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ANTONIO E LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI CHIARA ZACCARDI

Antonio, giovane scrittore, ci scrive una bellissima lettera relativa alla presentazione allo Spazio Feltrinelli di Pescara del romanzo di Chiara Zaccardi, “I peggiori”.

La riportiamo, ringraziandolo per averci concesso l’autorizzazione alla divulgazione del testo.Eccola:

Voglio congratularmi con voi per la presentazione del libro di Chiara Zaccardi. Perché, al di là dello stimolo che avete mosso in me e penso in tutto il pubblico nel voler leggere questo libro, mi sono piaciute le vostre riflessioni sul mondo dell’editoria. Sono decisamente d’accordo con voi su quanto espresso in sala: ormai troppi piccoli editori pubblicano esordienti soltanto dietro compenso in modo da coprirsi le spese nel caso in cui il libro non venda e grandi editori puntano su personaggi già affermati che offrono qualche migliaia di copie sicure. Io stesso, prima di essere contattato da voi, ho ricevuto telefonate da alcune case editrici che su internet si descrivevano serie e competenti e senza aver neppure letto il mio romanzo mi hanno “offerto” contratti a pagamento con obbligo di acquisto di centinaia di copie. Mille, mille e cinquecento euro. Spiccioli per loro, non per me, lavoratore part time e figlio, orgoglioso, di operaio. Questi comportamenti umiliano, ma non soltanto l’autore: umiliano la poesia, la letteratura, l’arte. Allo stesso modo i grandi editori che pubblicano i libri scopiazzati di Fabio Volo o chiedono di scrivere cento pagine a Flavia Vento: uno schiaffo a mano aperta a tutti i giovani che con impegno versano inchiostro e inchiostro e inchiostro, sporcando tonnellate di carta bianca, con la speranza e il sogno di condividere con un pubblico i propri pensieri, ideali, riflessioni. Per questo ho apprezzato ciò che avete detto durante l’incontro: perché siete sembrati, e credo siate davvero, una casa editrice diversa, che se crede in un autore premia il suo lavoro. Solo se crede davvero in questo autore.

Anche la scrittrice, Chiara, mi è piaciuta. Da quanto mi è sembrato di capire siamo coetanei. Mi è piaciuto il suo modo di intendere la nostra generazione, pur avendo io una visione del tutto opposta. Io non riesco a giustificare i giovani come me, non riesco a discolparli: io sono cinico e senza compassione su alcuni temi. Per me quando si arriva all’età della maturità ognuno è protagonista di se stesso: mi sembra un alibi incolpare sempre e soltanto i genitori, l’ambiente, la società. Peppino Impastato era nato in una famiglia di mafiosi ed ha combattuto contro la sua famiglia stessa: dove ha raccolto i suoi ideali? Rita Atria lo stesso ed entrambi, in modi diversi, hanno pagato con la vita il meraviglioso peso di questi ideali. Giuseppina Pesce, che ha denunciato tutta la sua famiglia affiliata alla ‘ndrangheta.
Tuttavia, da buon ammiratore di De André, non posso che rimanere affascinato da chi, al contrario mio, indaga e scopre la pietà anche nell’ultimo degli uomini, si interroga sul perché abbia agito in quel modo, si chiede dove abbiano sbagliato famiglia, ambiente, società. E’ un lusso questo che non credo di avere e di cui faccio merito a questa ragazza che avete scoperto e che con piacere, appena avrò la possibilità di comprare il libro, leggerò.

Complimenti anche al ragazzo e alla ragazza che sono intervenuti a mediare l’incontro, mi sono piaciute le domande del ragazzo, del tutto non banali ed ho subito il fascino della cultura letteraria e della capacità espressiva della ragazza. Di tutti ho apprezzato la sincerità: non si respirava quella sufficienza solita delle presentazioni per cui dietro la scrivania tutti sorridano forzatamente, sperando che assecondando il pubblico questo compri il libro.

In ultimo, vi dico che anche soltanto essere stato contattato da voi mi riempie di orgoglio.

Vi ringrazio dell’attenzione e mi scuso perché mi rendo conto che sono stato lunghissimo!

