INTERVISTA E RACCONTI DI ROLANDO D’ALONZO


Rolando D’Alonzo si dedica da tempo alla scrittura nei versanti della poesia, narrativa, drammaturgia, saggistica. Tra le sue opere ricordiamo: “Gli ultimi poeti della strada”, antologia-romanzo sui poeti antagonisti dello sperimentalismo, un tracciato sui giovani autori che già nel 1973 amavano misurarsi nella ricerca di un rinnovamento della lingua letteraria attraverso anche l’apporto di un nomadismo geografico e culturale; “Fancy hand”, “Navigazioni”, di poesia, “”Osman il turco e altri racconti”, con lo pseudonimo di Efel Trani, “Estate” di narrativa. Ha scritto radiodrammi e sceneggiature e drammi per il teatro tra i quali ricordiamo: “Nessuno per Itaca”, “Ritorni”, “Dardanidi”, “Oceano”, “L’angelo di neve”, “Diario di casa”, “Lo specchio magico”.  

 

 

INTERVISTA

-Rolando D’Alonzo è uno dei grandi poligrafi che hanno segnato il percorso del secondo Novecento e l’inizio del nuovo secolo. Rolando, hai assistito a mutamenti nel mondo letterario che presenteresti come?

-Come degradazione della lingua e degradazione della vita.

-C’è una degradazione civile, sociale o intellettiva? L’uomo dove ha perduto la sua bussola?

-Ha perduto la sua bussola quando ha smesso di essere critico e ha accettato di diventare un essere conformista, quando ha abdicato alla solitudine, per paura dell’esistenza e della morte, e ha accettato una vita massificata e omologata.

-Allora è la paura della morte quella che conduce l’uomo a ritirarsi a nascondersi nel male e nella diminutio dell’esistenza?

-La paura della morte (parliamo sempre dell’universo letterario) si è diffusa nella modernità per la pressione propagandistica di concezioni centralistiche di potere e del successo. Infatti ciò che ha inquinato la coscienza dello scrittore giovane e contemporaneo è l’insidia della competitività e della comunicazione. In fondo uno scrittore autentico dovrebbe lavorare per le poche persone che egli suppone lo possano comprendere. Altrimenti abbandoni il suo tavolino e vada a chiedere lavoro presso le redazioni giornalistiche.

-Quali autori italiani salveresti?

-Tra i contemporanei, Bufalino, Camilleri, che è stato il mio maestro a Roma, Dolores Prato, Melania Mazzucco, Paola Caprioglio.

-Tra gli autori stranieri?

-Joseph Roth, Louis Ferdinand Céline, Musil, Andric, Pastovskj.

-Il cinema rappresenta uno dei tuoi grandi interessi, una parte della tua vita. Che cos’è il cinema nella vita?

-Pasolini diceva che il cinema è la lingua scritta della realtà. Ma il cinema nella vita di ogni uomo è una finzione spettacolare che ha cullato e ha appagato i nostri sogni, le nostre pulsioni immaginative ed avventurose.

-Quindi a tuo avviso la degradazione oggi deriva da una minore necessità di sogni, da un impigrimento dell’immaginario, nonostante l’esplosione di mondi virtuali e di immagini che soverchiano la potenza della parola?

-Si diceva una volta che il poeta ha la testa fra le nuvole. Il distacco dalla realtà (o l’apparente distacco) ha sempre prodotto nella massa il ridicolo o il sospetto: si pensi alle “Nuvole” di Aristofane, a certe scene di Molière, e via dicendo. Ma in fondo anche dalle nuvole viene la vita: si pensi alla pioggia! Viene anche la poesia, si pensi alle nevicate. Dunque le nuvole appartengono all’universo come la realtà della terra. Ciò che ha prodotto il male contemporaneo è la scissione del concetto unitario del mondo, lo stabilire categorie e giudizi. Se non si è pronti ad accettare la diversità comunque essa sia, si ha sempre una riduzione dell’uomo e si precipita nel razzismo e nel conformismo.

