CARNE NUOVA di Caterina Falconi


Le Edizioni Noubs vi propongono un racconto inedito gentilmente messo a disposizione dalla scrittrice Caterina Falconi… Attendiamo un vostro giudizio!

CARNE NUOVA

di Caterina FALCONI

7 luglio 2175  

Stephen intrecciò le mani dietro la nuca e fece due torsioni del busto. Le protrusioni nella sua colonna urlarono. La cupola era in penombra, in un grigiore metallico effuso dalla membrana di protezione.

“Solange, apri” disse, rivolto a un viso etereo che gli sorrideva da uno schermo. E dalla sommità della cupola, come palpebre, le membrane in silicio si schiusero frusciando. Un fascio di luce opalescente spiovve dentro e inondò il locale.

“Fatto Stephen.”

Lui annuì.

Al centro della sala, nella teca trasparente, immersa nella soluzione isotermica, la ragazza piangeva nel sonno.  Le sue lacrime si formavano così lentamente che il gelo della teca le asciugava. Le sue funzioni vitali, rallentate dall’ibernazione, seguitavano torpidamente ad animarla, e lo stesso, probabilmente, accadeva ai suoi pensieri.

“Non piangere Agata” le disse Stephen. “Ti ho promesso che tutto tornerà a posto” la consolò, e girò attorno alla teca per stringerle la mano. Il braccio nudo di lei sbucava da un’apertura circolare, adagiato su un asse, e infuso da tre sonde collegate a dei monitor.  Al momento aveva le dimensioni di un arto di una bambina di  undici anni, ed era roseo e glabro. Lui lo carezzò con la punta delle dita, e infilò la destra sotto quel palmo affusolato.

“Fidati. Il braccio sta ricrescendo bene, e Cormac sta tornando da te. Non devi fare niente. Devi solo aspettare, e riposare” le disse, ed esitò, sapendo che l’ultima parola: riposare, le sarebbe arrivata dopo giorni. Affondò lo sguardo nella teca: lei fluttuava tra i propri ricci, come una pallida sirena in un banco di rosse alghe. I capelli avevano continuato a crescere normalmente, e dopo undici anni avevano invaso la vasca torcendosi e ondeggiando.

Una carezza sulla sua schiena identificò la nuova arrivata come Lea.

“Salve Lea” salutò il computer.

“Buongiorno Solange” rispose la donna.

“Ciao amore” disse Stephen, e si voltò a baciarla. Lea profumava di vaniglia e lo guardava eccitata: “Ho capito a chi somiglia!” gli disse. “Sembra Ofelia di Rossetti.”

Stephen annuì colpito. Era proprio vero, la sua sfortunata gemella somigliava ad Elisabeth Siddal  immersa nell’acqua che l’avrebbe uccisa. Per non pensarci trascinò la moglie alla vetrata. Terra sorgeva all’orizzonte, fondendo il cielo oscuro  in un blu vellutato cosparso di efelidi argentee. Nel cratere di fronte ai laboratori una scavatrice trivellava il suolo sollevando sbuffi di polvere, che volteggiavano e restavano sospesi nella fosforescenza dell’alba lunare. I rover immobili affondavano i cingoli nella regolite  pastosa, e nessuna luce era ancora accesa dietro gli oblò delle torri. Ciuffi di nuvole candide adornavano l’Europa.

“Torneresti sulla Terra?” chiese Stephen.

“Per vederti conteso dalle altre in un’università? No. Terra non è più un bel posto, oltretutto. Qui viviamo in una specie di sogno tutto nostro. Io e te, nel blu, i nostri amici tecnici e minatori nei moduli abitativi là fuori… Gli altri scienziati nelle altre cupole.”

“E il bambino.”

“Già” sospirò Agata.

Si strinsero più forte. Due silhouette di spalle che si stagliavano contro lo strappo acceso che la terra apriva ascendendo.

“Gli hai dato nostro figlio Lea.”

“Tu lo hai chiesto. E io l’ho fatto, non posso negarti niente. Credo che lo rifarei. Anche perché… Cormac è amabile.”

“Questo non potevi saperlo allora. E non potevi sapere come sarebbe stato, un nostro figlio”.