Antonio Di Carlo

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CHIARA ZACCARDI A FELTRINELLI A PESCARA

Chiara Zaccardi con il suo romanzo d’esordio “I peggiori” (Edizioni Noubs) allo Spazio Feltrinelli di Pescara, con relatori Federica D’Amato, Massimo Avenali e Massimo Pamio. Attacco frontale di Massimo Pamio al mondo culturale italiano sempre più disattento e dipendente dal mercato. Il 99% dei libri che escono sono pura immondizia, afferma. Roberto Melchiorre, scrittore e docente, replica dicendo che i tempi non sono molto cambiati, se Leopardi con le “Operette morali” fu sconfitto a un concorso letterario. Federica D’Amato alle solite banalità espresse da un uditore che parla del problema della famiglia odierna in cui  scompare la figura del padre, replica da par suo dimostrando come la società sia cambiata e come oggi il mondo vada visto con gli occhi di Lacan e non con quelli di Freud. Masimo Avenali rivolge domande all’autrice, interpellata anche dal pubblico. Un incontro vivace e denso di notazioni e implicazioni letterarie, sociologiche, etiche.  Chiara conclude in bellezza due giornate intense di incontri molto fruttuosi e culturalmente ricchi.

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Oggi e domani Chiara Zaccardi a Chieti e Pescara… Il pezzo sul “Centro” di ieri

Sul quotidiano Il Centro di ieri, mercoledì 16 Maggio 2012, gli appuntamenti della Noubs Edizioni (articolo di Federica D’Amato).

Clicca per leggere e scaricare Noubs sul “Il Centro”

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CHIARA ZACCARDI A PESCARA IL 18 MAGGIO CON “I PEGGIORI”

VENERDI’ 18 MAGGIO,

ore 11,30

incontro con gli studenti del Liceo Scientifico Da Vinci di Pescara

ORE 17,00

Presso la Libreria Feltrinelli – Via Milano – Pescara

Presentazione del libro “I PEGGIORI” di CHIARA ZACCARDI

(Edizioni Noubs)

Introducono: Federica D’Amato – Massimo Avenali – Massimo Pamio

Sarà presente l’Autrice

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Un mondo migliore Racconto inedito di Massimo Pamio

   Pensava a un mondo migliore. Il mattino immaginò che il suo Paese fosse in pace e che non dovesse inviare soldati in altri paesi in guerre che non appartenevano a nessuno, se non agli interessi economici di qualche grossa azienda petrolifera. Poi si spinse più avanti. Credette di trovarsi in un Paese onesto, dove le banche aiutassero chi volesse investire, e le risorse collettive fossero state destinate a problemi sociali, alla salvaguardia dei beni culturali, alla promozione delle arti. Gli amministratori pubblici e i partiti si inconttravano per progettare programmi a lunga gittata, per costruire insieme il futuro, e chiedessero alla gente se i loro programmi fossero adatti a sostenere i tanti problemi della comunità. Gli industriali si rincorrevano tra di loro con l’aiuto di ricercatori di talento nel cercare nuove energie rinnovabili, fonti di energia non inquinanti, nuovi mezzi e sistemi per creare benessere senza inquinare. Erano persone ragionevoli, pacate, serene. Nessuno mostrava arroganza, o tuonava contro nemici immaginari, contro altri “poteri”.

