I PEGGIORI di CHIARA ZACCARDI – ESORDIO NARRATIVO DI UN TALENTO


A giugno in libreria “I peggiori” di Chiara Zaccardi, esordio narrativo di un giovane talento, di cui anticipiamo per i nostri  lettori più affezionati, un capitolo. Il libro sarà presentato in anteprima nazionale a Torino il 28 maggio.

POLLYANNA
Polly è in bilico. Sta cercando di fare due cose in una volta e nessuna le viene bene. È seduta sul davanzale della finestra, con il viso rivolto verso la luce del primo pomeriggio. Vuole abbronzarsi. Ma abbronzarsi è una cosa noiosa, e lei non ce la fa a cuocere per ore immobile su una sdraio o un lettino. L’ultima volta che ci ha provato si è addormentata, e quando Lola, la domestica, l’ha svegliata, la sua pelle chiara si era già bruciata come uno spiedino su un barbecue.
Vuole anche dipingere, ma nella sua scomoda posizione non è facile. Si arrotola i pantaloncini di jeans più su sulle cosce bianche, e la tela le scivola dalle gambe, puntando dritta verso il giardino, due piani più sotto. Polly la riagguanta per un angolo e torna a posizionarsela sulle ginocchia.
La sua Chrysler riluce davanti al cancello di casa. Ha quasi finito di disegnarla, e le è venuto un gran mal di collo, a forza di guardarla di sbieco dall’alto, eppure non è soddisfatta del risultato.
«La macchina è fantastica, ma più che un quadro, questo sembra la pubblicità di un concessionario» riflette, indecisa sul contorno.
La sua auto le piace un sacco: in origine, quando un anno prima sua madre gliel’aveva regalata, era di un anonimo color bianco panna e lei, invece di usarla, l’aveva chiusa in garage per una settimana, lavorandoci giorno e notte. Ha riprodotto e mischiato sulla carrozzeria particolari di opere famose, completando il tutto con la scritta “art on the street” sulla fiancata. È venuta talmente bene che ora, quando arriva a scuola, tutti la riconoscono.
Sulla tela vuole creare un’ambientazione particolare a fare da sfondo alla sua creazione, ma le vengono in mente solo cose banali come la Route 66 o scenari spaziali.
Sudare sotto il sole non la aiuta a concentrarsi. Ha bisogno di una pausa. Con un salto scende dal davanzale, atterra sul letto e lascia il disegno per terra ad asciugarsi. Fa partire dallo stereo La grotta di Fingal di Mendelssohn e si siede alla scrivania, adocchiando il suo ultimo acquisto con interesse.
«Straordinariamente precoce, Picasso esordì a sedici anni, dopo un breve periodo di studi nelle accademie di Barcellona e Madrid, con opere vigorosamente realistiche…» legge Polly dal libro ancora mezzo incellofanato «…Ecco, lo sapevo! Rispetto a lui sono già in ritardo di un anno, e non sono ancora mai stata in Europa!»
Scova una freccetta dal mucchio di fogli e matite sulla scrivania:
«Maledizione!»  esclama  con  disappunto,  lanciandola  contro  il bersaglio appeso alla porta della stanza, proprio nel momento in cui sua madre l’apre.
«Uah!» la signora Patter abbassa la testa e la freccetta le sfiora i capelli, andando a perdersi nel corridoio alle sue spalle.
«Scusa, ma’» sbuffa Polly, tornando a concentrarsi sul libro.
«Pollyanna, cosa stai facendo?»
«Studio».
«Davvero, cara? La scuola ha mandato una lettera in cui c’è scritto che i tuoi voti nell’ultimo trimestre sono molto calati» la mamma rimane sulla porta, alzando la busta che tiene in mano per dare maggiore enfasi alle sue parole.
«Infatti sto cercando di recuperare».
«Alcune insegnanti lamentano il fatto che non hai nemmeno i quaderni necessari. Com’è possibile? Ti ho dato soldi più volte per comprarli».
«A volte li dimentico a casa. Tutto qui» bofonchia la ragazza, strappando dalla copertina del volume che ha davanti gli ultimi residui di cellophane per nasconderli nel pugno.
La signora Patter si avvicina alla scrivania della figlia e nota la fotografia della Natura morta verde.
