Archivio mensile:aprile 2012

Intervista a Federica D’Amato di Barbara Alberti su Radio24


Presso questo link potrete ascoltare l’intervista di Barbara Alberti a Federica D’Amato, autrice de Il Libro dell’Amico e dell’Amato, Noubs Edizioni, 2011, ospitata sul programma “La guardiana del Faro”, Radio24.

Buon ascolto…

 

 

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ALESSANDRO PARRONCHI, GIORGIO LA PIRA, LA POLITICA COME SPERANZA


In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima… (Mt. 10, 26-33)

In questi tempi cupi, si pensa quasi che la politica in Italia non abbia avuto grandi figure. Ci fu un periodo d’oro, invece, che vide persone della cultura e in particolare della poesia unirsi a uomini di grande onestà e impegno civile, come accadde a Firenze, quando, nel 1951, Giorgio La Pira accettò, a seguito di forti pressioni esercitate anche da autorità religiose, di fare il capolista per la Democrazia Cristiana a Firenze nelle elezioni amministrative del 10 e 11 giugno.  La Pira dovette dimettersi da parlamentare: per escluderlo dal Parlamento fu approvata una legge ad hoc, che stabilì l’incompatibilità fra il mandato parlamentare e la funzione di sindaco di una grande città. Il presidente della Camera Gronchi scrisse a La Pira per sollecitarlo a scegliere tra le due cariche. La risposta fu lapidaria: “Davanti alla illegittima alternativa tra Montecitorio e Firenze, alla quale mi ha posto la Camera, scelgo Firenze, perla del mondo”. 
 Lo slogan di La Pira: “Gridate dai tetti che il bene esiste”. C’erano uomini come Nicola Lisi, Margherita Guidacci, Carlo Betocchi, Mario Luzi, Piero Bargellini, don Barsotti, don Lorenzo Milani, Vittoria Guerrini, Enrico Lucarelli, Lorenzo Giusso, e ancora: Fioretta Mazzei, Gianni Meucci, don Facibeni, don Bensi, monsignor Bartoletti, padre Balducci, Padre Davide Maria Turoldo, e la luminosa paternità ecclesiale del Cardinale Dalla Costa, allora. Allora.

E c’era un poeta Alessandro Parronchi, che ricordiamo con una sua poesia dedicata a Giorgio Morandi.

Senil

Umberto.

Amano i privilegi

ciò che li rende superiori agli altri,

cercano cibi prelibati, vini

succosi, e questo chiamano

amore della vita.

Ma tu solo

hai saputo cos’è la vita, tu

hai cantato il tuo amore a questi oggetti

che ci hanno accompagnato come l’ombra.

Lascia allora che ripeta la tua

immensa gratitudine,

immenso amore di persona viva,

tu povero il più ricco, che dicevi:

Vecchio manubrio io non ti vedrò più…

 

Notizie di vecchi

– Che notizie hai di Fredi? – Molto brutte.

Proprio mezz’ora fa telefona un amico:

Sai che Fredi sta male? Ha avuto un ictus.

– Non ha avuto un infarto? – Quello prima.

Ed ora ha avuto un ictus. Lo han portato

paralizzato a casa.

– Tu dove vai? – Sto andando dal dottore.

Ho qui male a una spalla. – Ma ti curi?

– Iniezioni, massaggi e anche forni.

E tu? – Vado a teatro a vedere Nureyev.

– Quanti anni avrà? – Ma balla sempre bene

con leggerezza. E’ magro, agile ancora.

Ballassimo anche noi coi suoi tanti anni!

– Balleremo: la danza degli spettri.

