FEDERICA D’AMATO SUL MITO IN CESARE PAVESE


Per gentile concessione dell’autrice, Federica D’Amato, vi riportiamo un articolo di critica letteraria (già apparso su Ipercritica) che affronta il tema del mito e del doppio nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese.

UN FATTO DOLCE ATROCE

La Bestia pavesiana

a cura di Federica D’Amato

Quel che si intende esperire con la seguente lettura focalizzata è la ricchezza di un’opera solitaria – perché assoluta – di un autore ebbenesì italiano: i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Per chi scrive il malcontento, la polemica sono già innescate; non è necessario dire chiaramente che Pavese oggi è letto poco e male, che la memoria dei veri classici novecenteschi è andata perduta anche da chi quel fuoco lo ha attraversato, che un pettegolezzo ha vinto la volontà di un uomo che aveva chiesto solo di non fare pettegolezzi. Ma andiamo avanti, o meglio indietro.

I Dialoghi con Leucò, insieme a Feria d’Agosto e alla Luna e i falò sostanziano “l’ultimo guizzo della candela”,[1] la triade raccolta intorno all’esplorazione del mondo antico, del primitivo del selvaggio ovvero del mito; l’arco di tempo è quello che va dal ’45 al ’47. Pavese si sarebbe arreso nel ’50.

I Dialoghi, è ampiamente risaputo ma ben poco compreso, consistono in una serie di 26 raccontini in forma dialogica tra personaggi mitologici, còlti nella loro versione minoica, che mirano appassionati a palesare il Mito come unico accesso alla tematizzazione dell’origine in quanto destino. Testimoni il sostrato concettuale espresso nelle riflessioni private (vedi Il Mestiere di vivere, MV) e i numerosi interventi di un Pavese “giornalista” con l’Unità ,dedicati al mito come poetica.

Difficile, scomoda la lettura dei Dialoghi. Contrariamente a quanto afferma l’autore nella presentazione all’edizione di debutto, non vien voglia di sbadigliarci alcun sorriso sui propri totem e tabù, i selvaggi e gli spiriti della vegetazione, l’assassinio rituale, il culto dei morti, lo spargimento di sangue e il sesso violento che fonda il mondo; o se proprio bisogna sorridere, allora lo si farà in modo arcaico perché Pavese ci pone davanti al destino dell’uomo, alle sostanze che lo informano e lo consumano, alla legge “cui bisogna ubbidire”[2], e l’inganno occidentale vacilla, il progresso sbanda, una orribile sacertà erompe da e verso noi stessi. Ci soffermeremo proprio su quel sorriso arcaico, prendendolo come principio rabdomantico nella lettura de La belva, che sospettiamo essere il dialogo più intenso della raccolta.

Se “arcaico” è αρχαῖος, “antico”, da “arché” (ἀρχή) come principio / fondamento / legge, allora il nostro sorriso non potrà che scaturire da ciò che era all’origine e costante, beffandosi dell’adolescenza della nostra corteccia cerebrale, di-svela una nudità che è tutto il nostro bagaglio.

Ne La belva troviamo Endimione e uno straniero, non potrebbero dialogare che su Artemide. Questa l’introduzione:

Noi siamo convinti che gli amori di Artemide con Endimione non furono cosa carnale. […] Il carattere non dolce della dea vergine – signora delle belve, ed emersa da una selva d’indescrivibili madri divine del mostruoso Mediterraneo – è noto. Altrettanto noto è che uno quando non dorme vorrebbe dormire e passa alla storia come l’eterno sognatore.

Endimione, figlio di Zeus e della ninfa Calice, fu re dell’Elide; pastore di incredibile bellezza, fu punito da Zeus con un sonno di trent’anni, sul monte Latmo, per aver cercato di insidiare Era; quando Artemide lo scoprì dormiente se ne innamorò e si recò ogni notte sul monte per guardarlo; la versione del mito che vede protagonista Selene (figlia di Iperione e Teia, déa lunare spesso associata o confusa con Artemide), narra che quando Selene sorprese Endimione sul Latmo se ne innamorò perdutamente, facendolo cadere in un sonno eterno ma ad occhi aperti, per permettergli di vederla[3].

