MARE NERO DI GIANNI PARIS, UNA LETTURA DI CATERINA FALCONI


Caterina Falconi ci concede una lettura penetrante e commossa di Mare Nero, Gianni Paris, Edizioni dell’Arco, 2006.

Vi consigliamo caldamente la lettura della seguente recensione e di conseguenza del libro.

Ringraziamo con l’usuale calore Caterina per il suo prezioso contributo.

Partono con una busta di plastica bianca: dentro un po’ di pane, delle mele, una bottiglia d’acqua. Alcuni hanno una maglia annodata alla vita. Pochissimi una coperta. I disperati di Paris sono descritti così, nelle prime pagine di un romanzo che cambia per sempre lo sguardo del lettore: una torma di abbacinati dalla speranza, giovani e bambini, stipati in una baracca buia in attesa di partire. Fuori, i trafficanti, i traghettatori, con dei fucili in mano.

Ricordo i miei due anni in Benin, i villageois erano animati dalla cognizione del presente. Ogni sforzo, immane, nel condurre la vita un passo avanti, si concentrava sul pasto del giorno, sul bacile d’acqua attinto al fiume. Del domani non v’era certezza, e non in senso poetico. Domani, un attacco di malaria, il morso di un serpente, ti potevano ammazzare. Questi novanta martiri non fanno eccezione, ripongono la loro speranza di sopravvivere in una patetica busta di plastica con provviste per qualche giorno. Eppure sono mossi dal titanico e quasi epico sogno di cambiare la propria esistenza, e Paris li descrive come l’Africa che si muove. La voce narrante è quella di Nacer, un trentenne marocchino contaminato dalla lunga consuetudine alla lettura, taciturno e coraggioso, in cui a guardare bene si intravedono delle caratteristiche dello scrittore, come l’entusiasmo e un tratto di intelligente malinconia.

La scena è pronta, sapientemente tratteggiata da un Paris che fa un uso disinvolto e personalissimo delle parole, combinandole in metafore indelebili,come bucare il mare…

Inutile dire che la barca, la carretta del mare, è poco più che uno scafo. Dei trafficanti… verrebbe da scrivere d’anime, nessuno si presterà a condurre l’imbarcazione. Il carburante, nella migliore delle ipotesi, è appena sufficiente a raggiungere Lampedusa, ammesso che le condizioni climatiche siano buone, di non smarrire la rotta. Le premesse per una tragedia ci sono tutte, ma i novanta si imbarcano, animati da un fanciullesco entusiasmo, da una foga di cambiamento illusoria e contagiosa. Solo Nacer si interroga, ma soggiace alla smania degli altri.

Qualche pagina dopo li ritroviamo alla deriva su un Mediterraneo sempre più freddo e ostile. Senza carburante, né riparo, sfiniti dalla pioggia battente, dal vento che scortica. Le esigue provviste che spariscono dalle buste. L’acqua che scarseggia. Finisce. I corpi che deperiscono, si afflosciano. La forza che li abbandona. Il silenzio che sigilla le bocche screpolate.

E iniziano a morire. Prima i bambini e le donne. E poi gli altri.

Il lettore è confuso, con i morenti. Entra nella testa di Nacer, ne condivide le farneticanti riflessioni. Scivola con lui nel delirio. Si incista nella speranza che un miracolo può ancora accadere, mentre con grande dignità gli imbarcati continuano a spirare. Nella compagnia mai una sollevazione, nessuna fazione, nessun atto ostile verso il prossimo. Il destino è condiviso con una straziante mansuetudine, coralmente. Nacer si rimprovera per non aver ceduto gli ultimi sorsi della sua acqua al bambino che gli muore accanto, e che comunque non avrebbe salvato. Intanto la follia serpeggia. Si assiste a un fulmineo suicidio. La scrittura tocca vertici di commozione assoluta. Si fa spiazzante, onirica, lambisce un’incontestabile spiritualità. Mescola lo sbigottimento del lettore, la sua compassione, al tormento di Nacer, che afflosciato come i suoi compagni nello scafo, incapace di muoversi, con la schiena piagata, entra ed esce dal delirio, mentre i pensieri si frantumano. E se le riflessioni della veglia deflagrano, corposi e vividi sono i sogni e le allucinazioni. Viene da chiedersi se gli spiriti che parlano a Nacer non siano reali presenze che irrompono nella linea di confine che precede la morte.

 Corpi che sempre più numerosi bucano il mare.

Nacer che con sforzo solleva la maglietta e inorridito vede il proprio cuore pulsare nel petto scheletrico. Come dimenticare queste scene? La donna che spira accanto al marito girandosi dall’altra parte mossa dal pudore. L’incredulità dei bambini che si vedono rifiutare l’acqua dal proprio padre.

La pietà di Paris intreccia e strattona le ultime vicende fino alla comparsa di un sasso che buca l’orizzonte.

 Buchi nell’acqua per affondare la speranza. E uno tra acqua e cielo per restituirla.

 Ho letto fino all’ultimo sussulto del protagonista, sapendo che avrei guardato in un modo diverso tutti i ragazzi di colore che si aggirano carichi di merce. E mi sono detta che una storia così anche i nostri ragazzi dovrebbero leggerla.

CATERINA FALCONI

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3 thoughts on “MARE NERO DI GIANNI PARIS, UNA LETTURA DI CATERINA FALCONI

  1. luca ha detto:

    maestoso questo romanzo di paris

  2. Pina Caputo ha detto:

    Ho letto questo libro in soli due giorni, è stata un’esperienza folgorante, mi si è bruciata l’anima…ho provato quell’arsura alla gola…mi spiace solo di non aver chiesto a quel ragazzo africano, che me lo ha venduto in spiaggia, il nome e di non averlo abbracciato.

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