(Da: I giorni sensibili)

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Un mondo migliore Racconto inedito di Massimo Pamio


   Pensava a un mondo migliore. Il mattino immaginò che il suo Paese fosse in pace e che non dovesse inviare soldati in altri paesi in guerre che non appartenevano a nessuno, se non agli interessi economici di qualche grossa azienda petrolifera. Poi si spinse più avanti. Credette di trovarsi in un Paese onesto, dove le banche aiutassero chi volesse investire, e le risorse collettive fossero state destinate a problemi sociali, alla salvaguardia dei beni culturali, alla promozione delle arti. Gli amministratori pubblici e i partiti si inconttravano per progettare programmi a lunga gittata, per costruire insieme il futuro, e chiedessero alla gente se i loro programmi fossero adatti a sostenere i tanti problemi della comunità. Gli industriali si rincorrevano tra di loro con l’aiuto di ricercatori di talento nel cercare nuove energie rinnovabili, fonti di energia non inquinanti, nuovi mezzi e sistemi per creare benessere senza inquinare. Erano persone ragionevoli, pacate, serene. Nessuno mostrava arroganza, o tuonava contro nemici immaginari, contro altri “poteri”.

   La mattina non sentì il solito chiacchiericcio, quel brusio di sottofondo che era in ogni angolo dela sua città. Non c’erano persone che nel vicino bosco andavano con le seghe elettriche solo per spaventare gli alberi, per minacciarli (Avevano detto sempre: “Siamo noi i padroni, tremate perché presto vi abbatteremo”), e non c’era il solito viavai che egli avvertiva fastidiosissimo appena svegliato, con il cielo solcato dai soliti aerei che si incrociavano a frotte (ma dove andavano tutti? Ne sentiva le loro parole vuote), I soliti aerei che facevano esperimenti gettando non so che cosa nel cielo per modificare il clima, o quelli che registravano con non si sa quali macchinari i messaggi al telefonino dei segnalati dalle cellule antiterroristiche, che individuavano i ribelli per eliminarli. Niente di tutto questo. Il cielo era sgombro, e nel bosco silenzioso vide saltellare alcunii scoiattoli, di ramo in ramo. Accese la televisione, e il presentatore sorridente diede l’annuncio della visita del Sindaco nella città. Si fermava con le persone, le ascoltava, scherzava, fece alcune battute divertenti, tutti erano sereni. Poi lo inquadrarono mentre nel suo studio riceveva una vecchia zoppa e le concedeva un’ora di colloquio. E l’accompagnò fuori, la salutò, le strinse le mani. “Torni a trovarmi”, disse il Sindaco. La sorpresa maggiore fu che nel suo ufficio non c’era il solito codazzo di postulanti. Che cosa era successo? La seconda notizia fu che alcuni giovani erano riusciti nel loro laboratorio a isolare il virus del Parkinson. Ascoltò quei cognomi di giovani. Nessuno che conoscesse. Erano giovani che avevano studiato per anni, nell’ombra. non avevano cognomi illustri. Erano soltanto degli ottimi ricercatori, soltanto questo aveva detto l’annunciatore televisivo, glissando sulla loro provenienza sociale. L’ultima notizia fu per la musica, un concerto a teatro di un’orchestra giovanile diretta dal Maestro Ferlandi. Ricordò Ferlandi e quando l’aveva conosciuto. La sua vitalità, la sua gioia, la sua umiltà.

   Iniziò una trasmissione religiosa. E per forza, pensò. Siamo sul canale televisivo più seguito! Inquadrarono il Responsabile Universale della Fede. Era in una stanza da solo, In ginocchio, forse pregava. La telecamera stette così, per un quarto d’ora, in silenzio, mentre l’uomo inginocchiato continuava a meditare. Non ci credeva. Era desto o sognava? Si sarebbe dovuto dare un pizzicotto, solo così avrebbe capito di essere sveglio.

   Era possibile immaginare un mondo migliore, pensò.

   Si vestì in fretta. Prese l’auto dal garage, pulita, fiammante. Mise in moto.

   Si recò in chiesa. Entrò, non c’era nessuno. Pregò. “Signore, fa guarire il mio vicino. So che ti sembrerà strano. Ma fa ch’egli guarisca. Sai benissimo che ci odiamo, e che per me è stata una soddisfazione unica aver appreso ch’era ammalato, ma fa così. Lo detesto, è un essere spregevole, siamo venuti più volte alle mani, mi ha mandato anche in ospedale. Ci siamo denunciati a vicenda, gli ho mandato la finanza nel suo ufficio. Ma guariscilo, Signore, fà che egli torni a vivere bene, affinché io possa pensare all’esistenza di un mondo migliore”.