Lea non disse niente. Si voltò a guardare Agata con astio, pensando che quella era sempre venuta prima di lei. E Solange, che era una macchina empatica, per dissipare il loro malumore annunciò che il caffé caldo era nel dispenser.

 12 gennaio 2163

   Caro Simone, oltre a infliggerti un nome umano scrivo anche sulle tue pagine… Non ti chiederai perché continuo a preferire un diario cartaceo alle registrazioni vocali. Non ti chiedi niente tu, muto masochista riciclabile. Il fatto è che fa molto Bram Stoker, e per una che insegna letterature di genere  all’università era inevitabile. Oggi ho detto ai miei studenti che il male è impersonale, e che in letteratura, soprattutto in quella gotica, o horror o fanta, il movente degli scrittori è il bisogno di dargli un  nome. Un male ammansito e personalizzato forse può cambiare idea… risparmiarci, essere sedotto. E’ quello che sostiene il mio gemello Stephen. Lui dirige il dipartimento di Affective computing  dall’altro lato dell’edificio, a Robotica. Dice che le macchine vanno personalizzate, rese benigne. Ma è un grande ossessivo, e il controllo è il suo movente. Non che sia cattivo, tutt’altro. Solo che vorrebbe gestire ogni respiro delle persone che ama. Prendi quella gattamorta della sua compagna. Dipendente da lui a livelli da farmaco. Una gran figa, ma assolutamente soggiogata. Vivono una relazione fusionale ed esclusiva, e progettano di  andare su Luna, dove un grande laboratorio di ricerca sperimenta l’inosabile. E’ un tipo di sperimentazione da frontiera, quello che si fa lassù, in una dimensione scucchiaiata dal presente terrestre, e dall’etica. Lea è entusiasta del progetto, su Luna nessuna rivale può insidiarle il marito. E mio fratello già gode all’idea di ricrearsi un piccolo mondo su misura da governare. Vorrebbe portare anche me. Mi ha anche prenotato un modulo abitativo. Da quando nostra madre ha ammazzato papà, e poi se stessa, lui non tollera il pensiero che ci separiamo. Ma io, quaggiù, ho il mio amore segreto. Cormac ha diciotto anni, ed è un mio studente. Diciotto contro ventisette, e potrebbe essere un male. Lo è sicuramente. Ma un’altra caratteristica del male è l’arbitrarietà, sennò… che male sarebbe… Prendi gli uccelli. Questi stormi di bestie tozze e brutte che sfrecciano a migliaia tra i tetti, e sempre più spesso a bassa quota. E’ lo scombussolamento dell’ecosistema che li ha spinti a riprodursi in un modo così osceno, e loro sciamano quasi sulla città, fanno danni, mettono inquietudine. Arrivano quando meno te lo aspetti in un cigolio di strida confuse, in un frullo immenso e sinistro di ali. Oscurano il cielo. Si inabissano a bassa quota sfrecciando sulla testa dei passanti inorriditi. Chissà cosa li muove… io penso una irrequietezza animale dissennata e feroce. Una vitalità ottusa pronta a tutto. Maligna, appunto.  Uno immagina che possano schiantarsi contro la facciata di un palazzo, esplodendo nell’impatto. Che si infilino nel finestrino di un’auto e soffochino le persone nell’abitacolo. Li detesto. Mi fanno rabbrividire…

Il ragazzo entrò scalzo nella cupola.

“Mamma” chiamò. In pantaloni del pigiama e a torso nudo. Le protuberanze colorate delle espansioni, alcune già parzialmente riassorbite, altre ridotte a piccoli fibromi colorati, che  ingemmavano la perfetta testa rasata.

“Cormac… hai sognato di nuovo?” chiese Lea.

“Sempre lo stesso incubo: l’incidente sulla superstrada. Arriva quello storno…”

“Stormo!”

“Scusa mamma, non ne ho mai visto uno vero… Solo in quei film. Insomma arrivano gli uccelli e la ragazza coi capelli rossi, la zia Agata, che guida la macchina, perde il controllo e si schianta. Io tento di raddrizzare il volante ma peggioro la situazione. L’auto si ribalta e vedo quel lampo. E poi il buio. E muoio. Per un attimo, prima del nero, penso a lei. Al modo di tornare a prenderla.”