«Non è in arte che devi recuperare, lo sai. Perché non ti dedichi un po’ alla geografia, alla matematica o alla biologia?»
«Va  bene,  mamma»  Polly  alza  sulla  madre  occhi  di  fuoco
«Cominciamo dalla geografia. Perché non mi permetti di andare a Londra, così potrò prendere il massimo nel prossimo compito sull’Inghilterra?»
«Pollyanna, ne abbiamo già parlato e ti prego di non chiedermelo più devi prima finire il liceo. Questi viaggi-studio ti farebbero perdere troppi giorni di lezione, è meglio rimandarli a quando sarai diplomata».
«Non me ne importa un accidenti delle lezioni, le lezioni servono alle persone che non sanno cosa vogliono fare nella vita, mentre io lo so. Voglio dipingere. Perché ti riesce così difficile capirlo? A Londra, tra un mese, si terrà un importantissimo seminario interattivo sulla pittura astratta contemporanea».
«Cara, sai quante migliaia di persone hanno o hanno avuto le tue stesse ambizioni? Tu leggi di persone famose, come Picasso, Dalì o Monet, e ti sembra tutto facile. Ma non è così, potresti restare delusa o non raggiungere i tuoi scopi. E a quel punto come vivresti? Devi tenerti aperte più strade, in modo da poter fare qualcos’altro se il tuo sogno non si realizzasse».
«Grazie mille per l’incoraggiamento».
«Ti sto solo esortando ad essere più assennata e responsabile».
«Ah, quindi tu eri assennata e responsabile quando a diciotto anni sei scappata di casa per andare a vivere con un produttore che tipermettesse di lavorare come attrice?»
«Io ero povera, Pollyanna, e non avevo comunque molte altre alternative. Sono stata incosciente e ho avuto fortuna. Il mio è stato un colpo di testa andato a buon fine, ma non permetterei mai a mia figlia di fare la stessa cosa. Esistono soluzioni più sicure e meno pericolose».
«La verità è che tu hai solo paura che diventi come papà!» sbotta Polly, stizzita dalla predica.
«Adesso non essere maleducata, Pollyanna. Pensa positivo: con una maggiore cultura apprezzerai di più le bellezze dei tuoi prossimi viaggi».
«Anche tu pensa positivo: quando scapperò di casa perché troppo stanca delle tue scuse potrai comunque essere fiera del fatto che ho seguito le tue orme!»
«Vedi di comprare il materiale scolastico, Pollyanna, o non avrai più nemmeno un centesimo per il resto» conclude la signora Patter con un’occhiata eloquente al libro su Picasso. Esce dalla camera chiudendo la porta e Polly ci lancia contro un pennello.
Passa il dito sulla fotografia di Guernica, poi richiude il libro con un colpo sordo.
«Nelle  biografie  nessuno  parla  mai  dei  rapporti  tra  artisti  e famigliari…» pensa «Eppure sarebbe interessante sapere se anche
i grandi abbiano avuto gli stessi problemi di noi comuni mortali…
Chissà, magari anche la madre di Picasso era ottusa come la mia…»
Pabliuccio sii realista, non diventerai mai nessuno con quei pochi colorini che usi…
Mamma sta’ zitta, sono nel mio periodo rosa…
Ma Pabliuccio caro, non credi che il rosa sia un colore un po’ troppo
femminile? Non vorrei che poi la gente pensasse male…Dove hai messo i soldi che ti ho dato per comprarti la tavolozza?
Li ho spesi per farmi di crack e raggiungere l’ispirazione.
E questa tela confusa cosa rappresenta, figlio mio caruccio?
Ufficialmente il bombardamento su Guernica, ma in realtà sono io che
cerco di trattenermi dallo sgozzarti, mammina!
«No» riflette Polly dopo un momento «Sono sicura che la madre di Pabliuccio fosse più comprensiva della mia… E lui più elegante». Tutto ciò non cambia la situazione: non reggerà un altro anno alla noiosissima Kennedy High School. E siccome non conosce nessun pezzo grosso disposto a finanziare il suo tour artistico, non le resta che una cosa da fare: vendere.