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SUL SITO DELLA NOUBS EDIZIONI IL CATALOGO AGGIORNATO


Sul sito delle Edizioni Noubs www.noubs.it potete trovare il nostro catalogo aggiornato al mese di Aprile 2012, con i nuovi libri di poesia di Andrea Marchesi, Federica D’Amato, Lorenzo Leporati e i Foglietti di una cuoca distratta, di Alba Bucciarelli.

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ALCIONIO di Massimo Pamio


Alcionio era il verde che D’annumzio definiva adriatico mare, che un mattino di primavera mi apparve in fondo all’orizzonte dietro una macchia silvale di tigli, pioppi, carpini, più in alto dello sguardo, e sembrava che quell’invaso d’acqua si contraesse più in alto di me e potesse -volendo- sommergermi da un momento all’altro, d’azzurrità e viridità digradanti in accensioni profonde, nella quiete assolata e solitaria, appena marezzata di brividi nel prodigio della primavera che tornava sciogliendosi di luce e tenuità, tra le soffuse e ridenti primatine fogliette: pensavo che tutta esultante quella gioia mi chiamasse a sé, che rinascevo con quella, mentre villette cresciute come denti storti nella bocca dell’orizzonte mi suggerivano che l’uomo continuava a ingoiare pezzi della terra – bocconi amari per la sua fine sempre più imminente, ma la gioia sovrastava quel minuto così pieno e traboccante, e non c’era nulla che mi dovesse turbare, così in quel silenzio e all’interno di quella dimensione conoscevo l’unico accordo possibile col mondo: la quiete, per convivere con tutto quel che c’è, di vivente, per essere consenzienti al tripudio della primavera, senza motivo, ma solo con il trasporto della gioia e dell’ascolto, per volare insieme al cielo e planare, bagnarsi di quell’acqua benedetta, benedetta dal sole: Aprile.
Mi consolava natura, per quello che ero e che sono, mi rimboccava le lenzuola del giorno in cui m’estasiavo e incantavo, mi detergeva dalla misera umanità e selvaggia di cui ero marchiato, per predire il mio futuro irradiante e irradiato del riso che percorreva pian piano la terra, l’aria, il cielo, unica sponda e sposa dell’alto, e in quel mare a un antico naufragio rispondevo, chiamando il nome del Tutto: Io, l’eterno istante dell’orizzonte al di là del quale non si può andare ma sprofondare, come quiete assoluta, in quello che, prima e dopo, è.
Verso il Monte Tabor o verso altre colline, verso altre latitudini, tutti, indistintamente, non aneliamo, ma siamo, indistintamente siamo.

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Il “Non-detto” di Mariangela Gualtieri


Il “Non-detto” di Mariangela Gualtieri, breve lettura di Federica D’Amato

“Se è il carattere tautologico del linguaggio a dannarci, allora la voce ci salva. La voce è zitta, prima, dopo emerge dalle acque del silenzio e vi cammina, sospesa, sul linguaggio incede senza lasciare traccia. Ci cura la voce, illude una presenza di carne, e invece è solo sbaglio della materia, svista del divino che a noi la donò per consolarci della notte con bestie affamate. Eppure la voce è fatto di nominazione, questo accorto miracolo di cellule e arie e calore che ha detto la storia dell’uomo, l’ha guidata passando. Voce che è nata per dire un solo nome, l’uno impronunciabile “mai chiamato”, linguaggio che nasci per amore e bestemmia, silenzio che rispondi all’evento.

fd”

 

Nome che stai al centro,

il tuo suono ciocca e s’imperla di voci

ma nessuna ti tiene, nessuna ti osa in

suono, in lettera e cifra. Nelle tue solitudini

di mai chiamato. Come tutto è assai strano.

A me sembra. Assai strano.

Ti piantòno, ti indago, mi avvicino in

millimetri. Ti ho nella voce

senza che esca in suono.

