TRE MODI DI FARE I CRITICI OGGI DI PAOLO LAGAZZI


Tre modi di fare i critici oggi di Paolo Lagazzi

           Credo che oggi non abbia più molto senso cercare di descrivere gli orientamenti della cosiddetta critica militante secondo i suoi strumenti (psicanalitici, semiologici, filologici, sociologici, postmarxisti, derridiani…). Ormai ingurgitato tutto e il contrario di tutto sul piano metodologico, i critici operano non tanto per scuole o posizioni ben marcate quanto, piuttosto, secondo intenzioni personali più o meno palesi, distinguendosi se mai per la loro rilevanza mediatica, per la capacità di alzare la voce nei famosi (e spesso fumosi) “dibattiti”. Se la osserviamo in questa prospettiva, possiamo dire che la critica attuale, almeno in Italia, opera semplicemente in due modi: uno “onesto” e uno disonesto. A queste due tendenze ne vorrei affiancare una terza, alternativa a entrambe, proponendo (o meglio riproponendo, dopo anni di miei interventi in questo senso) una critica di carattere “ermetico”.

       Della critica disonesta non varrebbe proprio la pena parlare se non fosse che – fondata, com’è, su scambi di favori, opportunismi, ipocrisie, calcoli di potere o mercato, manovre editoriali, operazioni mafiose per il lancio di casi letterari – questa “famiglia” critica è sempre più uno specchio del malcostume sociale e politico dilagante in Italia (ma certo non solo in Italia). Se De Sanctis credeva che riscoprire la grande tradizione letteraria italiana potesse essere un viatico di ordine morale per la rinascita della nazione, oggi il trionfo della falsità e del caos, degli pseudovalori montati ad arte, dei libri di nessun peso o senso svenduti come capolavori e viceversa del più tenace silenzio attorno a opere eccellenti, che hanno il solo difetto di non essere battezzate da editori di prestigio, è insieme l’effetto e la causa – o almeno una delle cause – di una coscienza “civile” sempre meno civile, sempre meno in grado di veicolare valori umani o di difendere il sentimento del bello e del vero.

        La critica “onesta” (continuo a definirla tale solo tra virgolette) ha senz’altro il pregio di porsi come obiettivo la trasparenza dei giudizi, la capacità di sviluppare analisi il più possibile rigorose e autonome dai condizionamenti del Potere. Alcuni dei migliori critici di formazione filologica e stilistica hanno usato, e continuano a usare, i loro strumenti come riflettori tesi a smascherare le imposture e a porre in rilievo i pregi, i talenti, i risultati di valore. Una delle figure più carismatiche di critico “onesto” è stata, nel nostro Novecento, quella di Pasolini, un uomo capace di partire da Spitzer per leggere la società, o di fare della filologia una chiave d’accesso non solo ai testi ma alla vita. Purtroppo, però, troppo spesso l'”onestà” in letteratura è anche il segno di un limite del pensiero, ovvero d’un modo di considerare la creazione facilmente esposto a rischi di moralismo, rigidezza, fondamentalismo (nemmeno Pasolini ne è immune). La grande letteratura, infatti, è sempre frutto di una visione delle cose che trascende le idee, le grammatiche, le categorie della mente, del linguaggio e dell’etica, perché il suo “cuore” pulsa all’unisono con il ritmo metamorfico del mondo. La verità della poesia non è mai catturabile entro schemi, regole o griglie retoriche, entro formule ideologiche o di principio; anche quando lancia messaggi di portata morale non lo fa mai con intolleranza; la sua forza sta proprio nel suo provocare sottraendosi alla presa, sfuggendo alla logica degli schieramenti, delle parole sbandierate come leggi, dogmi, verità assolute. Incapace di capire che la letteratura è, come sapeva Goethe, un riflesso dell’infinito gioco del cosmo – un gioco arcano, erratico, fluido, sempre altalenante tra luci e ombre, bene e male, realtà e sogni, verità e  illusioni -, troppi critici “onesti” finiscono per chiudersi entro piccoli laboratori, armati dei loro strumenti interpretativi come di grimaldelli, pinze o lenti per operazioni di asfittica precisione, per calcoli angusti, privi di audacia, lungimiranza e passione.

