INTERVISTA INEDITA ALLA NON-FUNEREA BENEDETTA PALMIERI…


Federica D’Amato molesta BENEDETTA PALMIERI, giornalista e scrittrice, ormai seguitissima dal grande pubblico attraverso i suoi FUNERACCONTI, Feltrinelli 2011 (ospite lo scorso anno del Festival delle Letterature dell’Adriatico, Pescara).

C’è da dire che la signorina Palmieri è una persona così gentile e graziosa ché non solo ha resistito all’ormai famosa petulanza della D’Amato, ma ci ha praticamente onorati della sua presenza. Non è forse presenza, infatti, quella che scaturisce dalla partecipazione totale di una risposta ad una domanda? Per casa Noubs sì.

Speriamo che questa intervista vi faccia scoprire, se non la conoscete, una penna di valore, o che vi permetta di approfondire la lettura di un talento che ha da dare molto alla nostra letteratura.

Grazie Benedetta, di cuore.

“SCRIVERE PER RILEGGERSI E’ BELLEZZA”

intervista a Benedetta Palmieri

riproduzione riservata all’utilizzo esclusivo dell’autrice e della casa editrice

  1. Benedetta, i suoi Funeracconti (Feltrinelli, 2011) sono una collezione di intelligenza. Ritengo sia intelligente, infatti chi oggidì si confronti con il tabù certo non della morte, ma del suo più buio e complicato rovescio: la vita. Quale “rovescio” dell’enigmatica medaglia ha mosso la sua penna?

Innanzitutto voglio ringraziarla per la definizione lusinghiera: “collezione di intelligenza” non è poco. Per quanto riguarda la scelta del tema, però, non so se sia stata una questione di intelligenza; certamente lo è stata di istinto, o di inevitabilità. Credo che in me le due facce della medaglia siano una sola, che le mescola. Non sono mai riuscita a vivere senza che il pensiero del morire mi accompagnasse, e allo stesso modo non sono mai riuscita ad aver paura di morire senza interrogarmi sulla qualità della mia vita. Meglio: sulla sua identità; la qualità presuppone un giudizio che mi sembra troppo complesso dare, ma la sua identità è importante. È importante domandarci che storia desideriamo, che storia possiamo costruirci, e che posto vogliamo dare a ciò che ci mettiamo dentro.

Tra le altre cose, mi sono chiesta spesso se dovessi lanciarmi nella vita o prepararmi per lei – se anche un po’ di sane incoscienza e approssimazione fossero salutari, propedeutiche addirittura, al vivere; o se piuttosto dovessi aspettare di essere pronta – preparata, cresciuta, adatta – anche per il più piccolo dei passi (rischiando l’immobilismo). L’oscillare tra queste due posizioni e il tentativo di tenerne solo una non hanno potuto fare a meno di misurarsi costantemente con il parametro assoluto: la consapevolezza che a un certo momento (imprevedibile) della mia vita sarei morta. Questo coacervo di sentimenti emozioni e paure, di slanci impetuosi nel vivere e di frenate, si è trasformato nella voglia di domandarmi cosa pensassi anche attraverso la scrittura.

  1. Ho sempre associato la parola “partenopeo” alla filosofia, ovvero ai concetti di ironia e wit, direbbero i britannici. I suoi racconti, sì come le precedenti prove – penso a Un due Tre stella (Pironti 2009) – hanno confermato le mie associazioni, arricchendole di un valore aggiunto che credo sia caratteristico della sua scrittura: la levità. È in grado di circoscrivere una descrizione del suo dettato narrativo?

In verità no, non credo di esserne in grado. Però provo a individuarne uno auspicabile. E partirei dal fatto che ironia, wit, levità vorrei che a quel dettato appartenessero. Sono qualità che mi interessano. Forse, più di tutte tra le tre, la levità; che mi piacerebbe, però, chiaramente retta dalla sostanza. Insomma, non so se sia la formula più giusta, ma amo l’idea che i contenuti abbiano un peso senza che la loro forma sia necessariamente pesante – e per forma intendo sia lo stile sia l’animo con cui ci si dispone ad affrontarli.