Srotola i pantaloncini, riportandoli alla loro lunghezza originale,
sotto il ginocchio, infila un paio di vecchie Nike, il berretto da baseball
di suo padre e prende dall’armadio una grossa cartella gialla. Scende le scale in silenzio, per evitare nuove ramanzine, e sguscia fuori.
Ecco un’altra cosa che le piace della sua macchina: ha il tetto apribile, cosa che facilita enormemente l’operazione di buttare lacartella sul sedile posteriore. S’immette in quella che lei chiama Volgar Street, per le stupide sfilate dei ricchi davanti ai negozi più costosi della città, e pensa al luogo migliore in cui avviare i suoi affari. Non che ci voglia una grande riflessione, Cles è una piccola città costiera della California del sud con poche alternative.
Esclude il Viale degli Artisti per la troppa concorrenza e la poca attenzione  dei  visitatori:  di  giorno  il  Viale  è  la  meta  preferita degli skater, dei pattinatori, dei surfisti, degli amanti della corsa e dei  maniaci  dell’abbronzatura,  perché  conduce  direttamente alla spiaggia. È bello passarci in macchina ascoltando i Good Charlotte, ma non fermarsi per sistemarvi palchetti e cavalletti, che i ragazzetti sfreccianti possono facilmente travolgere. O sfottere. Lì fanno fortuna soltanto gli artisti di break dance e i giocolieri di strada, perché eseguono qualche numero e se ne vanno; chi vuole esporre qualcosa deve reggere ore sotto al sole e viene costantemente ignorato in favore di un carretto dei gelati o delle bibite. Di sera i caricaturisti o i ritrattisti riescono a tirare su qualche soldo con i turisti che passeggiano, ma quello non è il suo stile: è troppo timida per riuscire a scrutare il viso di qualcuno per mezz’ora, mentre un gruppetto di curiosi si ferma alle sue spalle e giudica il suo lavoro. Soprattutto, trova  sia  i  ritratti sia  le  caricature  rappresentazioni troppo banali delle persone, che ama più riprendere di sorpresa o in pose grottesche e un po’ folli.
Esclude anche l’Austin Park, su a Roosevelt Street: tranquillo e pulito, la domenica è l’ideale per le famiglie che vogliono fare un pic- nic o per i ragazzi desiderosi di studiare e rilassarsi all’aria aperta, ma durante la settimana è popolato esclusivamente da impiegati frettolosi e da vecchietti con il cane, a cui non interessano le storie di giovani squattrinati.
Lascia perdere la stazione degli autobus e le fermate della metropolitana: troppo sporche, troppi individui loschi. Sono come la zona industriale: ci transita una marea di gente, ma nessuno si ferma più del tempo strettamente necessario, per evitare che il degrado circostante si attacchi alla pelle come una zecca fastidiosa.
Svolta in Gardenia Avenue e decide per il centro commerciale: si chiama Cinque Stelle, nome che fa facilmente pensare ad un albergo di lusso; invece è un impianto di centoventicinque negozi e quattordici sale cinematografiche, su tre piani, aperto 24 ore su 24. È una costruzione molto moderna, tutta specchi, vetrate e fontane, ed è anche il luogo più frequentato dei dintorni, da persone di ogni età.
Polly riesce a parcheggiare a circa due miglia dall’entrata, in mezzo ad una distesa di auto che luccicano sotto il sole aspettando che i loro proprietari finiscano lo shopping o la spesa, mentre tante altre vagano alla ricerca di un posto libero. C’è un ampio spiazzo davanti alle porte a vetri del Cinque Stelle, dove la gente sosta per fumare, per distribuire volantini o per fare quattro chiacchiere, e Polly sceglie di allestire la sua vetrina artistica davanti ad un’aiuola colorata. Sistema le tele e i disegni per terra, sopra un grosso telo bianco che usa a casa per non sporcare il pavimento, poi si siede sul muretto che circonda l’aiuola, in attesa di possibili clienti. Non espone i prezzi nella speranza che qualcuno, attratto dai suoi lavori, si avvicini per chiederle informazioni.
