RECENSIONE A PIU’ ALTO DEL MARE DI FRANCESCA MELANDRI


Massimo Pamio recensisce l’ultimo romanzo di Francesca Melandri pubblicato da Rizzoli. Buona lettura.

Lo scrittore italiano degli ultimi decenni dimostra tali inusitate premure, nei confronti del lettore, che costui dovrebbe ricavarne il fondato sospetto, -nella corriva pretesa dell’altro di averlo sempre vicino- che tante attenzioni siano mirate a covincerlo sulla qualità di brevi e non tediosi romanzi proposti a breve distanza di tempo al fine di sollecitare lo spazio dell’interiorità, facilmente preda di sostitutive passioni potenzialmente inaridenti e nocive. Un commentatore esterno potrebbe obiettare che il rapporto tra i due, oberato di responsabilità e di pretese eccessive, osservi programmi rigidi, in base ai quali il lettore, al pari di un atleta, sia obbligato a eseguire ciclici esercizi spirituali mediante quei manubri dell’animo che sono i libri, mentre un conformismo esasperante alla legge del consumo coinvolgerebbe gli scrittori ad esordire non solo come produttori ma anche come esemplari venditori di offerte eccezionali per il maquillage dell’animo.

 Condannato a inseguire il consenso dei lettori, lo scrittore si cuce addosso il ruolo di un giallista impossibilitato a far morire il commissario protagonista dei suoi libri e se ci prova, è costretto a resuscitarlo, per l’insistenza dei committenti, oppure è costretto a sacrificarsi al ruolo di autore di saghe interminabili di genere fantasy, horror, di mafia, di cronaca o di storia. Nel favorire la coazione a ripetere di un congruo numero di fedelissimi, nello stabilire un programma annuale di esercizi atletici dell’animo mediante la terapia romanzesca di gruppo, lo scrittore, soggetto del transfert, compie ed esaurisce la sua funzione sociale ritualmente, alla luce del mercatino capitalistico dell’antiquariato sentimentale.

 Il fatto è che il romanzo ha buttato alle proprie spalle la dimensione eroica e l’avventura, per muoversi sulle sabbie mobili dell’introspezione psicologica, buona a svelare la ricchezza di personaggi a perdere, che di sontuoso conoscono solo il vuoto dell’animo. È finita l’epica dell’aristocrazia dei modi e della lingua, l’imborghesimento è planetario; dalla fine Ottocento ad oggi gesta memorabili si compiono solo nelle periferie, nelle bidonvilles. I fatti eclatanti sono quelli di cronaca nera, la letteratura si adatta a un realismo cronachistico e scandalistico in cui la verità è quella del sociologo o del tenente dei RIS.

 Un altro genere di scrittore, invece, tenta di sviluppare la fantasia in mondi alternativi (un caso riuscito è costituito dall’incursione nel mondo infantile di Barbara Di Gregorio, ne Le giostre sono per gli scemi un altro dall’audace completa immersione di Giovanni Di Iacovo nel futuro prossimo venturo, in Sushi Bar Sarajevo) oppure si adatta a comporre infinite variazioni dello stesso romanzo, o a riempire di citazioni e di rimandi i suoi libri (in inglese, a remixare), a riprendere temi e figure appartenuti ad un libro precedente, per soddisfare il compiacimento del lettore più snob, il palato più difficile di chi si reputa così colto e intelligente da riuscire a individuare le perle disseminate dall’autore nel testo, o a effettuare collegamenti tra opere diverse, poi che è capace di tirar su dalle latebre dei testi segnali intimi, privati, segrete corrispondenze, sicuro che con lo scirttore si sia instaurata una relazione fatta di ammiccamenti, di tocchi, di privati brividi intesi come una forma di petting letterario, una scommessa libidinale diretta a misurare le capacità del lettore di rivalersi sul corpo (del) testo del romanzo.

 È quest’ultimo, forse e in parte, il caso di Francesca Melandri, che dopo aver esordito con un romanzo formidabile, Eva dorme, attende, nell’ultimo romanzo, Più alto del mare, pubblicato da Rizzoli, a disseminare di pietre un percorso nel quale il lettore è premiato nello scoprire improvvise esplosioni di luce, sensazioni che si inseguono attraverso gli occhi di un personaggio poi ribadite nel pensiero di un altro, negli indizi di un paesaggio, di un silenzio, di un colpo di vento.

 Nel nuovo romanzo, l’autrice inventa personaggi e vicende che avrebbero potuto comparire nel primo -da una donna eroina della quotidianità, che ne riscatta il senso alla mancanza della figura paterna e maschile, a pagine censurate o dolorose della nostra storia, se in Eva dorme era narrata la rivolta dei separatisti altoatesini trattati dallo Stato Italiano come terroristi, in Più alto del mare compare un rappresentante dei “partiti armati”.