Mariangela Gualtieri, tratto da Nei Leoni e nei Lupi


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Ciò che resta della città de L’Aquila nelle parole di Anna Ventura


C’è un libro in cui L’Aquila vive ancora, teneramente: La Città, di Anna Ventura, èdito dalle Edizioni Noubs nel 2007.

Ve ne offriamo un momento…

Tutti saremo interrogati

Forse non è una colpa

essere nati in un paese in cui

l’inverno è lungo, la primavera

ha spallette di glicini

su muri screpolati. L’orgoglio

e il pregiudizio consigliano di dire

che non è amore, è solo

un capriccio della fantasia,

un’emozione incontrollata. Eppure

è dolore questa cosa che sta nascosta

dietro i grappoli viola,

dietro il fogliame verde

che sfonda il grigio delle pietre.

Questo per San Giovanni della Croce,

perché – dice lui –

tutti saremo interrogati sull’amore.

Anna Ventura

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“A UNA FORMA SORELLA”, di Giovanna Bemporad


Federica D’Amato consiglia “A una forma sorella”, di Giovanna Bemporad, tratto da Esercizi vecchi&nuovi, Luca Sossella editore, 2011. Con una breve nota di lettura.

 “Bisogna commuoversi continuamente. Senza che una scomposizione disgrazi la deità che la commozione chiude, dentro di noi, quel quieto riposare il sentimento del mondo. Composti almeno fino a quando non giunge lei, la forma sorella, il miracolo del sangue doppiato in un sembiante che muove dalle nostre stesse date. O da lei, la metafora che ci aiuta ancora a vivere nei radi momenti perfetti in cui nemmeno il sangue eguaglia la vera presenza d’una poesia.

 fd”

A una forma sorella (da una stampa cinese)

Non si svela il  mio astro che alle risa

dei tuoi occhi, azalea, forma sorella

splendente come giada, che ti specchi

nel ruscello di seta e il piede esiguo

come conchiglia d’ostrica vi immergi.

La gioia m’incorona, o il mio pensiero

sopra il filo translucido dei sogni

si distende e s’allevia come un cirro

se coi draghi di bronzo e i liocorni

dei tuoi capelli scherzo un po’ sdegnosa?

Strofina il fianco contro la tua spalla

la mia sete d’amore: grande bestia

che si allunga sul tuo collo e accarezza

la tua guancia con cadenza di sonno

con la marea della notte negli occhi.

Giovanna Bemporad

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Federica D’Amato ospite di Barbara Alberti su Radio24


Federica D’Amato è stata intervistata da Barbara Alberti nel programma “La guardiana del faro” in onda l’8 aprile alle 9 su Radio 24. Il discorso è stato centrato sul testo lulliano IL LIBRO DELL’AMICO E DELL’AMATO, pubblicato dalle Edizioni NOUBS. “La guardiana del faro” a nostro avviso è la migliore trasmissione culturale in onda sulle radio nazionali, ascoltatela per credere!

QUI potete leggere l’intervista sul sito di Radio24.

Prossimamente forniremo il link per ascoltare la bellissima intervista.

