LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, seconda parte


Pubblichiamo la seconda parte del diario di viaggio del grande LUCIANO TROISIO, a Timor Est.

Seguiranno ulteriori appuntamenti… Seguiteci e buona lettura!

 

Dili, 18 luglio 2011

 Stamattina la madre superiora mi ha dato un passaggio fino in centro, piuttosto vicino. È scesa a un palazzo amministrativo, ridipinto da poco e ha ordinato al conducente di accompagnarmi prima all’ufficio della compagnia Merpati, poi all’Ambasciata Indonesiana. Prima, per errore siamo finiti in un altro ufficio, l’autista mi ha seguito, come se non sapessi spiegarmi. Già questo mi ha dato fastidio: un banale di 25 anni disoccupato che fa l’autista per le suore. Forse un buon posto. Le suore cercano di aiutare gli emarginati e così si vedono nel loro terreno ortolani spastici, inservienti emiplegici, povere minorate mentali, come all’Università di Padova (che li assume per legge). Da lì ci hanno gentilmente dirottato alla Merpati (l’autista da solo non c’era arrivato). Mi ha seguito anche qui. L’impiegato, di pelle molto più chiara, è stato rapido e cortese. Gli ho chiesto gentilmente di anticipare la data del rientro a Bali (dovevo rientrare il 16 agosto, ma avendo capito da subito l’antifona, ho deciso di battermela immediatamente da questa ciudadedapaz. D’altra parte arrivando dal paradiso, non è possibile non avvertire la desolante sensazione di Waste Land, Finisterre, più prosaicamente Kulodelmondo). Mi ha chiesto: per quando? Ho detto per la prima data più economica (il prezzo del volo varia inspiegabilmente di molto a seconda dei giorni della settimana). Avevo già tentato lo spostamento di un giorno a Bali, cosa che mi avrebbe permesso di evitare la sanzione per chi esce dall’Indonesia con un giorno di ritardo sul visto. Ma la modifica costava la bellèzza di 138 dollari, che per me che pago di tasca mia, sono parecchi. Qui ho pagato solo 20 dollari di fine e ho ottenuto l’ok per il 25 luglio. Il conducente, seduto alle mie costole, ha approfittato per prenotare in tètun stretto, un volo per Londra (?).

Da lì siamo andati all’ambasciata. Per non far attendere la madre superiora ho detto al conducente che andasse subito a raggiungerla, che sarei tornato in taxi.

 Tra il pubblico in attesa c’erano due ragazzi bianchi (uno, indimenticabile, aveva sul retro del ginocchio tatuato apple a sinistra e pie a destra. Quando si è girato ho visto che le intere gambe e le cosce erano fittamente ricoperte del simbolo del dollaro $ in tutte le grandezze possibili. Il resto era tutta povera gente autoctona che chiedeva il visto per l’Indonesia: media statura, giovani, disperati, donne magre, bruttine, dalle guance scavate (certo non prostitute). Non c’era nessuno di bello. (So per esperienza, anche come vittima diretta di borsaioli, che da fine luglio a fine agosto, da tutto l’arcipelago si riversano a Bali prostitute, ladri, travestiti, che vanno a “fare la stagione”, sempre assai redditizia. Ma escludo che provengano da Timor Leste: questi vanno per lavorare).

 [Fino a 15.000 anni fa le popolazioni di tutta l’area del Sudest asiatico erano di tipo australoide. 5.000 anni fa ebbe inizio una migrazione di popoli dal nord, di pelle chiara, di razza mongolica, che ebbe il sopravvento, e col passare dei millenni si fuse con le popolazioni residenti, oppure le ricacciò nelle zone peggiori, sulle montagne, all’interno rispetto alle coste.