 Nell’ultimo libro, due Ulissidi vivono in uno spazio fermo, congelato, dove le tempeste influiscono sul destino perché gli dei tramano ancora. Avvolti dalla sensazione di vivere una lunga attesa, in funzione di una partenza verso una destinazione ignota, complice un silenzio profondo che neanche il più reboante dei rumori o il più lungo e ininterrotto dei discorsi potrebbero scalfire, annunciano che così è la vita, se la si intende come una domanda unica, rivolta a un immaginario altro da sé che mai risponde, per cui quella domanda viene del continuo ripetuta, ossessivamente. Una domanda che al lettore corre l’obbligo di cogliere, dietro il replicarsi di gesti quasi meccanici e compulsivi – Luisa tende a quantificare tutto il reale, Paolo estrae ogni volta dal suo portamonete una foto di giornale.

Nell’Isola (Sapeva di salmastro, di fico, d’elicriso), tratteggiata in notazioni paesaggistiche degne di una grandissima scrittrice, tutto è allegoria, viene fame di parole. Ogni elemento che vi risiede, sospeso, a metà tra terra e cielo, alonato di sacralità, può determinare un destino o costituirlo o fungere da avviso premonitore. L’Isola è forse un grumo di sofferenza civile che la storia di un popolo (o dell’intera umanità) riversa, dove, seppure nascosti agli occhi di tutti, il dolore e la violenza continuano a sussistere, per un rito quasi sacrificale che qualcuno deve compiere per permettere agli altri di vivere nella pace (o nella ricchezza).

 Molto dobbiamo alla Melandri se ha sentito il dovere di soffermarsi sui profumi, sui venti, sui colori, sul paesaggio, riscoprendo una peculiarità della scrittura romanzesca che si è andata perdendo, e cioè quella della contemplazione. Non c’è più sensibilità nel descrivere, poiché non si è più capaci di obiettivare, di rendere oggetto cose e persone, operazione nota a pochi retori dell’antica tecnica della scrittura. Non conosciamo la Melandri, ma ella deve aver avuto qualche maestro che le abbia insegnato a guardare la realtà senza paura di venirne trasfigurata in maschera, bensì, di riflesso, a pietrificare le sue storie, come accade appunto in Più alto del mare, dove l’Isola è oggettività pura, è l’Oggetto che esamina, e giudica (che racconta, occupando il luogo del Narratore) e non rappresenta una dimensione straniante, sebbene un indumento di cui i protagonisti sono la pelle e il corpo, e i sentimenti sono il tempo, la storia di questo rapporto.

 Ebbene, tutti hanno addosso l’Isola, ma cos’è questa nuova realtà che si appiccica addosso? È la Verità. Quella di cui abbiamo timore, a cui sfuggiano continuamente: “Nessun nuovo arrivato sull’Isola aveva voglia di fare conversazione. Gli occhi sfuggenti? Nemmeno. Gli uomini che osano esporre il proprio sguardo apertamente a quello altrui sono rari in genere (…)”. La verità non ci libera, ma ci rende oggetti, ci pietrifica, ci recinge, e quando ci fa suoi, non si possono più sviare gli occhi e respingere la potenza del silenzio. La Verità nell’Isola lambisce tutti, le giacche, il corpo, i pensieri, non fa dormire la notte. È una fortezza che si installa in noi, che porta dentro di noi tutto il dolore possibile, tutta la mancanza di libertà degli altri. Per questo, non le si può resistere. Bisogna viverla, confessarla a qualcun altro, dirla, perché potrebbe rivelarsi una camicia di Nesso.

 Il primitivismo oggettivo è un ritorno allo stato minerale e originario. Non solo delle creature, ma anche e soprattutto del linguaggio, quando le persone rimangono da sole con il loro dolore, prede d’un dolore definitivo. Luisa e Paolo, i protagonisti, hanno raggiunto la prossimità del loro essere e non chiedono più ragione di questo, rassegnati. Sono chiusi nel loro silenzio, non rimandano nient’altro che al compromesso col nulla che essi incarnano. Sono lo specchio in cui si riflettono le cose, e viceversa. Vibrano in una dimensione in cui non c’è verità e dunque non c’è neanche menzogna. I segreti non sono che pensieri trattenuti, il mistero non è nient’altro che il portato delle loro tristi esperienze, un talismano che essi recano come antidoto alla mestizia, alla noia.

 Senonché, nel primitivismo dell’Isola, in cui tutto è oggetto, in cui non c’è mediazione culturale, gli uomini sono spogliati per essere poi rivestiti di quella sua sostanza e per donare loro il tempo. I gesti meccanici si sciolgono, si inscrivono nei gesti del vento e del mare. La risposta è già là: “queste acque che attorniavano l’isola, questo sole che ne accendeva i colori, questo cielo con cui volavano gli uccelli marini, erano lo stesso Mediterrameo che lambiva le coste di Fremura, lo stesso sole che le scaldava, lo stesso cielo che si era incurvato su di (…) loro” quando erano felici. Luisa e Paolo vivono la verità, e nella scissione che li fa uguali, sentendosi persone diverse, ma riconquistati all’utopia dell’unità nell’Isola, si riappropriano del loro tempo, della loro speranza. E non vogliamo sapere come andrà a finire trent’anni dopo, perché la catarsi si è compiuta.

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