-Che cos’è la bellezza?

-Io su due piedi potrei darti non una sola risposta. Pensiamo all’idea assoluta di Platone, ai greci ma pensiamo anche all’idea tedesca di Kultur e alla sociologia per cui la bellezza è una regola delle estetiche prodottesi nella storia.

 

Racconto LA SIGARETTA

A pochi passi da lui sedeva, proprio ai bordi della piscina, Lucio Anneo. E fumava beatamente  sulla poltrona di tela bianca, lo sguardo fisso sulla testolina bruna che emergeva a tratti regolari dall’acqua, in una corolla effimera di spruzzi e poi subito si immergeva e spariva.

Istintivamente si stropicciò  gli occhi, più volte. Anche il Maestro, adesso! Un fastidioso prurito

gli si spandeva su per il naso e per la gola.  Accidenti! Estrasse dalla tasca il piccolo nebulizzatore e schizzò due dosi di prodotto per narice. Poi si poggiò una mano sul viso, a chiudere con il sipario tiepido della carne la visione di un mondo estraneo, lontano, eppure vicino, molto vicino al suo spirito e pìù attraente. Cadde in un temporaneo, profondo torpore. Non udì più voci, rumori, né percepì accanto al braccio il fruscio della brezza che faceva fare flop flop al tendone del riparo.

   Quando si destò e la vide, il Maestro non c’era più: vuota la sdraio, deserte la piattaforma e la passeggiata del ponte laterale. Ed ecco che lei, agile e leggera, risalì il bordo della piscina, si avvolse nell’accappatoio e si accomodò soddisfatta sul materassino.

   Era il crepuscolo, una luce dorata attraversava l’aria, proiettando lunghe ombre sulle paratìe, sulle scale, sul corrimano. Lei aprì un pacchetto di sigarette e ne mise una tra le labbra. Quindi frugò nella borsetta, con insistenza. I suoi capelli scuri grondavano rivoletti argentei lungo il collo, ma lei non se ne diede cura. I riflessi del sole basso sull’orizzonte incendiavano le minuscole perle liquide che le ornavano la fronte, le ciglia, le gote, le orecchie.

   Egli la osservava da quel remoto banchetto di poppa, dove s’era sistemato per riposarsi. La vide scuotere più volte la borsetta, prima di posarla sul bordo e allungare il braccio, in un repentino, inutile scatto. Oh, mio dio!

   Oh, mio dio! Quel sospiro produsse nei suoi timpani un’eco di voce antica, quasi un gemito tra le fronde di Dodona, un lamento infantile, il suono flebile di vocali attiche.

   L’accendino, scivolato tra le cianfrusaglie sparse, stava affondando nell’acqua trasparente. Egli si alzò con un balzo e le fu accanto. La ragazza gli sorrise, stringendosi nelle spalle. Lo aveva riconosciuto. Si tolse la sigaretta di bocca e, reggendola tra le dita, indicò il fondo della piscina, dove quel cilindretto colorato e lucente giaceva ormai, più simile a un frutto di mare sconosciuto che a un oggetto in grado di produrre fiammelle.

  Oh, mio dio! Si frugò istintivamente nelle tasche, ma non vi trovò il pacchetto di zolfini che di solito portava con sé.

 Peccato!

 Peccato! Ripeté lei, in un filo di voce. Poi si distese sulla schiena, il capo reclinato sul braccio, la sigaretta tra le labbra, che somigliava a un bucaneve non ancora schiuso.

  Un momento! E corse verso l’ingresso di coperta, dove una tenda merlettata fluttuava all’aria. Torno subito.

  Corse per il lungo corridoio e si ritrovò nel salone bar. Gli altoparlanti diffondevano soffusamente una melodia popolare del Peloponneso. L’ambiente risplendeva di specchi e suppellettili d’argento, ma appariva completamente deserto. Chiamò i camerieri: nessuno venne. Decise allora di salire al ponte di prima classe. Spalancò la porta a vetri e si precipitò per le scale rivestite di moquette.