Esistono ancora minoranze di Negritos nelle Filippine, nella Penisola Malese, nelle isole Andamane: popolazioni di bassa statura, nere di pelle, molto simili ai Pigmei (forse tutti i primi ominidi erano neri, alti circa un metro e venti? Poi alcuni sono impalliditi e lentamente cresciuti fino al metro e sessanta di media). Il colore della pelle è uno dei misteri ancora poco spiegabili; la quantità di melanina è sempre la stessa, nei bianchi e nei neri. I neri non ne hanno di più, ma ce l’hanno tutta disposta sulla pelle. Tant’è vero che i bambini neri alla nascita sono chiari, e si scuriscono in pochi giorni. Non c’è una vera univoca spiegazione: forse raggi assai nocivi e mortali hanno in un lontano passato provocato una forte “tintarella”, nel senso che la melanina è affiorata disponendosi tutta sull’epidermide, come difesa da radiazioni mortali, che potrebbero avere sterminato varie volte gran parte della popolazione umana, salvando quella più scura, che aveva più resistito alle radiazioni, e si era meglio adattata.]

 Pigafetta descrive mercanti arabi (chiamati in malese orang puti, che non significa uomini bianchi ma uomini vestiti di bianco), come padroni e monopolisti del commercio in tutte queste parti; portarono la loro abilità, il loro DNA e l’Islam negli arcipelaghi, abbattendo, pressappoco all’epoca del nostro Rinascimento, il prestigioso e raffinatissimo regno indù Majapagit dell’isola di Giava, convertendo tutto l’arcipelago indonesiano (oggi quarto paese del mondo per popolazione). E infatti è tuttora il primo paese musulmano del mondo con l’88% di musulmani (su una popolazione di circa 240 milioni) più il 2% di minoranza indù dell’Isola di Bali e il 9% di cristiani/cattolici in varie isole.

Tutto ciò non si capisce davvero se non si viaggia direttamente in queste vastissime plaghe: le grandi migrazioni protomalese e deuteromalese si sono mosse dal territorio dell’attuale Cina verso sud-est, premendo sulle popolazioni australoidi. Se ci spostiamo in quella direzione dalla penisola di Malacca, possiamo notare che la plica mongolica tende ad affievolirsi nelle fisionomie indigene verso l’Australia, fino a quasi sparire in una parte della popolazione (tanto è vero che gli aborigeni australiani vengono classificati, perfino linguisticamente, assieme alle popolazioni dravidiche dell’India del Sud, dato che non hanno nulla a che vedere coi mongolici.

La Penisola Indiana si sarebbe staccata da un’ipotetica Pangea che comprendeva ovviamente anche l’Australia, andando poi a sbattere contro il Tibet, che si alzò di migliaia di metri. Ma quando? E quanto ci ha messo? Sono tutte ipotesi. Tralascio, per mia ignoranza, il non facile e quasi misterioso aspetto linguistico dell’area, sebbene di grandissimo interesse. Mi pare doveroso però sottolineare che i tempi geologici durano molti milioni di anni, mentre i codici linguistici umani sono un lusso molto recente, che viene stimato in circa 50.000 anni).

 Com’è noto, nel profondo stretto di mare tra Bali e Lombok gli scienziati fanno passare la famosa “Linea di Wallace”, che separa la Zolla Asiatica da quella Australiana: da qui comincia, verso est, una progressiva modifica della flora e del regno animale, compreso l’Uomo. Per la verità la flora non sembra così diversa da Bali. Certo è meno lussureggiante, le montagne sono quasi brulle, i fiumi in secca, più simili alle nostre fiumare a regime torrentizio che non a veri fiumi. Ma ci sono alberi giganteschi, la frutta è identica, sebbene la si veda gloriosamente esposta in bei cestini solo nei rari bar costosi, mentre i mercati suggeriscono un’idea di squallore, e, se si escludono le banane, brutte ma buone, molta viene importata: mele, verdi e aspre, dall’Australia, kiwi dolcissimi dalla Nuova Zelanda.]