Conoscendone, e vivendone quotidianamente, sfumature e contraddizioni (e avendola molto a cuore), faccio sempre fatica a inquadrare Napoli in caratteristiche fisse. Però è vero che ce ne sono di riconoscibili e ricorrenti; e tra queste una che mi piace molto (e che dunque vorrei mi appartenesse) è la capacità di sintesi. Una sintesi concettuale che per me trova la sua espressione perfetta nel dialetto napoletano. Anzi, mi sembrano così visceralmente legati, che a volte mi diverte immaginare che il dialetto non sia funzionale a rendere la sintesi, ma ne sia addirittura l’ispiratore.

  1. Chi la intervista ritiene fermamente che la scrittura giornalistica abbia infettato la letteratura di un male specifico, quello della velocità. Quale crede sia oggi in Italia il rapporto tra giornalismo e letteratura? Sempre se vi sia differenza…

La sua scelta di far riferimento al concetto di velocità mi facilita il compito. Io sono cavillosa e faccio fatica con le definizioni, quindi potrei stare qui ore solo a inseguire il concetto di letteratura – con il suo carico di generi e interpretazioni – per poi metterlo a confronto con il giornalismo – anch’esso con le sue forme molteplici. Invece il rapporto con la velocità contiene le possibilità di analisi, e mi sembra interessante – anche perché in questa ottica ho l’impressione che un certo uso di internet abbia creato anche più problemi alla letteratura di quanto abbia fatto il giornalismo.

Con questo non intendo affatto demonizzare internet, che adopero in maniera quasi ossessiva e che trovo uno strumento eccezionale, ma temo abbia diffuso un’ansia di immediatezza, e dunque di velocità, persino più pressante delle esigenze dei giornali. Cercando di non eludere del tutto la sua domanda, penso che le differenze ci siano ancora, se c’è ancora chi si domanda se ci sono. Ma non riguardano tutta la letteratura.

Infine, devo dire per onestà che le mie collaborazioni con alcuni quotidiani mi hanno anche insegnato molto – compresa la necessità di una “concentrazione veloce”, che mi ha temprato. Però tengo i due “metodi” ben distinti. Tra l’altro – dovessi dirle – non faccio nemmeno questa gran fatica, visto che credo di essere abbastanza lenta a scrivere (mi riferisco alla scrittura che aspira al libro).

  1. Chiudiamo questo molesto interrogatorio in bellezza. Cosa ci dice della bellezza?

La bellezza è una forza straordinaria e vitale, alla quale dovremmo disperatamente aggrapparci. È pathos, è struggimento, lacrime che scorrono su un sorriso, passeggiare a via Caracciolo e trovarsi davanti Castel dell’Ovo appoggiato sul mare, ridere, abbracciare i cani, vedere dal vivo le eruzioni dello Stromboli e l’Olympia di Manet. È perdersi nella lettura, e scrivere per rileggersi. Per me credo sia, più che armonia, un’esaltazione di tratti che produce distorsioni cariche di senso e di stimoli.

Federica D’Amato

riproduzione riservata all’utilizzo esclusivo dell’autrice e della casa editrice

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3 thoughts on “INTERVISTA INEDITA ALLA NON-FUNEREA BENEDETTA PALMIERI…

  1. Benedetta ha detto:

    Forse è poco ortodossa come pratica, ma mi fa piacere lasciare per prima un commento per ringraziare io voi – Federica per il garbo e le belle domande, e il blog per l’ospitalità; e farlo pubblicamente.
    Benedetta

  2. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. giovanni ha detto:

    Prepararsi per la vita. Essere pronti anche per il più piccolo passo. Un modo di riferire come sia la vita un impegno sacro, una responsabilità unica, irripetibile, un’opportunità per creare bellezza. Bellissime parole quelle di Benedetta, profonde, sincere. Bellissima intervista

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