   La mattina non sentì il solito chiacchiericcio, quel brusio di sottofondo che era in ogni angolo dela sua città. Non c’erano persone che nel vicino bosco andavano con le seghe elettriche solo per spaventare gli alberi, per minacciarli (Avevano detto sempre: “Siamo noi i padroni, tremate perché presto vi abbatteremo”), e non c’era il solito viavai che egli avvertiva fastidiosissimo appena svegliato, con il cielo solcato dai soliti aerei che si incrociavano a frotte (ma dove andavano tutti? Ne sentiva le loro parole vuote), I soliti aerei che facevano esperimenti gettando non so che cosa nel cielo per modificare il clima, o quelli che registravano con non si sa quali macchinari i messaggi al telefonino dei segnalati dalle cellule antiterroristiche, che individuavano i ribelli per eliminarli. Niente di tutto questo. Il cielo era sgombro, e nel bosco silenzioso vide saltellare alcunii scoiattoli, di ramo in ramo. Accese la televisione, e il presentatore sorridente diede l’annuncio della visita del Sindaco nella città. Si fermava con le persone, le ascoltava, scherzava, fece alcune battute divertenti, tutti erano sereni. Poi lo inquadrarono mentre nel suo studio riceveva una vecchia zoppa e le concedeva un’ora di colloquio. E l’accompagnò fuori, la salutò, le strinse le mani. “Torni a trovarmi”, disse il Sindaco. La sorpresa maggiore fu che nel suo ufficio non c’era il solito codazzo di postulanti. Che cosa era successo? La seconda notizia fu che alcuni giovani erano riusciti nel loro laboratorio a isolare il virus del Parkinson. Ascoltò quei cognomi di giovani. Nessuno che conoscesse. Erano giovani che avevano studiato per anni, nell’ombra. non avevano cognomi illustri. Erano soltanto degli ottimi ricercatori, soltanto questo aveva detto l’annunciatore televisivo, glissando sulla loro provenienza sociale. L’ultima notizia fu per la musica, un concerto a teatro di un’orchestra giovanile diretta dal Maestro Ferlandi. Ricordò Ferlandi e quando l’aveva conosciuto. La sua vitalità, la sua gioia, la sua umiltà.

   Iniziò una trasmissione religiosa. E per forza, pensò. Siamo sul canale televisivo più seguito! Inquadrarono il Responsabile Universale della Fede. Era in una stanza da solo, In ginocchio, forse pregava. La telecamera stette così, per un quarto d’ora, in silenzio, mentre l’uomo inginocchiato continuava a meditare. Non ci credeva. Era desto o sognava? Si sarebbe dovuto dare un pizzicotto, solo così avrebbe capito di essere sveglio.

   Era possibile immaginare un mondo migliore, pensò.

   Si vestì in fretta. Prese l’auto dal garage, pulita, fiammante. Mise in moto.

   Si recò in chiesa. Entrò, non c’era nessuno. Pregò. “Signore, fa guarire il mio vicino. So che ti sembrerà strano. Ma fa ch’egli guarisca. Sai benissimo che ci odiamo, e che per me è stata una soddisfazione unica aver appreso ch’era ammalato, ma fa così. Lo detesto, è un essere spregevole, siamo venuti più volte alle mani, mi ha mandato anche in ospedale. Ci siamo denunciati a vicenda, gli ho mandato la finanza nel suo ufficio. Ma guariscilo, Signore, fà che egli torni a vivere bene, affinché io possa pensare all’esistenza di un mondo migliore”.

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ALCIONIO di Massimo Pamio

Alcionio era il verde che D’annumzio definiva adriatico mare, che un mattino di primavera mi apparve in fondo all’orizzonte dietro una macchia silvale di tigli, pioppi, carpini, più in alto dello sguardo, e sembrava che quell’invaso d’acqua si contraesse più in alto di me e potesse -volendo- sommergermi da un momento all’altro, d’azzurrità e viridità digradanti in accensioni profonde, nella quiete assolata e solitaria, appena marezzata di brividi nel prodigio della primavera che tornava sciogliendosi di luce e tenuità, tra le soffuse e ridenti primatine fogliette: pensavo che tutta esultante quella gioia mi chiamasse a sé, che rinascevo con quella, mentre villette cresciute come denti storti nella bocca dell’orizzonte mi suggerivano che l’uomo continuava a ingoiare pezzi della terra – bocconi amari per la sua fine sempre più imminente, ma la gioia sovrastava quel minuto così pieno e traboccante, e non c’era nulla che mi dovesse turbare, così in quel silenzio e all’interno di quella dimensione conoscevo l’unico accordo possibile col mondo: la quiete, per convivere con tutto quel che c’è, di vivente, per essere consenzienti al tripudio della primavera, senza motivo, ma solo con il trasporto della gioia e dell’ascolto, per volare insieme al cielo e planare, bagnarsi di quell’acqua benedetta, benedetta dal sole: Aprile.
Mi consolava natura, per quello che ero e che sono, mi rimboccava le lenzuola del giorno in cui m’estasiavo e incantavo, mi detergeva dalla misera umanità e selvaggia di cui ero marchiato, per predire il mio futuro irradiante e irradiato del riso che percorreva pian piano la terra, l’aria, il cielo, unica sponda e sposa dell’alto, e in quel mare a un antico naufragio rispondevo, chiamando il nome del Tutto: Io, l’eterno istante dell’orizzonte al di là del quale non si può andare ma sprofondare, come quiete assoluta, in quello che, prima e dopo, è.
Verso il Monte Tabor o verso altre colline, verso altre latitudini, tutti, indistintamente, non aneliamo, ma siamo, indistintamente siamo.