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IL MIO DISAGIO


IL MIO DISAGIO di MASSIMO PAMIO

Il mio disagio cresce lentamente giorno dopo giorno, si amplia con la parsimonia del saggio, che rifugge ogni eccesso, si sviluppa e progredisce con affabilità e con costanza: qualità, queste, proprie del pensiero. Il disagio cresce fino a diventare quieta opprimente disperazione. Non so voi se provate la stessa sensazione, della persona che vive senza sentirsi più a suo agio, sempre in imbarazzo, in ogni situazione, in ogni momento, come un pesce fuor d’acqua.
Quel che giunge sulle nostre mense imbandite, quel che ci nutre, il cibo che quotidianamente mangiamo, che viene a far parte del nostro corpo e ci dà forza, dinamicità, e si trasforma in gesti, ebbene quel cibo non sappiamo da dove viene. Così come i vestiti che indossiamo, che vengono a far parte della nostra figura, con cui sposiamo la nostra immagine; ebbene, di quella seconda pelle non sappiamo più la provenienza -forse da paesi lontani, che cerchiamo di scoprire leggendo i contenuti di etichette sibilline, invisibili, a volte riempite da sigle incomprensibili.
Tutto quel che ci appartiene intimamente non è opera della nostra comunità.
Appartenere a una comunità significa decidere tutti insieme del nostro presente a partire dalla ricerca del cibo, attività primaria, e dell’abito con cui coprirci, a difesa delle intemperie: quanto di più sacro ed essenziale pertiene a una comunità.
Il cibo è sacro, in quanto finisce per appartenerci e per diventare parte di noi. Dobbiamo coltivare la terra, vivere delle sue stagioni, assecondarla e lottare con lei per ottenerne i frutti che potranno regalarci la gioia e il dolore del mondo, dell’intera mondanità che il Dio Creatore ha messo a nostra disposizione. Il cibo è puro se vien fatto con le nostre mani nella nostra terra, se il rispetto delle mani è tale da poter ottenere il giusto, ovvero ciò che sarà il colore, il gusto delle nostre bocche, per sfamarci. Coltivare è un atto sacro e sapiente, che reca un ordine nel mondo, al quale occorre obbedire.
La veste che indossiamo per chissà quale ragione -se un giorno eravamo nudi significa che eravamo perfetti, una sola ed una sola parte con la natura a cui ci sentivamo così uniti da poter assorbirne l’aria con la pelle, da poter assorbire il sole nei pori, fino alle viscere; poi l’uomo si è indebolito, ha avuto paura della natura, qualcosa deve essere accaduto. L’uomo è debole, e incerto. Sui suoi passi regnano l’incomprensione e il regno della ragione. Così il ricorso alla veste, il ricorso al riparo dal caldo, dal freddo, dalla pioggia. Questi abiti venivano confezionati in fogge esclusive e indossati per presentarci in qualità di sodali di una particolare  e ben individuata comunità. La comunità diventava allora la nostra nuova natura; si inaugurava l’età dell’homo sapiens, l’uomo si avviava a creare ciò che mai nessun essere era riuscito a innalzare come tempio di sé: la cultura, la storia.
Oggi il cibo e i vestiti non sono più nostri, non appartengono alla nostra comunità.
In questi ultimi anni ci hanno tolto la terra da sotto ai piedi.
La terra non è più nostra!
Non siamo parti più di una comunità, ma singoli che vivono come frammenti di un’unità scomposta, senza luogo.
Siamo parti disperse, nessuno divide con noi il concetto sacrale della comunità.
Niente ci è più comune.
Ci è difficile comunicare, la solitudine metropolitana si è fatta solitudine casalinga, gli uomini sono soli nelle loro case, non hanno più abiti loro, non hanno più cibi della loro terra. Sono esautorati di tutto, sono stati spodestati dal centro che era sacro, il Centro Sacro della Comunità.
Il consumatore è, nel mondo globalizzato, colui a cui è stata tolta ogni parte sacra. L’uomo desacralizzato è soltanto pura materia. Operaio senza opera, cittadino senza città, schiavo senza padrone, libero senza libertà.
Se l’uomo perde il concetto di sacro è votato alla perdita del senso. Io mi sento privo di tutto, perché privato della comunità. La crisi non è economica, è, prima di tutto, crisi di una cultura a cui sono state estirpate le radici. Il sacro, la propria unità. Non dovevamo festeggiare i 150 anni della nostra Unità, ma caso mai la fine dell’unità, per poi fuggire via, uno alla volta, da un luogo che non ci appartiene più: come sta accadendo, realmente. Siamo tutti in fuga, dal nostro centro, dalla comunità che non c’è più. Dalla sacralità che non c’è più. Siamo perduti e perdenti.

(Ascoltando la Sinfonia n. 3 di Henry Mikolaj Gorecki)

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GLI E-BOOK DELLE EDIZIONI NOUBS!