“Sono solo incubi” lo rassicurò Lea, e lo abbracciò. “Andiamo, ti accompagno in camera e resto un po’ con te.”

Più tardi, seduta ai piedi del  letto, Lea osservò il viso un po’ lungo del ragazzo. Il taglio obliquo dei suoi occhi, la grande bocca sensuale, e si disse che somigliava a Stephen, anche se era il clone dell’amante di sua cognata, morto nell’incidente in cui Agata aveva perso il braccio. Si chiese quanto bene gli volesse, se quel pallido riverbero, quella pietà intermittente per il bambino ignaro fossero affetto.

“Dorme” riferì al marito rientrando nella cupola. Lui discorreva con Solange, che per l’occasione si era fatta negra e  mostrava l’attaccatura dei seni nel monitor. Lea fu stordita da una violenta gelosia e si chiese se un computer affettivo come Solange, programmato per compiacere volentieri, potesse innamorarsi del suo creatore, e magari configurarsi in pose sconce, mentre lei era indaffarata col ragazzo negli alloggi.

“Sempre lo stesso incubo.”

“Sapevamo che sarebbe successo. L’ultima chiave usb che gli ho fatto innestare era altamente biocompatibile, ma che l’unica informazione che contenesse: il ricordo artificiale della propria  morte,  lo avrebbe gravemente destabilizzato, gli psichiatri lo avevamo previsto. Fortuna che gli abbiamo anche impiantato il  desiderio ossessivo di riportare indietro Agata. Quello lo aiuterà a resistere. Non sarà complicato indurlo a innamorasi di lei, quando la risveglieremo.”

Lea non rispose, all’improvviso le sembrava tutto contorto, e cattivo. Una raffica di space debris si abbatté sulla cupola, e l’edificio vibrò leggermente mentre Solange azionava il dispositivo per la chiusura delle membrane e valutava i danni.

Nella teca  Agata, avviluppata dai capelli, annaspava nel ricordo più terribile, che si proiettava nella sua testa con la lentezza di una condanna dantesca. Vedeva il sangue zampillare dal cavo da cui il braccio era stato strappato. Tra un mese, forse, avrebbe rivisto il volto di Stephen chino sul proprio, che la rassicurava sul fatto che un braccino di embrione cavato dalle staminali di lei era in coltura e presto le sarebbe stato innestato. Intanto che riposasse, che Cormac stava per tornare a prenderla.

Era passata un’ora da quando i coniugi avevano lasciato la cupola, e Solange si chiedeva compulsivamente cosa avrebbero fatto nel letto, loro due che avevano un corpo, dopo quello che lei aveva mostrato a Stephen. Le fibrille ibridate dei suoi occhi bionici trascinavano per la stanza uno sguardo addolorato. Stephen l’aveva programmata sullo schema della sposa masochista e fedele, e Solange non sapeva su chi riversare la propria pena, finché non inquadrò Agata, che nel lucore del suo feretro in materiale vinilico, come in un prisma di luce ultraterrena, soffriva imprigionata in un tempo lentissimo. Attorno, il baluginio dei rivestimenti dei calcolatori, l’ammiccare delle spie. I tracciati fosforescenti che improvvisavano sui display danze zigzaganti. “Facciamo così Agata…” disse alla donna ibernata. “Ci spariamo qualcosa di compatibile con i nostri tessuti, che ci dirotti su altri pensieri”.

   10 ottobre 2163

  Caro Simone, dicono che è solo un periodo, e io spero che passi. Stephen ha scoperto di Cormac, e disapprova. Lea non si schiera. La famiglia del mio ragazzo, madre cinese e padre siciliano, mi farebbe a pezzi se sapesse. Il preside mi ha tolto il saluto, forse gli sono arrivate voci. Mi consola soltanto il pensiero di fare l’amore con Cormac. Quando sono tra le sue braccia un calore vellutato riforma il guscio che mi protegge dal mondo, e che gli ultimi dispiaceri, dopo gli antichi, hanno disciolto. Temo di essere di nuovo sul ciglio del panico. Forse dovrei riprendere dei farmaci. Gli uccelli mi atterriscono. Mi rendo conto che è una fissazione, ma quando li sento arrivare annunciati dal loro infernale fragore mi afferra un presagio di morte. Intanto le foglie che cadono insozzano i viali.