      Nel suo recente libro Contro la letteratura (Il Saggiatore) Davide Rondoni denuncia con coraggio e lucidità la situazione troppo spesso sterile e opprimente dell’insegnamento della letteratura nella scuola italiana di oggi. Molti insegnanti non amano la letteratura, non ne comprendono la portata e il valore, non sanno – e dunque non trasmettono ai giovani – ciò che si gioca in essa: la condizione umana tout court, il peso e la leggerezza radicale delle domande prime e ultime, la vertigine del nostro bisogno di fondamenti, la nostra angoscia e la nostra sete d’infinito. I limiti degli insegnanti di fronte alla letteratura sono quasi sempre gli stessi della scuola (il liceo e l’università) che li forma, e questi limiti sono a loro volta i medesimi di buona parte della critica contemporanea. Troppe volte, infatti, la critica è stata esercitata – e continua a esserlo – con i paraocchi dell’ideologia o del moralismo da aridi ragionieri, notai o burocrati della scrittura, da professorini diligenti e grigi, da esegeti del tutto ignari che interpretare un grande testo dovrebbe essere un’avventura dello spirito, un grande viaggio, un’odissea, una ricerca del tesoro, una danza erotica e dionisiaca, un’esperienza illuminata dalla fiamma rapinosa e aerea degli incontri epifanici, sapienziali.

         Per aiutare la letteratura a uscire dal suo stato attuale di impasse, o di agonia permanente, io credo che occorrerebbe oggi, accanto a una scuola “rimotivata”, una critica realmente nuova, non più soffocata dalle pretese di un’onestà a senso unico ma capace di giocare con i testi e insieme di mettersi in gioco nel confronto con i testi proprio in nome di una più larga, complessa, articolata, flessibile verità.

      Per illustrare l’idea che ho di questa critica – un’idea “ermetica”, ma in un senso piuttosto diverso dalle pratiche critiche coltivate nel Novecento nell’ambito dell’ermetismo fiorentino – ho scritto insieme a Giancarlo Pontiggia un “manifesto” che in Italia è stato pubblicato due volte, prima dalla rivista “Poesia” di Crocetti (ottobre 2006) poi dalla rivista “ALI” diretta da Gian Ruggero Manzoni (n.3, autunno 2009). L’occasione del manifesto, che abbiamo intitolato I volti di Hermes, era la nascita nel 2006, presso l’editore Moretti e Vitali, di una collana di saggi  dallo stesso titolo diretta da me e Pontiggia. Il punto cruciale del nostro discorso era la proposta di una critica ispirata a Hermes in quanto dio della magia e dell’arte dei legami, in quanto supremo custode di tutte le soglie, i passaggi e gli incroci del senso. Ispirare i propri tragitti di lettura e scrittura a Hermes, il dio più “obliquo” e inafferrabile, meno “politicamente corretto” ma più estroso, aereo, inventivo, acuto e guizzante, sempre in viaggio fra la terra e il cielo, la vita e la morte, il visibile e l’invisibile, vorrebbe dire fare del proprio esercizio critico un’avventura immaginosa e creativa, irriducibile alle angustie dell’ideologia ma aperta, curiosa e fluttuante, capace di slanci e di leggerezza, coraggiosa nel moltiplicare le proprie strategie interpretative, nel mutare i suoi volti e le sue maschere. Il primo grande allievo di Hermes nella letteratura occidentale non è forse Odisseo? Come, a sua volta, ci ricorda Citati – critico per eccellenza “ermetico” – la flessibilità di Odisseo nasce dalla sua “mente colorata”, ovvero da un’intelligenza mai astratta ma prensile, ondeggiante, curvilinea: quella forma d’intelligenza nutrita d’intuizione che i greci antichi chiamavano metis. Rispetto a quella mitizzazione di un’intelligenza dura, intransigente, di matrice ancora illuministica, su cui troppo a lungo si è fondata la critica “onesta” (soprattutto quando avanzava pretese “scientifiche”), è la mente colorata di Hermes e di Odisseo che dovrebbe nutrire una critica non arresa al grigiore ma capace di osare, di abbandonarsi al piacere della narrazione e dell’invenzione senza temere per questo di tradire il suo compito: interpretare i testi mostrandone il corpo e lo spirito, riprendendone e rilanciandone i sortilegi, gli armonici e le vibrazioni profonde. Molti critici “onesti” (in realtà bloccati dalla loro carenza di fantasia) pensano che ogni critica inventiva, alimentata dal piacere di scrivere, sia un esercizio arbitrario, un lusso del critico che lo porta lontano dall’”oggettività” del testo di cui dovrebbe occuparsi, ma le cose non stanno per forza così. Certo, un critico-scrittore potrebbe usare il testo da interpretare come un pretesto per le proprie invenzioni, ma come non vedere che, nei saggi dei più grandi, illuminanti critici-scrittori moderni e contemporanei (da Sainte-Beuve a Citati, da Ruskin a Macchia, da Longhi a Garboli), una metafora o un aggettivo emergente d’un tratto come un candido, impossibile coniglio dal cilindro d’un mago può avere più forza ermeneutica di dieci pagine di analisi condotte, in punta di bisturi, da un critico “onesto”?

