INTERVISTA A DANIELE CAVICCHIA – POESIE INEDITE DI CAVICCHIA


Daniele Cavicchia è poeta, scrittore, presidente di numerose giurie, ha ricevuto riconoscimenti anche a livello internazionale. Ci dona non solo un’intervista, ma anche poesie inedite di straordinaria intensità. Grazie, Daniele!

L’INTERVISTA

D.Sembra che i poeti  importanti nascano solo a Milano. È una questione di potere editoriale, economico o che altro?

R. Credo che molto dipenda dallo smog. Non conosco  con quale procedimento le tossine contenute in questo insieme di gas vanno a stimolare la cultura e la sapienza dei poeti e dei critici milanesi. Ma certamente non dipende dal potere editoriale, e tantomeno da quello  economico, ( sarebbe molto triste)ma  solo dal potere che ha lo smog di legare amicizie che tendono ad escludere ingerenze esterne e gli amici che si sono formati grazie allo smog si aiutano a vicenda. Si potrebbero avanzare altre ipotesi ma sarebbero solo parole e non cambierebbero niente. In Italia c’è il vizio di mantenere le distanze e non ho mai capito perchè. La cultura dovrebbe essere condivisa, ma è innegabile che l’Italia è lunga.

D. La tua poesia è spesso dialogata, teatrale. Chi interroga chi?

R. Credo di interrogare quasi sempre me stesso. Tento di sdoppiarmi cercando di immaginare l’altro che potrei essere. In ogni caso vivo di dubbi e forse anch’io sono un dubbio. E quindi, la poesia, una volta scritta, è una domanda o una risposta?

D.Un altro elemento della tua poesia è quello della ricerca religiosa; spesso i tuoi versi sono inni, salmi, preghiere…

R. Si, è vero. Non voglio credere che tutto si limiti al nostro corpo o a quello che di noi e di altri possiamo vedere. Forse siamo di più e non necessariamente bisogna appartenere a qualche religione per allontanarci dalla nostra carnalità: a volte la lontananza può creare delle vicinanze. Se nelle mie poesie si ritrovano salmi o preghiere, in qualche misura dipende dalle letture che prediligo , ma il vero motivo, secondo me, è che quando una poesia ” riesce” altro non è che una preghiera. E lì il poeta c’entra poco, è solo un tramite. Ha ragione Milosz.

D. Anche tu nei tuoi libri inserisci dei pezzi di prosa. La poesia va verso la prosa?

R. Sono convinto che ogni argomento abbia la propria lingua e che anche la poesia ubbidisce a questa regola. E comunque le prose poetiche sono sempre esistite.

D. Dove va la letteratura? Che cosa ne pensi della letteratura odierna?

R. La letteratura si sottopone al mercato e di conseguenza è un poco ruffiana. E poi molti vogliono la fama e il guadagno e tutto questo è normale. Peccato che non tutte le regioni contengono la stessa quantità di smog e quindi diventa difficile scrivere capolavori. Anche se  a volte, delle nubi dispettose regalano qualche miracolo.

D. Quali sono i libri migliori del 2011?

6) “1 Q84″ di Murakami,” Oggi avrei preferito non incontrarmi” della Muller,” La scena perduta” di Yehoshua,” L’albero della pioggia” di Kenzaburo,” Libertà” di Franzen; per la poesia sen’altro Strand.

D. Quali i tuoi autori preferiti?

R. A parte i classici, Holan, Caproni, Sereni, Luzi, Milosz, Kristof, Mandel’stam, Celan.

Poesie inedite di Daniele Cavicchia (per gentile concessione dell’Autore)

1

Quando la prima volta che la vidi

l’angelo aveva perso un guanto

lei pensò fosse il suo

io di essere nella trasparenza dell’abisso

Poi lei sorrise come chi ha gli occhi

troppo azzurri per scavalcare il cielo

e per spingermi nell’ostinato inchiostro

che a malapena contiene la storia che mi illude

La pelle levigata  profumava di sacro

attingeva energia nell’amore

che ognuno le donava

io avevo poche parole e in quelle annegavo

“ Se non sai adesso cos’è l’amore

disse l’Angelo, sarai sempre lontano da lei”

io lo guardai come si guarda un fiore

che non può esistere

E se solo esistesse non sarebbe un fiore

ma un mondo di idee dal sapore di eterno;