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IL MIO DISAGIO

IL MIO DISAGIO di MASSIMO PAMIO

Il mio disagio cresce lentamente giorno dopo giorno, si amplia con la parsimonia del saggio, che rifugge ogni eccesso, si sviluppa e progredisce con affabilità e con costanza: qualità, queste, proprie del pensiero. Il disagio cresce fino a diventare quieta opprimente disperazione. Non so voi se provate la stessa sensazione, della persona che vive senza sentirsi più a suo agio, sempre in imbarazzo, in ogni situazione, in ogni momento, come un pesce fuor d’acqua.
Quel che giunge sulle nostre mense imbandite, quel che ci nutre, il cibo che quotidianamente mangiamo, che viene a far parte del nostro corpo e ci dà forza, dinamicità, e si trasforma in gesti, ebbene quel cibo non sappiamo da dove viene. Così come i vestiti che indossiamo, che vengono a far parte della nostra figura, con cui sposiamo la nostra immagine; ebbene, di quella seconda pelle non sappiamo più la provenienza -forse da paesi lontani, che cerchiamo di scoprire leggendo i contenuti di etichette sibilline, invisibili, a volte riempite da sigle incomprensibili.
Tutto quel che ci appartiene intimamente non è opera della nostra comunità.
Appartenere a una comunità significa decidere tutti insieme del nostro presente a partire dalla ricerca del cibo, attività primaria, e dell’abito con cui coprirci, a difesa delle intemperie: quanto di più sacro ed essenziale pertiene a una comunità.
Il cibo è sacro, in quanto finisce per appartenerci e per diventare parte di noi. Dobbiamo coltivare la terra, vivere delle sue stagioni, assecondarla e lottare con lei per ottenerne i frutti che potranno regalarci la gioia e il dolore del mondo, dell’intera mondanità che il Dio Creatore ha messo a nostra disposizione. Il cibo è puro se vien fatto con le nostre mani nella nostra terra, se il rispetto delle mani è tale da poter ottenere il giusto, ovvero ciò che sarà il colore, il gusto delle nostre bocche, per sfamarci. Coltivare è un atto sacro e sapiente, che reca un ordine nel mondo, al quale occorre obbedire.
La veste che indossiamo per chissà quale ragione -se un giorno eravamo nudi significa che eravamo perfetti, una sola ed una sola parte con la natura a cui ci sentivamo così uniti da poter assorbirne l’aria con la pelle, da poter assorbire il sole nei pori, fino alle viscere; poi l’uomo si è indebolito, ha avuto paura della natura, qualcosa deve essere accaduto. L’uomo è debole, e incerto. Sui suoi passi regnano l’incomprensione e il regno della ragione. Così il ricorso alla veste, il ricorso al riparo dal caldo, dal freddo, dalla pioggia. Questi abiti venivano confezionati in fogge esclusive e indossati per presentarci in qualità di sodali di una particolare  e ben individuata comunità. La comunità diventava allora la nostra nuova natura; si inaugurava l’età dell’homo sapiens, l’uomo si avviava a creare ciò che mai nessun essere era riuscito a innalzare come tempio di sé: la cultura, la storia.
Oggi il cibo e i vestiti non sono più nostri, non appartengono alla nostra comunità.
In questi ultimi anni ci hanno tolto la terra da sotto ai piedi.
La terra non è più nostra!
Non siamo parti più di una comunità, ma singoli che vivono come frammenti di un’unità scomposta, senza luogo.
Siamo parti disperse, nessuno divide con noi il concetto sacrale della comunità.
Niente ci è più comune.
Ci è difficile comunicare, la solitudine metropolitana si è fatta solitudine casalinga, gli uomini sono soli nelle loro case, non hanno più abiti loro, non hanno più cibi della loro terra. Sono esautorati di tutto, sono stati spodestati dal centro che era sacro, il Centro Sacro della Comunità.
Il consumatore è, nel mondo globalizzato, colui a cui è stata tolta ogni parte sacra. L’uomo desacralizzato è soltanto pura materia. Operaio senza opera, cittadino senza città, schiavo senza padrone, libero senza libertà.
Se l’uomo perde il concetto di sacro è votato alla perdita del senso. Io mi sento privo di tutto, perché privato della comunità. La crisi non è economica, è, prima di tutto, crisi di una cultura a cui sono state estirpate le radici. Il sacro, la propria unità. Non dovevamo festeggiare i 150 anni della nostra Unità, ma caso mai la fine dell’unità, per poi fuggire via, uno alla volta, da un luogo che non ci appartiene più: come sta accadendo, realmente. Siamo tutti in fuga, dal nostro centro, dalla comunità che non c’è più. Dalla sacralità che non c’è più. Siamo perduti e perdenti.

