lo consumano, alla legge “cui bisogna ubbidire”[2], e l’inganno occidentale vacilla, il progresso sbanda, una orribile sacertà erompe da e verso noi stessi. Ci soffermeremo proprio su quel sorriso arcaico, prendendolo come principio rabdomantico nella lettura de La belva, che sospettiamo essere il dialogo più intenso della raccolta.

Se “arcaico” è αρχαῖος, “antico”, da “arché” (ἀρχή) come principio / fondamento / legge, allora il nostro sorriso non potrà che scaturire da ciò che era all’origine e costante, beffandosi dell’adolescenza della nostra corteccia cerebrale, di-svela una nudità che è tutto il nostro bagaglio.

Ne La belva troviamo Endimione e uno straniero, non potrebbero dialogare che su Artemide. Questa l’introduzione:

Noi siamo convinti che gli amori di Artemide con Endimione non furono cosa carnale. […] Il carattere non dolce della dea vergine – signora delle belve, ed emersa da una selva d’indescrivibili madri divine del mostruoso Mediterraneo – è noto. Altrettanto noto è che uno quando non dorme vorrebbe dormire e passa alla storia come l’eterno sognatore.

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