La maestria con cui l’ordito dialogico del testo fa emergere, come Venere primeva dalle acque, il gravame mitico, rende difficoltoso un sunto che ad ogni modo sarà tentato. Endimione dannato ad un sonno eterno racconta ad uno straniero viandante di essere stato rapito una notte dallo sguardo della belva, Artemide illesa e lunare, come da quel momento, da quel suo essere sospeso tra umano e divino, non trovi più pace nel sonno, come egli corra la terra alla ricerca costante di lei “una magra ragazza selvatica”, “la cosa che è più nostra e portiamo nel cuore”. Sull’impossibilità di dire il mito e sulla sola possibilità di mostrarlo, esibirlo, Pavese aveva riflettuto un decennio e non è quindi un caso che alcuni ingranaggi del dispositivo mitico strutturino qui senso e direzione: quello tra Endimione e lo straniero è un discorso senza risposte, arreso all’ineluttabile ferocia del divino; è un discorso silenzioso, denso di reticenze, autocensure, immaginiamo sguardi carichi di destino, sebbene il logos, tenace balbettìo, sia il solo vizio assurdo capace di spoliare l’ermeticità del mythos; lei, la magra ragazza, la belva-fiore nel sangue non può esser detta. Il carattere indocile della déa è tutto ciò che possiamo sapere sul segreto che avvolge la vita mortale: Deò, questo fatto dolce-atroce, non può esser nominata. Per i greci[4] era nel nome, nella nominazione, che aveva luogo qualcosa come un toccare e un vedere:

O straniero, io so tutto di lei. Perché abbiamo parlato, parlato, e io fingevo di dormire, sempre, tutte le notti, e non toccavo la sua mano…”

la sua presenza è già un mistero ed Endimione, che è un epoptes, uno spettatore, di questo non riesce a godere. Come tutti i mortali percorsi dal divino, Endimione vuole toccare, possedere, conoscere, ma la magra ragazza con la tunica sul ginocchio è l’indicibile, colei che arcana sorride, la vita in quanto non si lascia dire, la vita spogliata dal suo inutile dolore, come disse dell’arte un giovanissimo Pavese (MV).

Si azzarda un’ipotesi che è lettura: il dono più grande per uno scrittore, soprattutto per uno come Pavese. Si azzarda nel dire che lo Straniero è il doppio di Endimione, è il doppio dell’uomo: Endimione, infatti, è a se stesso che narra la soglia, personificata da Artemide, tra l’umano e il divino, è sé medesimo che biasima per averla oltraggiata, per essersi lasciato tentare, è a se stesso, a noi tutti, che ricorda la ragazza indicibile: la condanna metafisica che grava i giorni dell’uomo e cercarla, dirla, toccarla comporta un fatto che per ignoranza cade e mai ascende[5]. Riceve in risposta da uno Straniero che ha stracci sui piedi “brutti come i miei occhi”, un invito al coraggio di riposare nel proprio destino, il Genius d’ognuno che ci abita dimenticato, commosso, fatale:

Ciascuno ha il sonno che gli tocca, Endimione […]. Dormilo con coraggio, non avete altro bene”


[1] Cesare Pavese, Lettera a Pierina (Bocca di Magra, 1950).

[2] Ved. Il dialogo primo La Nube.

[3] Anna Ferrari, Dizionario di mitologia greca e latina, Torino, UTET, 2002.

[4] Giorgio Agamben, Monica Ferrando, La ragazza indicibile – Mito e mistero di Kore, Milano, Electa, 2010.

[5] Rilke, Elegie.

 

FEDERICA D’AMATO

 

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One thought on “FEDERICA D’AMATO SUL MITO IN CESARE PAVESE

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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