(Ascoltando la Sinfonia n. 3 di Henry Mikolaj Gorecki)

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NO TARGET MOVEMENT – MANIFESTO POESIA ISTERICA

Il No Target Movement, movimento d’avanguardia, ci propone il manifesto della poesia isterica.

Chieti 2012-03-25

MANIFESTO DELLA POESIA ISTERICA

 Questo è il Manifesto del Primo Movimento di Pseudoavanguardia del secolo XXI

 1 Noi vogliamo liberare la poesia dal buio della psiche;

 2 Vogliamo liberare i traumi e i desideri rimossi per proiettarli nella luce della performatività;

 3 Noi vogliamo glorificare il gesto isterico come nuova bellezza;

 4 Noi non vogliamo cantare. Vogliamo urlare, dimenarci, fare la bava dalla bocca; contorcerci negli spasmi addominali e in questo coglierne la grazia;

 5 Da ogni luogo della terra si agiteranno corpi, strepiteranno donne. Sette miliardi di bocche urlanti libereranno la poesia;

 6 Noi spezzeremo l’immobilità pelosa e dolorosa della letteratura e dell’arte;

 7 Una forza nuova dominerà il mondo;

 8 Incolpevolmente orineremo e defecheremo sulle cattedre dei Sapienti, sugli scranni dei critici, sulle poltrone dei detentori della verità e del potere culturale, sulle loro clientele e relazioni extraconiugali;

 9 Guai a voi che avete lucrato sull’isteria, che busserà alla vostra porta quando meno ve l’aspetterete

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MASSIMO PAMIO NOMINATO DIRETTORE ARTISTICO DEL MUSEO DELLE LETTERE D’AMORE DI TORREVECCHIA TEATINA

Il 21 Marzo 2012, augurio di Primavera, il nostro direttore editoriale, Cav. Massimo Pamio è stato nominato, con delibera della Giunta Comunale del Comune Torrevecchia Teatina, DIRETTORE ARTISTICO DEL PRIMO E UNICO AL MONDO MUSEO CIVICO DELLE LETTERE D’AMORE. Ringraziando tutti coloro che hanno contribuito a questo importante risultato, annunceremo presto il giorno in cui si terrà la cerimonia ufficiale di nomina. Lo staff della Noubs Edizioni.

MASSIMO PAMIO

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SEGNALIAMO LE SCINTILLANTI ORLANDO

Ebbene sì, fanno scintille. Con i calli al culo, però. Infatti anche noi ci chiediamo: Come fanno i nostri scrittori, i nostri critici, i nostri letterati in genere a studiare se sono sempre più mondani, se partecipano a presentazioni, convegni, festival dall’inizio alla fine dell’anno? Ecco perché hanno bisogno degli editor! Il più grande scandalo della letteratura di oggi? L’Editor! Pirandello aveva un editor? Oppure aveva uno stile e una dignità personali?

