MAGARI, racconto inedito di MICHELE TURAZZI


Un dono di Michele Turazzi al blog di Noubs.

Michele Turazzi è uno scrittore che a casa Noubs stimiamo molto, un vero scrittore. Il suo dono pertanto ci è particolarmente gradito. In questo breve racconto offre una amara riflessione sullo stato del nostro amato e sciagurato Paese. Speriamo che voi tutti raccogliate il suo messaggio e ne facciate oggetto di discussione. Magari…

MAGARI

inedito di Michele Turazzi

Monsieur, che cosa vuol dire ‘Magari’?”. Era una bella ragazzina di sedici anni a chiedermelo, aveva una spruzzata di lentiggini sulle guance e il rimmel a contornarle gli occhi. Era seduta in prima fila, giusto davanti alla cattedra. Non potevo far finta di non aver sentito la domanda, né potevo sviarla, dicendole “Ora non c’è tempo, dobbiamo finire la lezione”; in effetti non avevo ancora cominciato a dire nulla. E allora mi sono messo a pensare. Ma quando hai davanti diciotto liceali in preda a squilibri ormonali non puoi permetterti di pensare a lungo, devi dire qualcosa. Ed essere convincente. “In Italia utilizziamo ‘Magari’ con differenti accezioni”, ho iniziato, ma lei non si beveva la storia delle differenti accezioni. Lei aveva un libro aperto sul banco e su quel libro c’era un dialogo, e quel dialogo finiva con “Magari” e poi c’era soltanto il punto esclamativo. “è un’esclamazione”, ho detto. Ma lei questo già lo sapeva, altrimenti il punto esclamativo là che ci stava a fare?

“Ce lo può tradurre, monsieur?”, le ha dato manforte il suo vicino di banco, un ragazzino rachitico con la montatura degli occhiali grossa e nera. “Non c’è una vera e propria traduzione” ho risposto. Non era sufficiente. Ho continuato: “Potrebbe essere qualcosa come Je voudrais bien le faire, mais je ne peux pas”. Mi piacerebbe molto farlo, ma non posso. Mi guardavano perplessi, non soltanto loro due in realtà. Tutta la classe era immobile, non sembravano capire.

Ci potrebbe fare un esempio?” Odio gli esempi. È una cosa che ho sempre odiato, viscerale; una parola cambia significato senza sosta, cambia a seconda di chi la usa, di quando e quanto la usa, di perché la usa. Gli esempi grammaticali sono solo frasi morte. Prendono una lingua e la obbligano a restare in mutande e calzini, senza vestiti. “Per esempio se io vi dico ‘Venite a vedere la partita stasera?’ e voi rispondete ‘Magari’ vuol dire che avete i compiti da fare e non ci potete andare, ma Dio sa quanto vi piacerebbe”. Però non ci sono riuscito a fermarmi. “Indica una desiderio, una speranza. Il problema è che quando la pronunci già lo sai che non andrà a buon fine; c’è un certo fatalismo in questa affermazione”.

I ragazzi non capivano. Io invece in quel momento per la prima volta sì. Ho capito tutto della mia nazione, cercando di spiegare una parola logora ad un branco di brufolosi adolescenti francesi. Noi italiani abbiamo coniato questa parola come se fosse un mantra, il nostro mantra. E da allora la utilizziamo in continuazione. “Magari” è un anelito a qualcosa di più, che si scontra costantemente col mondo. È una parola idealista, ma allo stesso tempo del tutto conficcata nelle piaghe del reale, un grido che si infrange nel marcio. “Magari” diciamo e ci sentiamo bene perché siamo nel giusto e vorremmo che le cose andassero in maniera diversa. Ma non ci possiamo fare nulla. E infatti “Magari” è la nostra giustificazione, la nostra certezza nell’immutabilità del mondo. Siamo noi che ce ne laviamo le mani; “magari” diciamo e il discorso è finito. Non ci può essere una replica. Non spetta a noi cambiare le cose, deve pensarci qualcun altro. Insomma, è la provvidenza che aspettiamo.

I ragazzi parlavano tra di loro, si lanciavano cose, ridevano e scherzavano. Probabilmente è di me che ridevano. E non avevano torto: me ne sono stato dieci minuti incompleto silenzio. Poi ho battuto le mani, ho alzato la voce e ho iniziato la lezione.

Michele Turazzi

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