   Il ponte non presentava segni di vita. Il ristorante, dai larghi tavoli ovali già apparecchiati, era avvolto da un denso silenzio, le cristallerie riflettevano gli ultimi raggi del sole morente. Nei rettangoli di cristallo della porta girevole, intravvide un viso contratto dallo spasimo , stravolto dalla concitazione e dallo sforzo, moltiplicato all’infinito. Non si riconobbe. Stette lì lì per gridare con tutto il fiato dei polmoni: un fiammifero! Un fiammifero, per cortesia! Alla fine si identificò e una sottile angoscia lo ferì alla gola.

   Aveva trascorso l’intera mattinata a studiare una dibattuta questione terminologica, concernente l’idea del Male, in un testo dell’Anno Mille. Nel pomeriggio, in cabina, aveva riletto quei passi del “De tranquillitate animi” e dato fondo a un intero pacchetto di “esportazioni” senza filtro e il fumo di quell’aroma pesante e forte aveva intriso perfino le parole, i fogli e la maglietta di cotone indiano.

   Accidenti! Si ricordò del fatto e si precipitò per le scale, diretto alla sua cabina. Ma anche qui nessuna traccia di sigarette e cerini. Dio mio! L’ambiente era stato riordinato: il letto rifatto, con lenzuola pulite, gli asciugamani cambiati, nel bagno, lavati e lucidati persino i due portacenere di ottone. E adesso?

   Accostò la fronte alla mensola dello stipo. Non doveva disperarsi. Per nessuna ragione. Il cordovano  glielo aveva insegnato amabilmente. Tempi terribili quelli dell’Impero. Ma per un fiammifero egli adesso avrebbe barattato tutta la saggezza degli stoici e di più le belle pagine del “De Providentiae” che aveva commentato e la gioia del “De vita beata” e anche tutti i suoi preziosi libri di latino, le traduzioni critiche e le sudate pagine affilate l’una dietro l’altra per il Dottorato di Ricerca. Un fiammifero! Uno spilletto di abete con una goccia di polvere colorata in cima. Alla fin fine anche una scheggia di pietra focaia. Per questi avrebbe rinunciato all’incarico presso l’Istituto di Filologia Classica, senza battere ciglio. Sì, certamente: per un’effimera, viva fiammella.

   Tornò sul ponte. Urlò nei boccaporti, suonò la campana di guardia. Niente da fare. Non v’erano tracce di presenza alcuna. Si infilò allora in un bagno e si fece scorrere un forte getto d’acqua sulla nuca. Rivedeva il sorriso della ragazza appena uscita dall’acqua, il giorno precedente quando, inclinando lievemente il viso, gli aveva risposto:- Non so, vedremo.

   Un sentimento di rabbia cominciò a stringergli il petto, quasi un impeto di rancore verso il suo destino, mentre le braccia e le mani  si caricavano del vigore selvatico del predatore e il cuore si gonfiava di  un fatale istinto sanguinario. Cosa avrebbe fatto adesso? Il suo sogno si dileguava, svaniva dietro i riflessi tremuli dei tendaggi, nella vuota ostilità dei corridoi.

  Scese nella stiva, spalancò porte proibite, azionò congegni elettronici, allarmi di ogni sorta. Nessuno venne ad aiutarlo. Gli parve d’essere risucchiato nell’abisso di un incubo. Eppure la nave filava dritta sul mare calmo, lasciandosi dietro una larga scia spumosa. All’orizzonte, segnato da una bruma lattiginosa, già si scorgeva il profilo bluastro dell’isola di Citera, come la testa di una Core addormentata sui flutti. Il sole era appena tramontato e un chiarore opalescente incendiava la foschia che saliva lungo le murate.

   A riprova che non stava sognando e che, nonostante tutto, era ancora vivo e vegeto, il dottor Antonio Albamonte risalì di corsa le scale del ponte di poppa.  La ragazza se ne stava tranquilla sulla sdraio occupata in precedenza da Lucio Anneo, la sigaretta ancora tra le labbra, candida e intatta. Osservava il cielo, le nubi lontane spinte dallo scirocco, il planare lento di un gabbiano.

