UNA LIRICA DI GIAN MARIO VILLALTA PER L’ALBERO DELLA POESIA


Posso aggiungere solo che incontro

sullo stradone ogni mattina

i pioppi, e uno per uno

fogliano lenti e insieme fanno il tempo.

Ogni giorno anche loro cambiano,

li indovino nel verde più intenso

(vorrei fermarmi, guardarli uno per uno)

e quando ritorno, ogni giorno, nell’altro senso,

li perdo – e allora penso: passano.

Un’altra poesia donata all’Albero della Poesia. Qual è il segreto della poesia? Forse non lo sapremo mai. Io che però leggo tanta poesia, riesco a distinguere il canto da tutto il resto, la semplicità che si eterna in poche parole per diventare strappo di bellezza. Come accade in questi imperituri ineguagliabili versi di Gian Mario Villalta, la cui lettura consiglio ai giovani: ecco la vera scuola di scrittura creativa. Leggete questi versi, rileggeteli, meditateli, imparateli a memoria.

«Qui non è mancata soltanto la luce, qui è scomparso il buio!»

Gian Mario Villalta, poeta, scrittore, saggista, ha pubblicato diversi saggi tra cui: “Il respiro e lo sguardo” (2005) e “La costanza del vocativo. La trilogia di Andrea Zanzotto”(1992); sempre su Zanzotto ha curato “Gli scritti sulla letteratura” (2001) e con Stefano Del Bianco il Meridiano “Le poesie e le prose scelte”(1999). Ha pubblicato con Mondadori due romanzi: “Tuo figlio” (2004) e “Vita della mia vita”(2006). Ha vinto il Premio Viareggio nel 2011 con la raccolta “Vanità della mente” (2011) edito da Mondadori nella collana “Lo Specchio”. Tra le altre opere: L’erba in tasca, Vose de vose – voce di voci; Tuo figlio, Vita della mia vita, Vedere al buio, Padroni a casa nostra. Perché a Nordest siamo tutti antipatici.

Ecco cosa dice Villalta sui giovani: in un’intervista a Lankelot:

Da un lato, riguardo ai giovani, sentiamo parlare solo il peggio: alcool, rave, web, sesso. Non sono elementi maggioritari da un punto di vista statistico. La dimensione più importante, al riguardo, è piuttosto il nostro immaginario, la mole dei desideri che si traducono anche in comunicazione, e la comunicazione ha un peso rilevante: su di essa convergono anche i pochi che non sono direttamente implicati in questi eventi ma che in qualche modo vi riversano il loro immaginario, vi proiettano desideri, emozioni, paure del futuro. Ma chi sono i giovani a Nordest?

Nella nostra società sei giovane se non hai malattie rilevanti e hai un censo ragguardevole. Sono spariti gli adulti e le persone responsabili, coloro che rispondono di quello che fanno. Il giovane scrittore ha in media cinquant’anni. Tecnicamente si va dai venticinque ai trentacinque. In realtà fa comodo a chi giovane non è trattare i giovani a questo modo: sono bamboccioni, son bravi, non chiedono nulla più della paghetta. Vestono come noi, ascoltano la stessa musica, vedono gli stessi film. Abbiamo in mente solo un miglioramento negli agi che la nostra società dà già in abbondanza. Visioni di una vita diversa io non ne vedo. Localmente si notano, ogni tanto, degli interessi specifici, ma è ancor poco.
In una cosa sono diversi i giovani, quelli che lo sono veramente, e cioè che si sono formati con la rivoluzione digitale.
Il banco di scuola oggi non dovrebbe esser più quello tradizionale, ma una postazione internet collegata per ogni ora di scuola, tolti i siti porno, facebook ecc.
Il mondo è quello. Dobbiamo insegnare che la loro formazione deve integrarsi col libro, il binomio memoria-futuro accanto alla loro disposizione centrifugo-presente-pulviscolare. Alcuni miei studenti, per esempio, hanno l’I-phone. Chiedo loro, a volte, di stare collegati e confrontarsi con quello che si trova e come si trova sul web. Qui siamo di fronte a un salto nella strutturazione del sapere. In questo campo sono avanti e vanno, mi si passi il termine, “sfruttati”, per un ritorno professionale da parte di noi docenti, per comprendere come si rapportano al mondo.

E ancora, scrive, sul tema dell’identità e della globalizzazione:

E’ l’orizzonte che vediamo tutti i giorni il nostro luogo dell’essere, quello che ci nutre. Zanzotto ha fatto una cosa irripetibile, ha legato tutte queste strutture, dai testi più difficili ed eruditi alla parlata locale. Tutto viene rielaborato e re-impastato; ha per così dire riscritto la mappa della sua parola a Pieve di Soligo, dove vive. E’ il rapporto tra la globalizzazione ch’è già avvenuta e ciò che rimane della nostra identità nel luogo dove viviamo tutti i giorni.
Eccolo qui il paesaggio odierno, il nostro tempo. “Il tempo per noi è ormai diventato il sincronismo mondiale della notizia”, lo dice il grande filosofo Peter Sloterdijk. Rispetto a questo c’è un qui ancora fisico, reale dell’esistenza, una parola locale. Per chi fa poesia il problema è tener conto di questa grande disparità, di questo difficile incontro di iperboli: localizzato/globalizzato. Le conseguenze sono, ad esempio, l’adozione di strane ideologie, si fa parte di sette solo navigando in internet o si rispolverano usanze arcaiche per tornare ad appiccicarsi addosso un’identità che non  si ha più. Il problema dell’identità è di chi non ce l’ha. Quelli che non ce l’hanno non se lo pongono.

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