RECENSIONE DI STEFANO SANTOSUOSSO SU 1-23 DI FEDERICO SANGUINETI


Una recensione di un giovane, Stefano Santosuosso, per un libro di Federico Sanguineti.

Non si nasce giovani, giovani si diventa, quando ci si riesce (Massimo Bontempelli)

Federico Sanguineti, 1-23, con una postfazione di Tommaso Ottonieri, Napoli, Edizioni d’If, 2011.

di Stefano Santosuosso

Non è un azzardo definire la prima raccolta poetica di Federico Sanguineti una sorta di continuum e, allo stesso tempo, un’inevitabile riscrittura dei Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca: per quanto l’affermazione risulti contrastiva non vi è nulla di più conciliante dell’esercizio poetico espletato dall’autore. Infatti se Sanguineti, da una parte, mette in moto una macchina che suona sugli stessi accenti metrico-rimici del collega aretino (riprendendone, in primis, le parole in rima); dall’altro lato, il Canzoniere (che pur raccoglieva vari e diversi motivi di alto cantare: da Laura alla laurea poetica, giocando su inevitabili e penetranti isotopi) è ampiamente messo in un angolino dal Poeta torinese, al quale urge dare vita alla personalissima microstoria della sua infanzia e raccontare di sé e del suo dramma interiore, come novello Amleto nel famoso a-solo dell’Essere o non essere.

Poco importa, invece, se Petrarca si rivolge direttamente al lettore, invocandolo per nome, con il «Voi» incipitario del sonetto proemiale, mentre Sanguineti appare sin da subito molto più concentrato su sé stesso con il suo esordiale «Il mio»: quello che più preme sottolineare è che, nonostante una sorta di «autenticità manierista» (come ha evidenziato Ottonieri nella sua postfazione), Sanguineti appaia più vero del cantore di Laura. Paradossalmente meno artificiale e meno artificioso, nonostante tutto. I fatti del suo intimissimo Mikrokosmos (per dirla con le parole di un altro Sanguineti: Edoardo) ci travolgono con una serie di ondate trasbordanti ora ironia ora rabbia ora delusione più o meno marcata (“più più che meno”, volendo giocare, come è cosa consueta per l’autore, con allitterazioni, ripetizioni e giochi fonici paronomastici). Dunque, messaggi diretti e/o subliminali trapelano da versi volutamente eterogenei e mosaicati, incastrati, o meglio diamantescamente incastonati, in impensabili costrutti petrarcheschi sì, ma con accenni di pittura dantesca, raramente anche ariostesca e, se dal moderno al modernissimo il passo è breve e l’eredità è facile da raccogliere, sanguinetiana. Eredità paterna, inoltre, duplice: genetica e letteraria. Le riprese di Edoardo, in un timbro che, inconsapevolmente (forse!), è sempre marcatamente intriso di egocentricismo (vizio o virtù che, in questi ventitré componimenti, Federico, ha dimostrato di averne in abbondanza), riguardano, soprattutto, quelle poesie a lui indirizzate dal padre: spicca su tutte Erotopaegnia 4 («in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia, un sogno; / ora pesta la ghiaia, ora scuote la propria ombra; ora stride, / deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto[…] non queste forbici veramente sperava, non questa pera, / quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache») ma anche Purgatorio de l’Inferno 1 e 17.

Ed è, forse, proprio questo (s)contro-(in)contro familiare prima, letterario poi, il leit-motiv del canzoniere sanguinetiano: l’espediente delle sedute psicanalitiche al cospetto di una “dottoressa” che è, in realtà, trovata letteraria per favellare al lettore la «micropoesia d’infanzia mia molesta» (Io regredisco se vuoi che io mi vesta 8,9) serve a Federico in questa macro-analisi della maturità, probabilmente, imposta da un evento contingente non digerito o, se vogliamo, mal digerito (si veda La pressione si alza troppo altera XIX, 1-4, dove l’allusione ai valori del gamma GT, enzima-spia del funzionamento di alcuni organi vitali, è tutt’altro che velata). Tuttavia se, a rendere feroce il dettato, non bastano le evocate immagini primordiali di un difficile rapporto comunicativo col padre («e tutti i miei pensieri li ho celati / perché non fosse la mia psiche morta / ho sopportato il peso del tuo volto / ho mantenuta la mia lingua accorta / nella mia infanzia e gli occhi miei velati », Io mi son messo da me stesso in ombra XI, 5-9), l’autore, nei due componimenti di chiusura, si cimenta in un insolito gioco che va ben oltre il letterario: le parole usate da Edoardo nelle poesie dedicate al figlio subiscono un ribaltamento, il coltello cambia manico e Federico trasforma i versi affettuosi ricevuti in una malinconica descrizione del suo attuale stato di degente infermo. Sanguineti figlio sembra trovare insolite risorse letterarie nel materiale di Sanguineti padre, in qualche modo anche suo (considerando che i componimenti sono a lui, Federico, indirizzati), quasi a ribadire una sorta di conflitto che il suo canzoniere riporta passo per passo, dall’infanzia alla maturità, in una parabola di astiosità che sembra perdere la sua forza primigenia, laddove Federico cita Edoardo con le sue stesse parole, quasi a pareggiare i conti. Restituendo, in qualche modo, ciò che si è ricevuto.

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