   Capì. Bisognava accettarsi, ammettere la sconfitta, la propria inettitudine. “Ciò che vuolsi compiere per amore, non giova a volte all’amore”. Ecco: accettarsi così com’era, nudo e goffo, umilmente, senza aver avuto la possibilità di compiere quella modesta azione cavalleresca: accendere una comune fiammella, eppure grandiosa, eroica. E tutto per una sottile Macedonia con filtro, per lei.

   Si avvicinò timidamente. Ella lo invitò con un sorriso penetrante come una sciabolata di sole tra i vetri.

   Antonio si accoccolò accanto alle sue gambe nude e spalancò le braccia. Somigliava a uno spaventapasseri stravolto dalla bufera.

  “Grazie.” Si tolse la sigaretta dalle labbra e gli porse la mano. “Merci”, ripeté graziosamente.

 “Di che?”, sussurrò Antonio, chinandosi ancora in avanti, a osservare l’accendino che luccicava tremulo sul fondo della piscina.

  “Del fuoco”

 “Quale fuoco?”.

 “Oh!”. Gli mostrò la sigaretta, mentre la stringeva tra le dita e la spezzava. “A che serve tenerla ancora: l’ha già accesa.” E la gettò nel bidoncino porta rifiuti.

   In quel preciso istante la sirena emise un ululato e sulla plancia riapparvero gli ufficiali. Nei saloni riprese la conversazione, in varie lingue. Ai tavoli la gente mangiava, beveva, fumava tranquilla.

  Antonio guardò la ragazza: una luce misteriosa le accendeva le pupille, di un colore verde cupo; le lunghe ciglia trattenevano ancora  sfavillanti perline d’acqua.

   “Grazie”, lei disse ancora. Poi gli strinse amorevolmente il capo tra le mani.

  Stettero abbracciati in silenzio fino al sorgere della luna quando, due ore dopo, la nave entrò nel porto e attraccò alla banchina.

 

Racconto ALTRE  DISTANZE

“ Proprio sfigato, oggi!”.

Adriano balzò dallo scanno e andò a controllare. Il rullo numero sette si era bloccato e il nastro si sgranava sulle griffe.

   “ Devo rimetterci mano, adesso”.

   In quel momento – altra diabolica disdetta –cominciarono a squillare i due telefoni del banco.

  Il dottore, l’aiuto regista e la segretaria di edizione.

   “ Signornò! Non ce la faremo per mezzogiorno e nemmeno per stasera” tagliò corto Adriano. “ In nessuna maniera, Beh, sì, vero, vero… Fellini ci veniva di corsa, con nove pizze e più, vero, vero.. Ma non era così fiscale, porca troia!”. Riattaccò secco un ricevitore, l’altro lo teneva in aria, senza più  ascoltare . “ Qui oggi ci sono le presenze. Ma dai, dotto’, io lo faccio il mio dovere, è il nastro che non fila”. Mosse a sfregio il cursore. “ E tu, Lola, va’, va’, che te la mostro io la perfezione!”. Altra sbattuta , con rimbombo.

  Trasse un respiro poi sfilò delicatamente il nastro bianco che disubbidiva: quello del silenzio anzi della memoria. Ma hanno memoria le pellicole? Ma sì che ce l’hanno. Ogni inquadratura è un ricordo indelebile, e i ricordi, fotogramma per fotogramma, formano i frammenti della realtà che è la vita, la vita del film. Anche i rumori e i silenzi. Così come i bui e le luci, le fantasmagorie e lo sfascio, la dissolvenza d’apertura e il fondu.

  Si pose a riascoltare la pista ottica, le cuffie ben calcate sulle orecchie, i due indici e pollici che pigiavano e regolavano il potenziometro. “ Topa gioconda! Ma questo prima non c’era!”. Si alzò sconvolto e andò a farsi un caffè al distributore.

