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MEDICI ILLUSTRI D’ABRUZZO, NOVITA’ DALLE EDIZIONI NOUBS

Nel mese di Dicembre 2011 le Edizioni Noubs hanno pubblicato Medici illustri d’Abruzzo, un’opera saggistica di Fernando Galluppi in cui l’Autore traccia in brevi linee carriera conquiste successi aneddoti delle personalità che hanno fatto la storia della medicina in Italia e in Abruzzo.

Segue un estratto dedicato alla figura di Raffaele Paolucci

Pochi Maestri della Chirurgla hanno meritato come il Paolucci le intense ed appassionate testimonianze di affetto e di stima rese loro in memoriam.
 Toccante tra quelle tributate in Abruzzo la commemorazione da parte del suo allievo Vanni Beltrami, ed emozionante l’altra poi rappresentata dal Prof. Achille Mario Dogliotti, Clinico Chirurgo di Torino, al 60° Congresso di Chirurgia di Genova. Egli affermò tra l’altro: “Una gran folla dolorante e silenziosa lo segui nell’ultimo percorso sostituendosi col proprio affetto, spontaneo, puro, commosso all‘assenza della rappresentanza ufficiale delle Forze Armate,che pure ebbero in Raffaele Paolucci uno dei maggiori e più puri Eroi del Risorgimento. Egli ora riposa nel cimitero della sua Orsogna, accanto alla sua fedele ed adorata Compagna. Tutte le Scuole chirurgiche italiane,ricche di secolare esperienza,si inchinarono alla sua memoria. E noi che Gli fummo vicini nella propizia come nell’avversa fortuna, pieghiamo il capo ed asciughiamo le lacrime,con l’orgoglio di essergli stati compagni ed amici in tante circostanze,e grati per quanto Lui ci ha insegnato nel campo del sapere e in quello dell’amore”.
E, in fine, parrà opportuno riportare il ricordo vibrante tenuto dal primo allievo del Paolucci, il Prof. Ettore Ruggieri, Clinico Chirurgo a Napoli,in occasione della lll Giornata della Sanità Militare in Taranto il 27 Settembre 1959. Seguiamone almeno qualche frammento,in chiusura.
”..Questa nostra terza adunata si apre oggi con un velo di tristezza,perchè manca all’appello il più grande, il più eroico, il più puro di tutti noi: Raffaele Paolucci (…) Tutti sappiamo cosa Egli abbia fatto in guerra. La sua favolosa impresa è nella nostra memoria e nel nostro cuore.

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APPUNTI PER UNA CRITICA DELLA STORIA DELL’ARTE, di MASSIMO PAMIO

Buongiorno cari lettori.

Iniziamo questo 10 Gennaio 2012 con “intenti saggistici”: a voi, infatti, una riflessione di valorosa portata critica, nella sua accezione più genuina, sull’arte pittorica, a cura del direttore editoriale NOUBS, cav. Massimo Pamio.

A voi un congruo giudizio!

Buona lettura…

APPUNTI PER UNA CRITICA DELLA STORIA DELL’ARTE

di Massimo Pamio

  L’arte pittorica è connaturata alla mente umana, nasce da una predisposizione. Il primo       graffito fu atto magico, apotropaico, proiezione animistica – sovrapposizione del proprio afflato predatorio con il corpo della preda- poi divenne simbolo, idea, manifestazione culturale: capacità della rappresentazione dell’immagine presso le diverse civiltà, così come risulta condizionata dalla committenza. L’arte aiuta a comprendere l’idea che il potere elabora di sé.
Nel medioevo, in Italia, l’artista doveva tradurre in scene pittoriche episodi evangelici o biblici attenendosi al dettato religioso: ridotto a scenografo, a tecnico delle luci impiegato alla messa in scena della rappresentazione sacra, il didascalico artista formalizzava il discrimine tra società sacra (dei potenti) e profana (del popolo). Unica personalizzazione concessa, quella di cogliere nei volti profondità inusitate, espressioni indimenticabili, che forse gli angeli non possedevano. I corpi erano ridotti a concetti astratti, a stampelle di abiti o di anime. Sfugge a questa regola un Lorenzetti, dai cui quadri a volte può trasparire la sensualità del corpo.
Con l’Umanesimo e il Rinascimento, i pittori passano alle dipendenze di una classe narcisista che ama farsi riprodurre nella sua regalità, in abiti sontuosi, per motivi pubblicitari: papi, cardinali, principi, banchieri, magnati del commercio dei tessuti. Michelangelo dipinge la Cappella Sistina: il Dito di Dio e il dito di Adamo-Michelangelo sono la congiunzione simbolica del mecenate e illuminato committente – il Papa stesso- con il genio Michelangelo, precario ante litteram.
I signori rinascimentali amano farsi riprodurre in scene mitologiche o come attori di scene evangeliche. Si fanno largo le architetture della Ragione; i modelli rappresentativi dell’ideale signorile prevalgono sul rispetto canonico del pensiero religioso. Ne è esempio la Flagellazione di Pier della Francesca, dove si vive quasi con distacco la flagellazione del Cristo, posta in secondo piano.
I corpi sono mostrati nella nudità, in movimento.  Nudità quale opulente simbolo della società.
Con Carpaccio e Signorelli protagonisti della rappresentazione si fanno l’uomo e la folla, sebbene le storie siano sempre legare al racconto del potere. Nelle opere di Gerolamo Romanino e Giovan Gerolamo Savoldo cominciamo a scorgere persone e non più personaggi, gli uomini comuni rubano la scena ai signori e ai cardinali.
Non poteva un artigiano, dati i costi dei materiali, fare a meno dei gusti del committente. In seguito, i pittori fondano scuole, si procurano allievi, coinvolgono maestranze, divengono piccoli imprenditori: nonostante questo, raramente l’arte è svincolata dai dettami dei richiedenti; una sorta di autocensura regna tra gli artisti, la cui fantasia è imbrigliata dalle maglie della paura di perdere ordini e dall’assuefazione al “quieto vivere”: atteggiamento di cui gli storici dovrebbero tener conto se vogliono riferire fino in fondo le vicende del nostro popolo, dominato dal sentimento dell’ipocrisia, dal servilismo, incline più alla maldicenza che all’eroismo o alla difesa dei diritti e delle libertà, come attestano polemicamente Leopardi, Longanesi, Flaiano, Pasolini, Saviano, rari esemplari di Grillobeppe parlante nel panorama omertoso nazionale.

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