“dimmi, allora, di questo tempo e di me

che tento di esistere attraverso lei”

“L’amore è solo il segreto della follia

che la assolve, immagina alberi sulle nuvole

acqua nel deserto dove le anime sospirano,

l’amore è un cristallo che racchiude il creato”

L’angelo aveva ritrovato il guanto

lei aveva perso anche l’altro

la mia mano accarezzava la sua o forse era la sua a farlo

ma nulla era importante in quel momento di finzione

Ciò che accade nel segreto della mente

la mente ignora

come quegli occhi troppo azzurri

che guardavano dove lei non voleva

2

La seconda volta che la vidi

l’angelo sembrava distratto

lei assorta come chi deve decidere

se essere àncora o scandaglio

Non indossava guanti

e quindi offriva la propria nudità

come se quella poteva

aiutarla nella scelta

L’angelo si scosse e si fece attento

lei aveva scarpe lucide e nere

come il suo sguardo

in attesa di volare

Pensai, a vederla in distanza,

che quel nudo era la sua armatura

e offriva quella in uno scontro

che non sarebbe mai avvenuto

Allora lasciai la stanza

perché da quella bisogna partire

per potervi ritornare, ma non il ricordo

che mi volle in compagnia

3

La terza volta che la vidi

era di nuovo l’inizio di un discorso

scandaglio ancorato

a rocce di madreperla

In silenzio ascoltavo il suo silenzio

onda increspata nell’azzurro malato

l’angelo fissava nella vetrina

l’evidenza di una corona

Dimmi, creatura di due mondi,

quello a cui lei non crede,

dimmi messaggero azzurro

imponi le tue mani benedette

L’angelo mi guardò

come chi non può infrangere il patto

e con il dito indicò il lontano

dove un riverbero di luce accecava

7

Andiamo, disse la voce, mancheremo

l’arpeggio che annuncia la sinfonia,

quello della notte che subisce

la stoltezza delle domande,

i sussurri che chiedono alla preghiera

di varcare la soglia del tuo dolore.

Eccoli i volti composti nell’attesa dei violini

eppure persi come chi sa che quando la mano

taglierà l’aria, ogni cosa sarà possibile.

E la musica venne e gli alberi furono spogliati

e piovvero fiori bianchi e rive bevvero dalle onde

conchiglie ciarliere esibirono i loro colori

le nuvole giocarono a creare mostri

e tu, interrotta nella preghiera,

tu che guardavi assorta e frastornata

tu, che con tanti nomi ti invocano,

sii ancora una volta tu a pregare,

conosci le parole, sai vestire gli alberi,

colorare i fiori, tu che in tanti nomi abiti

sii tu a tentare la nostra salvezza,

noi in silenzio uniremo le mani.

13

Non raccontare ad altri il tuo dolore

le città chiuderanno le loro porte

le finestre avranno merletti di lutto sui davanzali

le pietre colori per ingannare gli uccelli nel loro volo.

Non svelare ad altri il profumo del fiore che lei ti diede

non dire il suo nome, né se tra molti

non incontri nessuno. E se la parola non aiuta

puoi dire che non è questo il sole che vedi

oppure che siedi in attesa di un’altra luna

o che quella pioggia annunciata non è mai caduta.

Puoi, se nessuna parola aiuta,

disconoscere le mani che acclamano

rinnegare le parole che hai pronunciate

non raccontare dei rami che nascondono nidi

o di spighe superbe e del loro giallo combattimento.

Le città che non ti conoscono

continueranno i loro riti, molti rideranno

di quello che poteva essere, pochi piangeranno

per quello che è stato. Non essere triste

se delle parole resta solo il peso

non dire del tuo dolore se guardi un fiore

non dirlo se vedi un bambino che finge

un gioco solitario, vedrai una lacrima tanto grande

capace di soffocarti con l’odore delle radici.

Altrove, dove il silenzio raccoglie i pensieri,

troverai custodi attenti che ti diranno

che ciò che accade non teme giudizi

che il colore che vedi è il vero colore

e ciò che resta è solo quello che poteva accadere.

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One thought on “INTERVISTA A DANIELE CAVICCHIA – POESIE INEDITE DI CAVICCHIA

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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