   Dal nastro numero sette saliva un fruscio intermittente, un fruscio d’acque, di rivoli leggeri e poi venivano fuori, come da lontano, un vociare infantile, un mugugnìo e poi ancora un imprecare isterico che gli ricordava le belle invettive di quella bocca aperta della Magnani. Quindi silenzio, silenzio profondo, puro fruscio bianco, ancora silenzio fino a che riprese ad emergere un muoversi leggero, sommesso di piccoli oggetti, poi uno scalpiccìo duro sul pietrisco e infine un sospiro lieve, di rassegnazione, quasi un affanno contenuto, eppure dirompente, doloroso.

    Mannaggia!. Non ci fosse mai andato a gavazzare la sera prima, in quell’Hostaria di Testaccio. Era così necessario andarci? A brindare al direttore della fotografia che partiva per Los Angeles… Così necessario? A li mortacci tua, Marce’! Che fossero ancora i fumi del Brunello di Montalcino e il peso di quelle fritture villerecce a dargli addosso, a rendere attive le presenze? Ma dai!

   Con santa pazienza e santa polpastrata,  sfregatesi per bene le palme e invocato il Maestro, ci rimise mano alle bobine, di brutto, deciso a non mollare, a costo di farci la notte là sopra, la notte ormai, e a gratis.

   Venne Pier Damiani a sederglisi accanto. Reggeva i fogli della sceneggiatura e delle modifichenecessarie. Venne anche Stridula, pronto a controllargli al capello cursori e livello- effetti, dacché alle musiche e ai dialoghi ci pensava lui e solo lui.

  Ma poco prima di riattaccare ecco, gli scattò un pensiero, come una freccetta che s’appuntasse violenta e precisa al centro del bersaglio: il trench chiaro appeso dietro la porta.

  “ Già, te lo volevo dire anch’io”, ammise Stridula, socchiudendo gli occhietti da faina. “ Non ci volevo credere, ma è vero”.

“ Vero del tutto?”

“ Del tutto. L’ho persino toccato, stretto fra le dita, così…”.

 

   Al mattino Adriano, come tutte le mattine, aveva varcato la barriera d’entrata alle otto precise ed era andato a parcheggiare in fondo agli studi, dalla parte opposta, là dove, d’estate, si fanno gli spettacoli circensi e quelli degli stunt-men sulle automobili dalle ruote giganti. Ci andò a occhi chiusi: i viali di Cinecittà li conosceva da prima che nascesse, poiché sua madre ce lo portava nella pancia lì, quando faceva la comparsa e poi quando faceva l’assistente costumista. E sua madre aveva la stessa bell’età di quei grossi pini che custodivano la memoria dell’origine, delle stagioni felici.

Venendo giù a piedi, in prossimità dei depositi, gli era parso di scorgere, adesso se lo ricordava perfettamente, anzi di scoprire quasi – ché usciva giusto da dietro l’infilata dei pannelli raffiguranti il bar e il caseggiato stile tardo Ottocento del film Sobborghi – un signore alto e magro, distinto, con un cappello floscio a falde  larghe e indosso quell’impermeabile chiaro. Con una mano reggeva un sottile bastone di ebano, dal manico d’argento e porgeva l’altra mano a una ragazza, una signorina dall’aria svagata e triste. Sì proprio triste era e non vezzosa e svampita e ammiccante come l’altra, quella di un tempo. Eppure le rassomigliava come una goccia d’acqua. “ Che sia tornato Mario Camerini?”.

   Lo immaginò in quel pomeriggio inoltrato di novembre che bisticciava con Assia Noris, in quel punto preciso, davanti al bar vero, durante una pausa di lavorazione.

  Non ci fece caso più del dovuto. Proseguì. Ma ecco che poi, durante la pausa pranzo, rivide l’impermeabile bianco appeso a una gruccia, nel guardaroba, con sul colletto un galano di stoffa rosso lacca.