Ecco il link:

www.napolimisteriosa.it/calli-al-culo-recensione-di-massimo-pamio-

 

 

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Mario Luzi, Poesie scelte, Noubs Edizioni, una lettura di Federica D’Amato

C’è un piccolo libro azzurro, fermo alle porte della notte per aprirne meglio le promesse. Un libro di poesie che fa parte della prestigiosa collana Acumina, il collettore del mondo, delle Edizioni Noubs: 1200 copie numerate e poi basta, poi il buio, ma attraverso una rincorsa di “aculei luminosi”. Lo hanno raccolto insieme Mario Luzi e Massimo Pamio nel ’95, un’essenziale summa della ricerca poetica luziana nella quale vibra tematica, dominante la ricerca dell’origine. Perché è forse questo andare incontro alla nostre date, ai giochi, alle strade, i fili d’erba,”la prima opaca stella”, la vittoria, “la bianca verità indolente”, l’entrata nel dolore dell’infanzia – forse questo preparare l’incontro con l’infanzia, ovvero l’enigma, l’anima che ci ha preceduti, è la poesia. O altro? O quel “dove non eri quanta pace?”: assenza, abbandono, barbarie del vuoto che viviamo: un novenario che ti spalanca le porte della notte e tu inizi a correre indietro, verso di te, verso il “volto / che riluceva nel buio delle fonti” e un dio ti parla, è lui, sei tu, siamo noi che restiamo svegli in una poesia ad aspettarci. A riconoscerci.

Federica D’Amato

Dove non eri quanta pace: il cielo
fra gli alberi estuosi raccoglieva
la bianca offerta delle strade, un volto
riluceva nel buio delle fonti,
la midolla di miele
temperava l’angoscia dei passanti
e la beltà brillava,
spariva suddivisa tra le vie
lampanti nel silenzio ventilato.
Né memoria, né immagine, né sogno.
Il volto dell’assente era una spera
specchiata dalla prima opaca stella
e neppure eri in lei, eri caduta

fuori dell’esistenza;
il candore affliggeva i crocevia
e non era la sera,
era la bianca verità indolente
in fondo al mio tumulto, impercepita.

Mario Luzi, Da Quaderno gotico, poi da Poesie scelte, Mario Luzi, a cura di Massimo Pamio, Noubs, Chieti, 1995

 

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LA NEVE, uno scritto (inedito e a tema) di Massimo Pamio

LA NEVE, FINALMENTE

di Massimo Pamio

È caduta copiosa, per giorni siamo rimasti isolati a contemplare questo ostinato minuto fragile esercito di fiocchi che si disperdeva ovunque, distribuendosi in modo uniforme, equilibrato, egualitario su tutto quel che c’era nello spazio attorno a noi, che scendeva lieve e soave con una continuità, un’affabilità, una generosità proprie del dono a cui non si può rinunciare, ma che in tante ore notturne si è trasformato in una vera e propria gabbia capace di rinchiuderci senza la possibilità di una via di fuga, impedendoci le uscite di sicurezza, nascondendo sentieri e cielo, rendendoci simili a topi ai quali sono state sbarrate le tane in cui rifugiarsi. Eppure al mattino sebbene ci sentissimo soffocati privi di aria affogati di luce, abbiamo compreso che tutto era stato trasfigurato nel biancore del ricamo dell’arabesco della filigrana sottile d’argento con cui anche le brutture costruite dagli uomini e i suoi manufatti più orridi, erano stati impreziositi nella parola che solo la neve, forse, può vantare di creare: la Bellezza. Ammantando ogni superficie, la neve aveva immacolato e impreziosito ogni elemento, lasciandolo differente in virtù della sua essenza, costituendolo in modo assoluto nella sua forma.

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INTERVISTA A VINCENZO LATRONICO – LA COSPIRAZIONE DELLE COLOMBE (Bompiani 2011)

Questa volta le Edizioni Noubs, per le cure di Massimo Pamio, intervista VINCENZO LATRONICO, una delle giovani voci della narrativa italiana più promettenti, ma soprattutto, unitamente ad Alcide Pierantozzi, una delle menti più colte e raffinate.