    28  settembre 2181

Per tutto il giorno il ponte radio dalla Terra fu disturbato dalla tempesta di space debris, e sulla Luna i coloni furono tormentati da un senso di abbandono. Lea era invecchiata poco esternamente, e si aggirava insoddisfatta sui pavimenti di regolite, esasperata dal plumbeo riverbero del cielo che colava dalle vetrate sintetiche, e insofferente allo squarcio di luce accecante che dall’orizzonte scivolava incontro alla base come l’ologramma di un iceberg. Sentiva di amare meno il marito, e la compassione per Cormac, insediato nell’involucro che sarebbe stato di suo figlio, se lei non avesse acconsentito a far clonare l’embrione che le germogliava in pancia, si mischiava a un malessere e a una tenerezza che non sapeva spiegare. Spesso l’assaliva una nostalgia di vita, e come uno stormo di passeri infreddoliti ricordi di scene terrestri si assiepavano attorno al suo cuore. Rivedeva le primule sul bordo di un marciapiede, risentiva il profumo del caffé dalla porta socchiusa di un bar… La ragazza nella teca criogenica rifulgeva della sua inalterata bellezza, i capelli ancora più lunghi che galleggiavano sulla soluzione cosparsi di goccioline. Per una ragione o per un’altra Cormac le girava sempre attorno. I suoi impianti di memoria, estrapolati dal cervello del primo Cormac, lo spingevano sul declivio di una moderata psicosi. Chiudeva gli occhi e si vedeva abbracciare il corpo candido della zia. Gli pareva di ricordare la sua voce. Di giacere persino con lei, dopo l’amplesso, su soffici coperte ascoltandola leggere Stoker, o passi meravigliosi dei romanzi che il padre aveva portato su Luna. La sua ossessione amorosa gli impediva di studiare, ma la lettura era per lui una necessità,  come se in un passato imprecisato… forse persino in un’altra vita, non avesse fatto altro che bruciare di passione per la donna, e per la letteratura.

Si accorgeva degli sguardi, di  quello preoccupato di Lea, di quello indecifrabile del padre, di quello compassionevole di Solange. Talvolta si sentiva controllato e mosso da fili invisibili, una sensazione che lo trascinava in una paranoia accesa che non gli dava tregua per giorni. Il tempo sulla base era smagliato da un’aspettativa vacua e da un senso di perdita e di lutto. La luce aveva una connotazione feroce, candida dove il sole batteva, cessava bruscamente precipitando in faglie di oscurità e gelo dietro il bordo dei circhi, ai piedi degli altopiani. Colori sbiaditi e fluttuanti, come sul fondo dei mari terrestri che aveva ammirato soltanto nei film, o rivedeva nei sogni, pennellavano il rivestimento dei moduli abitativi. Ogni tanto altri coloni venivano alla base per pranzare insieme. Cormac, che era nato sulla Luna, non avrebbe potuto capirlo, ma Lea, che era stata un’appassionata lettrice di Mccarthy,  rivedeva in quegli omoni cenciosi e abbacinati qualcosa dei pionieri americani e dei cacciatori di scalpi dei romanzi di frontiera, e si chiedeva quando sarebbero esplosi i primi episodi di violenza. Certo, gli sguardi lascivi alla teca non lasciavano presagire nulla di buono… D’altro canto Stephen era sempre più nostalgico e scostante, e le sue conversazioni a letto, dopo un sesso frettoloso e abborracciato, vertevano sulla sorella e sul momento in cui, finalmente risvegliata, sarebbe stata riconsegnata a Cormac liberandolo dalla promessa fatta. Era evidente il suo senso di colpa. Se quella mattina di diciotto anni prima non avesse litigato con Agata a causa della relazione col ragazzo, lei non si sarebbe fatta spaventare dal volo radente degli storni sull’autostrada… Erano mesi che manifestava i sintomi di una depressione, ma nessuno le aveva concesso la comprensione e la cura che le sarebbero spettate.