 All’ambasciata non ho combinato nulla perché viene richiesta una foto che deve avere “lo sfondo rosso” (ignota variante originale nel prestigioso settore del cretinismo burocratico intergalattico, immagino oggetto di profondo studio da parte di legioni di sociologi e soprattutto di psichiatri), inoltre bisogna esibire fotocopia del passaporto e del biglietto aereo di uscita. Tralascio di elencare i punti che richiedono lo sponsor, l’indirizzo di casa in Indonesia e in Italia, il telefono, e-mail, impronta anale, testimonianza giurata che non si vuole affatto lavorare in Indonesia (suggerirei a Calderoli e Maroni di introdurre il tutto a Lampedusa, solo per i musulmani, tanto per semplificare).

 Tornato in taxi, mangiato assieme alla madre superiora. Le suore non mangiano quasi nulla: molte verdure sbollentate, verze o forse cavolo bianco, altre erbe “di fosso” che mangiavo anche in Cina, naturalmente molto riso (mediocre e colloso, quello che costa di meno. Ma in tutta l’Asia ci sono molte qualità di riso, anche ottimo), carne di vacca e porco, un pesce minuscolo già tagliato in due in verticale, banane. Preparano anche piatti che riconoscevo come portoghesi a Goa. Ad es.: fanno una specie di minestrone buonissimo, con cotenne di maiale, fagioli. A Goa mettevano anche rigatoni. Qui invece la pasta è completamente ignorata. Le sorelle sono giovani, modeste, attente e composte in tutto, educatissime. Quando vedono che scoperchio le vivande poste a buffet, mi chiedono i nomi in italiano. Mangiano le banane non come noi (ma sbucciandole quasi per intero e) mordicchiandole di lato; parecchie studiano all’università, alcune parlano discretamente l’italiano, oltre al portoghese, l’inglese e la loro lingua madre (tètun). Su 127 ben 124 sono timoresi, una italiana, due filippine. Hanno la pelle in varie gradazioni dalla cioccolata al latte fino al nero fondente. Alcune dimostrano nelle fisionomie di avere anche sangue europeo, come del resto si vede anche per la strada (ma l’elemento australoide prevale). Sono persone semplici e dolci. Mi hanno colmato di gentilezze.

La madre superiora può avere 50 anni, è un tipo assai autorevole, parla pochissimo, si esprime per ordini, non è assolutamente urtante, anzi si avverte spesso la sua semplice ma acuta diplomazia. È una vera patriota, e ben rappresenta il suo giovane paese. Per la strada molti vengono a baciarle la mano. A mezzogiorno mangia un po’ di riso e erba; la sera siede a tavola con noi, ma digiuna. Mi chiedo dove trovi tutta la sua grande energia.

Mi ha detto sbrigativamente di andare a riposare e che mi avrebbe dato l’autista per andare a fare la fotografia con lo sfondo rosso.

Alle 15 ero già pronto, ma non si vedeva nessuno. Sono andato al refettorio per avere un caffè: nessuno (ma in camera posso farmi tutto il tè che voglio). Mi sono seduto sotto la grande tettoia dove ci sono molti tavolini azzurri. Fino a quel momento non avevo riflettuto che quello era il parlatorio dove le studentesse e forse le educande incontrano i familiari. È arrivato un uomo sui 40, bruttino, con un borsone giallo. Si è seduto e mi ha salutato. Subito è uscita una ragazzotta che gli ha preso la mano e l’ha portata alla fronte chinandosi. Gesto di saluto che non avevo mai visto. La ragazza era vestita con gonna e camicetta di un colore inesistente in natura, un colore solo mentale, adattissimo a esprimere disagio. Non era affatto brutta. (L’impressione che si ha per la strada è che gli uomini siano bruttissimi, le ragazze un po’ meno. Ma non ne ho visto nessuna di notevole). Ha cominciato a parlare sottovoce, una specie di pigolio che poteva essere simile al pianto, al lamento (un’antiGeltrude?).

 

 

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