Le Edizioni Noubs hanno pubblicato i primi e book a un prezzo bassissimo! Edizioni Noubs: libri per tutte le tasche e tutti i “supporti”. 

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“CINEMANZIA”, DIMMI CHE FILM VEDI E TI DIRO’ CHI SEI


CINEMANZIA 

DIMMI CHE FILM VEDI E TI DIRO’ CHI SEI

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1) luogo e data di nascita 2) alcuni dei film che vedete 3) I film che preferite.

Tre esperti (uno psicologo, un astrologo e un cinefilo) vi indicheranno le caratteristiche della vostra personalità e le propensioni. Inoltre. vi consiglieranno di vedere il film che potrà cambiare (in meglio) la vostra vita. Per il servizio, non chiediamo nulla, ma solo di fare a voi stessi un regalo, acquistando uno dei titoli e book delle edizioni Noubs oppure uno dei libri delle edizioni Noubs a vostra scelta tra:

AA.VV. – Il primo giorno di lavoro,

Michele Ghilotti – Pasticcio di grano,

Jorge Ibarguengoitia – La legge del menga,

Marco Marsullo – Ho Magalli intesta ma non riesco a dirlo,

AA.VV. – Tutto il nero dell’Italia,

AA.VV. -Tutto il nero del Piemonte.

WWW.NOUBS.IT

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LA BIBLIOMANZIA TI CAMBIA LA VITA, PAROLA DI NOUBS…


BIBLIOMANZIA

DIMMI CHE LEGGI E TI DIRO’ CHI SEI

Il primo servizio on line delle Edizioni Noubs!

Inviate tramite e mail a: manoscritti@noubs.it:

1) luogo e data di nascita

2) alcuni dei titoli che leggete

3) i libri che preferite.

Tre esperti (uno psicologo, un astrologo e uno scrittore) vi indicheranno le caratteristiche della vostra personalità e le propensioni. Inoltre, vi consiglieranno di leggere il libro che potrà cambiare (in meglio) la vostra vita. Per il servizio, non chiediamo nulla, ma solo di fare a voi stessi un regalo, acquistando uno dei titoli e book delle edizioni Noubs oppure uno dei libri delle edizioni Noubs a vostra scelta tra: AA.VV. – Il primo giorno di lavoro,

Michele Ghilotti – Pasticcio di grano,

Jorge Ibarguengoitia – La legge del menga,

Marco Marsullo – Ho Magalli intesta ma non riesco a dirlo,
 
AA.VV. – Tutto il nero dell’Italia,
 
AA.VV. -Tutto il nero del Piemonte.
VISITATE IL NOSTRO SITO > SEZIONE CATALOGO WWW.NOUBS.IT

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NO TARGET MOVEMENT – MANIFESTO POESIA ISTERICA


Il No Target Movement, movimento d’avanguardia, ci propone il manifesto della poesia isterica.

Chieti 2012-03-25

MANIFESTO DELLA POESIA ISTERICA

 Questo è il Manifesto del Primo Movimento di Pseudoavanguardia del secolo XXI

 1 Noi vogliamo liberare la poesia dal buio della psiche;

 2 Vogliamo liberare i traumi e i desideri rimossi per proiettarli nella luce della performatività;

 3 Noi vogliamo glorificare il gesto isterico come nuova bellezza;

 4 Noi non vogliamo cantare. Vogliamo urlare, dimenarci, fare la bava dalla bocca; contorcerci negli spasmi addominali e in questo coglierne la grazia;

 5 Da ogni luogo della terra si agiteranno corpi, strepiteranno donne. Sette miliardi di bocche urlanti libereranno la poesia;

 6 Noi spezzeremo l’immobilità pelosa e dolorosa della letteratura e dell’arte;

 7 Una forza nuova dominerà il mondo;

 8 Incolpevolmente orineremo e defecheremo sulle cattedre dei Sapienti, sugli scranni dei critici, sulle poltrone dei detentori della verità e del potere culturale, sulle loro clientele e relazioni extraconiugali;

 9 Guai a voi che avete lucrato sull’isteria, che busserà alla vostra porta quando meno ve l’aspetterete

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