       Concepire due vie interpretative incompatibili tra loro – quella “soggettiva”, persa nelle sue fantasticherie e nei suoi sproloqui, e quella “oggettiva”, aderente alla realtà dei testi – piega inevitabilmente le prospettive critiche a una visione schematica, manichea e angusta. Ogni autentico esercizio dell’interpretare, infatti, lega sempre tra loro l’interprete e l’interpretato in una sorta di avvitamento amoroso, energetico, erotico: se è vero, come ben sapeva Rimbaud, che la letteratura è esperienza dell’Altro, ciò significa che solo attraverso la coscienza esterna di un buon lettore un testo può trovare il suo senso, così come attraverso i grandi testi il lettore-critico può scoprire la parte nascosta, “altra” del proprio cuore, del proprio destino. Questo avvitamento nega la piatta, rigida divisione di campo fra il critico additus artifici e il critico oppositus artifici. Ogni esercizio saggistico vitale prevede, fra l’esegeta e l’opera, incontri, sfioramenti, carezze e abbracci come momenti di allontanamento o di fuga reciproca, sguardi da vicino e da lontano, giochi in bilico tra il darsi e il negarsi, distanze variabili, ondeggiare di veli che svelano e nascondono, proprio come in ogni vicenda amorosa degna di questo nome. Essere “ermetici” significa non irrigidirsi in ruoli precostituiti, accettare quel rischio che è sempre l’incontro con una grande opera se sappiamo intenderne il fascino, la voce seduttiva, il sortilegio rapinoso, inquietante e immortale.

         Ha scritto giustamente Marco Merlin che, quando in letteratura emerge qualche idea nuova e scomoda, “la prima pratica è la rimozione: il nemico va cancellato, non deve neppure essere preso in considerazione”. Non è un caso, io credo, che il nostro manifesto non abbia suscitato molti commenti in Italia; gli interventi pubblici sono stati solo due: Roberto Caracci ha ripreso e illustrato le mie idee su “La mosca di Milano” nel dicembre 2007; Merlin ha scritto a me e Pontiggia, in bilico tra condivisione e disaccordo, una lettera aperta nel numero 48 (dicembre 2007) di “Atelier”, a cui io e Giancarlo abbiamo risposto nel numero 49 (marzo 2008) della stessa rivista. A tutto ciò si sono aggiunte, in privato, due lettere di solidarietà che mi hanno spedito due famosi professori universitari, uno anche poeta e storico dell’ermetismo fiorentino, l’altro eccellente studioso di Leopardi. Sarebbe bello se le idee mie e di Pontiggia potessero essere accolte e discusse negli USA, un paese senz’altro più aperto al vero gioco democratico, al confronto libero e non forzoso delle opinioni di quanto non sia la povera, confusa, sgangherata Italia di oggi.

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