   “ Le presenze! “, commentò Stridula, il cucchiaio del minestrone a mezz’aria, tra il piatto fumante spruzzato di parmigiano fresco e la bocca spalancata. “ Vengono a rivedere i luoghi, le scenografie conservate nei capannoni, prima che le svendano”.

“ Quei legnacci fuffi colorati di terra?”.

“ Sì. Lo faceva anche Josef Von Sternberg negli studi dell’UFA a Tempelhof , a Neubabelsberg e in qualche altro angoletto di Berlino”.

“ Ma dai! Me la suoni come il pifferaio di Hamelin adesso?”.

“ Guarda che lui, Mario, lo aveva conosciuto a Vienna e poi erano diventati amici.”

“ Proprio le cronache di Grand Hotel!”.

“ Stammi a sentire, non scherzo: Von Sternberg gli fece leggere gi appunti per Shangai Express”, il film conla Dietrich”.

“ E lui come la prese?”.

“ Ciun, Chin, Lha! Si farà, si farà…”

 Risero a lungo, Adriano e Stridula, si liberarono dei groppi alla gola e dei sospetti reciproci. Con loro sedevano alla mensa Lola e il dottore. Prima di lasciarsi, Stridula gli consegnò il fascicolo con le modifiche che lui, immancabilmente, sparpagliò in seguito sulle poltrone della sala mixage

 Più tardi, all’ora del the, la grande arricciata dei nastri, la nuova Grande Illusione.

Ma adesso Adriano era pronto a ricominciare, a costo di farsi passeggiare sul petto, per l’intera nottata, Lola, Assia Noris, l’Angelo azzurro,la Venerebionda con i tacchi a spillo e la frenesia del sabato sera. Le presenze lo avrebbero assistito o, quanto meno, lasciato in pace.

 

“Dang! Ancora! Per tutte le zozze del cinema!”  Adriano balzò in piedi come una belva. “ Non gliela darò vinta.”

L’intera notte si accanì sul banco elettronico, srotolò nastri e riversò i tratti controversi o dubbi. Poco prima dell’alba il sonno lo vinse. Ma non dormì a lungo. Il freddo lo punzecchiava sugli arti, lungo il collo e il viso.  Alzò il mento dal banco. “ Un caffè doppio e ci rimetto mano”. Sbadigliando si avviò verso la hall della palazzina.

  Il cielo era  plumbeo oltre i tetti delle costruzioni. Nei viali non si vedeva anima viva.

  La direttrice lo aveva mandato a chiamare, la sera precedente, ma egli aveva declinato l’invito

  Il guardiano aveva lasciato il biglietto di controllo nella portineria.

  Lo trovò chiuso il bar. C’era da immaginarselo. Il bar è sempre chiuso quando lo macchinette automatiche sono scariche. Gettò un’occhiata all’orologio: le sei meno un quarto. Si sedette sconsolato sul cordolo dell’aiuola, la schiena contro il tronco di un pino. E poco prima che ripiombasse nel sonno li vide, li vide passare in fondo al viale: lui, il vecchio con il trench e la ragazza, con quella pettinatura anni Quaranta e le calze corte, bianche. Si dirigevano verso il teatro numero cinque, all’interno del quale stavano montando la scenografia del grande salone del transatlantico, per il Pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore.

“ Macché!”, sbuffò, in un ghigno. “ Non li ho visti proprio. E non li vedrò più, nemmeno nelle foto”. Si alzò e riempì i polmoni di aria fresca, di quell’aria particolare di periferia, profumata di sterri appena compiuti, di nebbia, di foglie marcite, di tufo umido e cornetti caldi.

   Nonostante l’accanimento di questo tecnico geniale, l’edizione del film Altre distanze fu rimandata per mesi e mesi ancora. Alla fine le distanze si accorciarono, ma Adriano ( che s’era concessa una forzata vacanza premio a Davos) morì d’infarto, una di quelle sere scialbe di noia internazionale e di chiacchericci insulsi. Indossava un trench bianco ghiaccio e nella mano sinistra stringeva il tasto nero di un cursore.

 

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