Vincenzo Latronico è nato a Roma nel 1984. Ha pubblicato due romanzi con Bompiani (Ginnastica e rivoluzione, nel 2008, e La cospirazione delle colombe, nel 2011). Ha tradotto opere di Max Beerbohm, Hanif Kureishi e P.G. Wodehouse, e sta lavorando per minimum fax a una nuova traduzione di Tenera è la notte di F. S. Fitzgerald. Scrive di arte contemporanea per Domus, frieze e Rolling Stone.

Buona lettura!

CONTRO LA LETTERATURA DI CONTRABBANDO

Intervista a Vincenzo Latronico

a cura di Massimo Pamio

1) Vincenzo, intanto ti faccio i nostri complimenti perché, così giovane, hai già composto due romanzi di tutto rispetto, Ginnastica e rivoluzione e il recente La cospirazione delle colombe.  Ci vuoi accennare brevemente al primo romanzo? Quale è stata la tua palestra di scrittura: dove, come, quando hai compiuto le tue prime prove letterarie?

In realtà, non vorrei accennare al primo romanzo. È strano – ci ho messo tutto me stesso, quale ero allora, e il risultato gli assomiglia: agitato, ansioso, sovraccarico, impreciso, tutto sbalzi e strattoni e picchiate senza un bersaglio, o con un bersaglio che si rivela essere un ologramma, un fantasma, un fuoco di prisma. Se ci ripenso, cosa che mi sforzo il più possibile di non fare, mi intenerisce e mi imbarazza e mi fa venire voglia di pensare ad altro, come le lettere d’amore non spedite del liceo. Quando provo a rileggerlo trovo delle cose che mi piacciono, ma smetto subito. Parlava di cinque ventenni che vivevano a Parigi, volevano andare al G8 di Genova nel 2001 e alla fine non ci andavano, per colpa della polizia, di uno spacciatore messicano, di un anziano miliardario, e loro.

2) La cospirazione delle colombe, ambientato nel mondo dell’economia vissuto attraverso le esperienze di giovani bocconiani, è narrato in terza persona, senonché, sorprendentemente, a pagina 77, fa irruzione l’io narrante, un personaggio di secondo piano, ma, visto che viene chiamato in causa, si suppone che possa essere il vero motore occulto della storia, che segue gli avvenimenti senza farsi notare, ma che tutto inquadra dal buco della serratura. Una trovata hitchcockiana. Che sia un romanzo a tesi, e che ci sia qualcuno che voglia far passare una sua concezione del mondo, grazie alle leggi di una personale categoria morale…

In origine l’intenzione era un po’ il contrario: per me – da lettore – i romanzi che vogliono contrabbandare una tesi sono quelli che fingono oggettività (“in terza persona”, appunto). Inserire me stesso era proprio un tentativo di antidoto a questo contrabbando: dicendo dove sono io nella storia, come la vedo e perché, relativizzo o tento di relativizzare questa tesi – mettendola in bocca, fra l’altro, a un personaggio minore, marginale, che magari capisce poco di quello che succede. Ma forse è solo un alibi per una forma neanche troppo implicita di protagonismo.

3) In questo senso ti vedo come un nuovo Calvino, ovvero come quello scrittore che, partendo da un teorema per dimostrare qualcosa, alla fine giunge a una agnizione che però, potrebbe smentire le premesse date…

A farci ben caso, il libro contiene due teoremi, che sono diametralmente opposti l’uno all’altro. In questo senso – ovviamente non posso non sentirmi lusingato per il paragone – ma mi pare che quasi sempre Calvino sia troppo controllato, troppo limpido, troppo passeggiatore fischiettante nel fuoco incrociato della trincea. Il suo libro che amo di più – e che giudico davvero un capolavoro – è Il barone rampante, proprio perché secondo me lì il controllo gli sfugge, e il libro ha una tesi chiarissima che però è molto difficile da mettere a fuoco e si trasforma costantemente nel proprio opposto (c’è chiaramente una lotta fra “la ragione” e qualcosa d’altro: ma chi rappresenta la ragione? Cosimo, o gli altri?). In questo senso è un libro malriuscito, un po’ infetto, un po’ slabbrato (è anche quello con la trama più artificiosa, giustapposta): e questo, a mio parere, è un bene.

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