Quel ventotto settembre tuttavia uno snodo si preparava per le vite di tutti: il processo di congelamento era rallentato fino al punto zero, e restituita al presente e a una temperatura di trentacinque punto due gradi centigradi, Agata semplicemente dormiva nella sua tiepida culla, e l’indomani sarebbe stata risvegliata.

29 Settembre

Il medico della base era nella cupola, con le sue amanti infermiere gemelle aveva armeggiato attorno alla teca capendone poco. In realtà non era stato addestrato al risveglio dei corpi dai contenitori criogenici, ed era là come una grossa misura cautelare. Agata sognava, e le sue visioni filavano veloci come non facevano da quasi un ventennio.

Gli uccelli erano sulla città. Stormi immensi che si avvolgevano e srotolavano come nastri brulicanti, spinti da una strana volontà di branco che li percorreva univoca e arbitraria. Si aprivano in un immenso ventaglio, si dilatavano in un drappo luttuoso che si ripiegava su se stesso. Le loro strida spiovevano sui passanti che sollevavano la testa disturbati. Di che cosa si nutrivano?

   Lei era sull’autostrada con Cormac. Lui le faceva scivolare una mano sulla coscia e la guardava con occhi vellutati. Si stavano dicendo quanto si amassero, ma la sua felicità era offuscata dall’eco degli insulti di Stephen. E a un certo punto lo stormo si era abbassato e volava radente sulla carreggiata, o così le sembrava. Uno tsunami ribollente di schegge nere. Fu certa che non avrebbero ripreso quota. Che avrebbe dovuto passarci in mezzo con la macchina, che sarebbero entrati nel finestrino! E

    Stephen le infilò un braccio sotto la testa, la sollevò dal liquido tiepido e dall’intrico di capelli. Sui seni perfetti le ventose celesti captavano le pulsazioni accelerate. Diagrammi impazziti correvano sui monitor.

“Fai un bel respiro Agata”, come se avesse dovuto partorire.

l’avrebbero soffocata. Già le sembrava di sentirli scricchiolare sotto le ruote, ma era la sua immaginazione. E a un tratto seppe come sarebbe andata a finire, una scaglia di consapevolezza dal futuro: avrebbe perso il controllo e la mano di Cormac avrebbe afferrato il volante!

   E invece c’era un’altra mano, che la sosteneva, e una voce familiare che non riusciva a identificare che sovrastava le sue pulsazioni e la esortava a fare un bel respiro e ad aprire gli occhi.

 Sentì freddo, gli uccelli turbinavano attorno, la soffocavano, un peso sul petto le impediva di buttare fuori l’aria…

“Respira Agata! Respira!”

Lei spingeva ma non riusciva, mentre lo stormo le vorticava addosso più veloce e fitto e si confondeva con il suo parossismo.

“Solange, fai qualcosa! Dottore! E’ in apnea. Rischia danni cerebrali. Solange!”

“Sto valutando Stephen.”

Ma fu quando decise di arrendersi che qualcosa le si sciolse dentro, e il respiro defluì, dapprima rotto, poi  doloroso.

Aprì gli occhi scossa dall’ovazione che si sostituì alle strida rapaci. Gli uccelli c’erano ancora. Sagome evanescenti che sbiadivano per diventare un mulinello di fiocchi di neve e poi sparire. Il posto era un grande contenitore di metallo, un uomo anziano che le sembrava suo fratello invecchiato, e altra gente vestita in modo clownesco, la osservavano avvicinandosi. Una seconda ondata di consapevolezza le fece sentire d’essere nuda, e mentre copriva i seni con un braccio stranamente roseo e torpido, lo vide!

Il ragazzo era ai piedi della vasca, terreo per l’emozione, e le tendeva le mani. Era Cormac, e non lo era, e dal gioco di sguardi immediatamente innescato tra loro, sentì che pure per lui era lo stesso: che la riconosceva e gli pareva sconosciuta. Ma che anche così, nell’impostura e nella novità, in un altro presente trapunto di indelebile intimità, il loro amore sarebbe continuato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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