IL MIO DISAGIO


IL MIO DISAGIO di MASSIMO PAMIO

Il mio disagio cresce lentamente giorno dopo giorno, si amplia con la parsimonia del saggio, che rifugge ogni eccesso, si sviluppa e progredisce con affabilità e con costanza: qualità, queste, proprie del pensiero. Il disagio cresce fino a diventare quieta opprimente disperazione. Non so voi se provate la stessa sensazione, della persona che vive senza sentirsi più a suo agio, sempre in imbarazzo, in ogni situazione, in ogni momento, come un pesce fuor d’acqua.
Quel che giunge sulle nostre mense imbandite, quel che ci nutre, il cibo che quotidianamente mangiamo, che viene a far parte del nostro corpo e ci dà forza, dinamicità, e si trasforma in gesti, ebbene quel cibo non sappiamo da dove viene. Così come i vestiti che indossiamo, che vengono a far parte della nostra figura, con cui sposiamo la nostra immagine; ebbene, di quella seconda pelle non sappiamo più la provenienza -forse da paesi lontani, che cerchiamo di scoprire leggendo i contenuti di etichette sibilline, invisibili, a volte riempite da sigle incomprensibili.
Tutto quel che ci appartiene intimamente non è opera della nostra comunità.
Appartenere a una comunità significa decidere tutti insieme del nostro presente a partire dalla ricerca del cibo, attività primaria, e dell’abito con cui coprirci, a difesa delle intemperie: quanto di più sacro ed essenziale pertiene a una comunità.
Il cibo è sacro, in quanto finisce per appartenerci e per diventare parte di noi. Dobbiamo coltivare la terra, vivere delle sue stagioni, assecondarla e lottare con lei per ottenerne i frutti che potranno regalarci la gioia e il dolore del mondo, dell’intera mondanità che il Dio Creatore ha messo a nostra disposizione. Il cibo è puro se vien fatto con le nostre mani nella nostra terra, se il rispetto delle mani è tale da poter ottenere il giusto, ovvero ciò che sarà il colore, il gusto delle nostre bocche, per sfamarci. Coltivare è un atto sacro e sapiente, che reca un ordine nel mondo, al quale occorre obbedire.
La veste che indossiamo per chissà quale ragione -se un giorno eravamo nudi significa che eravamo perfetti, una sola ed una sola parte con la natura a cui ci sentivamo così uniti da poter assorbirne l’aria con la pelle, da poter assorbire il sole nei pori, fino alle viscere; poi l’uomo si è indebolito, ha avuto paura della natura, qualcosa deve essere accaduto. L’uomo è debole, e incerto. Sui suoi passi regnano l’incomprensione e il regno della ragione. Così il ricorso alla veste, il ricorso al riparo dal caldo, dal freddo, dalla pioggia. Questi abiti venivano confezionati in fogge esclusive e indossati per presentarci in qualità di sodali di una particolare  e ben individuata comunità. La comunità diventava allora la nostra nuova natura; si inaugurava l’età dell’homo sapiens, l’uomo si avviava a creare ciò che mai nessun essere era riuscito a innalzare come tempio di sé: la cultura, la storia.
Oggi il cibo e i vestiti non sono più nostri, non appartengono alla nostra comunità.
In questi ultimi anni ci hanno tolto la terra da sotto ai piedi.
La terra non è più nostra!
Non siamo parti più di una comunità, ma singoli che vivono come frammenti di un’unità scomposta, senza luogo.
Siamo parti disperse, nessuno divide con noi il concetto sacrale della comunità.
Niente ci è più comune.
Ci è difficile comunicare, la solitudine metropolitana si è fatta solitudine casalinga, gli uomini sono soli nelle loro case, non hanno più abiti loro, non hanno più cibi della loro terra. Sono esautorati di tutto, sono stati spodestati dal centro che era sacro, il Centro Sacro della Comunità.
Il consumatore è, nel mondo globalizzato, colui a cui è stata tolta ogni parte sacra. L’uomo desacralizzato è soltanto pura materia. Operaio senza opera, cittadino senza città, schiavo senza padrone, libero senza libertà.
Se l’uomo perde il concetto di sacro è votato alla perdita del senso. Io mi sento privo di tutto, perché privato della comunità. La crisi non è economica, è, prima di tutto, crisi di una cultura a cui sono state estirpate le radici. Il sacro, la propria unità. Non dovevamo festeggiare i 150 anni della nostra Unità, ma caso mai la fine dell’unità, per poi fuggire via, uno alla volta, da un luogo che non ci appartiene più: come sta accadendo, realmente. Siamo tutti in fuga, dal nostro centro, dalla comunità che non c’è più. Dalla sacralità che non c’è più. Siamo perduti e perdenti.

(Ascoltando la Sinfonia n. 3 di Henry Mikolaj Gorecki)

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One thought on “IL MIO DISAGIO

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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