VINCENZO CONSOLO e gli SCRITTORI IN SERRA


“Pensò che ritrovata la calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato e sciolto il suo grumo di dolore”  (da Nottetempo casa per casa)

Se n’è andato con discrezione. Un grande scrittore, uno dei Maestri del Novecento. Abbiamo atteso un po’, prima di ripensare a lui e al suo “ignoto sorriso” di siciliano che si portava dietro secoli di civiltà magnogreca ma anche di sofferenze civili. Lo vogliamo ricordare rileggendo una parte della intervista che rilasciò alla rivista “Profili letterari” (anno IV, giugno 1994, n. 5, ed. Montefeltro) nel lontano 1994 che, a rileggerla, suona profetica, ammonimento rivolto all’oggi, se assegna allo scrittore un compito oggi a mio avviso quasi completamente disatteso, quello di vivere all’ombra della ricerca del senso della propria opera di scrittore, del proprio impegno sacro con la parola.

D. La sua odissea letteraria e umana l’ha portata a una presa di coscienza sempre più netta di quelli che dovrebbero essere nella società di oggi i compiti degli intellettuali. Quale ritiene siano questi compiti, di quali realtà dovrebbero occuparsi gli scrittori?

R. Sono due domande distinte. È difficile dire di cosa, in generale, dovrebbe occuparsi la letteratura, so che io non mi occupo di assoluti, di Dio, dell’Esistenza, mi occupo, invece, di relativi, di dimensioni private dell’uomo e della sua collocazione nella società e nella storia e faccio della storia una metafora. Io credo che, in primo luogo, l’intellettuale dovrebbe tentare di non fare mai il letterato di corte, dovrebbe rappresentare la voce del dissenso, denunciare sempre, in letteratura bisogna combattere contro il potere, che cerca di espropriarci della nostra memoria storica. La mia utopia sta nell’oppormi al potere. Dovremmo stare all’opposizione, criticare.

D. Criticare chi, e che cosa attraverso la scrittura?

R. C’è un saggio di Enzensberger dal titolo Letteratura come storiografia di cui viene detto che la storia può essere colta come realtà materiale solo dalla letteratura. La realtà di cui si dovrebbe occupare lo scrittore è soprattutto quella storica. Si pensi agli orrori del nostro secolo, dai campi di sterminio nazisti alla pulizia etnica in Yugoslavia. Non credo nell’innocenza in arte: bisogna sapere da dove si parte e dove si vuole andare. Oggi i mostri profetizzati da Kafka, da Joyce, da Pirandello sono i mostri della nostra storia. Si ha l’obbligo di affrontare questi mostri. Ecco, il compito dello scrittore secondo me è quello di memorare.

D. Cosa merita a suo avviso di essere memorato, di essere salvato dall’oblio tramite la letteratura?

R. Il patrimonio culturale va memorato, la nostra cultura storica, politica, letteraria, linguistica. Vede, Omero, in greco, significa ostaggio. Ostaggio della memoria,  della tradizione, del patrimonio culturale, religioso, etico e linguistico degli aedi. Ignorare tutto ciò significa rischiare l’imbarbarimento. Il rischio è reale e rappresentato anche dai media, che tendono a livellare, a massificare i prodotti culturali. C’è una frase di Arbasino: “Sapesse, signora, la mia vita è un romanzo”. È vero, ogni vita è un romanzo ed è vero che quando si scrive si mette in moto la memoria personale, ma questa non dovrebbe essere fine a se stessa. I “Proust di provincia” sono tanti e sono noiosissimi: in letteratura ogni vita dovrebbe avere un significato di ordine storico e metaforico. Anche autori come Primo Levi, Leonardo Sciascia e Elsa Moramte erano ostaggi della memoria.

D. Nel prologo a un libro di Gerchunoff, Borges scriveva che “triste e glaciale immortalità è quella che conferiscono le effemeridi, i dizionari e le statue: intima e calda è quella di coloro che perdurano nelle memorie”. Anche lei in parte ritiene che sia così, ma io noto anche un tono di rammarico: lei menziona autori non più in vita. Ritiene che oggi non vi siano autori ostaggi della memoria storica, delle tradizioni, del patrimonio culturale italiano?

R. Il fatto è che vi è stata come una sorta di frattura, come se la storia, e quando dico storia intendo la vita sociale, non interessasse più, ma importassero solo le proprie angoscie esistenziali perché il papino è stato cattivo e la mammina non ci ha dato abbastanza latte… Al di là dello scherzo, trovo che in letteratura vi è stata una riesumazione di vecchie formule estetiche, che sembravano essere state sepolte. (…) Sotto la pressione operata dall’ingigantirsi dell’industria culturale oggi si scrivono tantissimi romanzi che vengono consumati. (…)

Dove c’è il potere c’è sempre una corte. Il potere oggi è soprattutto dei media, dell’industria della comunicazione. (…) Oggi il linguaggio dei media sta invadendo anche il linguaggio letterario e da parte di alcuni scrittori c’è una sorta di competizione con quelli che sono i linguaggi della TV. (…) Molti scrittori oggi vengono allevati in serra, in corti accademiche, in salotti, in clan, sono assistiti fin dalla nascita(…). Dove va il romanzo? In parte sta degradando, nel senso che sta cambiando genere, compete con la TV, è scritto in quella lingua tecnologico-aziendale-massmediale di estrema fruizione, di intrattenimento.

D. Lei sostiene che l’unico modo per salvare la narrazione è dare dignità filologica alla parola e spostare la narrazione verso lo spazio della poesia. Cosa significa praticamente?

R. (…) Si deve verticalizzare sempre più il romanzo e caricarlo di significati, di sensi, come fa la poesia, per arrivare alla massima sintesi. Solo così penso che il romanzo possa avere efficacia. La lingua oggi è privata di identità, appiattita, livellata e quindi ha bisogno di essere nuovamente sacralizzata.

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