Cerca di ricordare come passano il tempo quelli che stanno sul Viale degli Artisti. Chiacchierano con chi passa? No, lei non vuole essere considerata una rompiscatole. Leggono? Non si è portata niente, nemmeno il libro su Picasso, che le avrebbe donato un’aria intellettuale e professionale. Accidenti. Fumano? Non è abituata. A parte osservare le persone che le passano intorno, senza degnarla di uno sguardo, che cosa può fare? Guarda l’orologio: sono trascorsi appena cinque minuti.«Cavolo, che noia mortale… Chissà come se la cavava Picasso in    momenti    come    questo?»    pensa,    mordendosi    un’unghia
«Probabilmente cercava idee per i suoi prossimi capolavori…» alza la testa «Forse se mi metto a disegnare attirerò di più l’attenzione». Prende dal fondo della cartella il suo album da disegno e una matita.  Niente  banalità  come  ritratti pietosi  di  poveri  vecchietti con in mano gli sconti per l’acqua minerale. Un’artista non deve solo guardare, deve vedere l’anima che c’è dietro, perciò Polly si
concentra sui particolari: il bordo di una maglietta, un collo coperto da un foulard, occhi velati dalle lenti degli occhiali da sole, scarpe consunte sull’asfalto, monetine cadute a terra, una bocca rosso fuoco piegata all’ingiù, pantaloncini striminziti, un piercing all’ombelico… Scrutando i clienti del centro commerciale ruba parti del loro corpo, senza essere notata, e li racchiude sulla carta, rappresentandoli tutti insieme, senza una logica, seguendo un andamento a spirale che mostra quei particolari staccati come un’unica scia spumeggiante, le  cui  dimensioni  vanno  riducendosi  man  mano  che  i  cerchi  si restringono verso il centro del foglio.
«Scusa, tesorino!»
Un’esclamazione fa sobbalzare Polly, e la matita le scivola dalla mano, cadendo a terra con un tic tic tic. La ragazza alza la testa e vede una signora con uno sgargiante tailleur color salmone sorriderle con impazienza, mostrando i denti sporchi di rossetto.
«Buongiorno!»
Polly appoggia l’album sul muretto e salta in piedi. Una cliente! La prima cliente!
«In che cosa posso esserle utile?»
«Ho visto che qui hai delle cosine carine, tesorino» squittisce la donna dando un’occhiata generale per terra «Hai mica un po’ di frutta, per caso?»
«Un po’ di… cosa?»
«Ma sì, uno di quei quadri con la frutta nel cestino… Sai, piacciono tanto a mia sorella, ma nei negozi costano un occhio della testa!»
«Intende una natura morta?»
«Sì, brava tesorino, soprattutto pere e ciliegie… lei va matta per le pere…»
«Ho una cosa di questo tipo…» si sposta di lato e solleva dal telo un piccolo quadro raffigurante una ciotola trasparente su un tavolo, piena di frutta marcia fatta a pezzi, che ha ironicamente intitolato Macedonia. Esprime abbastanza chiaramente il suo odio per le nature morte.
La signora si avvicina alla tela fino a sfiorarla con il naso: «Qui non vedo pere. Non hai qualcosa con le pere?»
«Beh no, però ho tanti altri soggetti interes…»
«Oh no, no, non posso spendere per altre inezie… Grazie lo stesso!»
la donna si volta e se ne va senza aspettare risposta, traballando sui tacchi rosa.
Polly resta per un attimo a fissare lo spazio rimasto vuoto davanti a lei. Qualcosa con le pere?
Qualcosa con le pere?!
Deve ricordarsi di scrivere al governatore e chiedergli di abbassare gli standard per il manicomio.
«Eehi, Patter!» una voce acuta la fa smettere di boccheggiare.
Riprende il controllo sulla sua indignazione (…).

© Edizioni Noubs. Riproduzione vietata.
«Che fai con tutta questa roba? Hai deciso di emigrare?» una tipa alta, con un enorme seno sporgente strizzato in un micro top e un paio di shorts inesistenti, si ferma davanti a lei. Melissa Boots. La Pamela Anderson della scuola. Quella a cui tutti i maschi sbavano dietro. Quella il cui cervello è inversamente proporzionale al davanzale. Polly  si  trattiene  dal  gridare  dietro  alla  signora  Salmone  che se vuole ancora due pere giganti ora sono disponibili. Sente una risatina e nota che la Boots è accompagnata da Barbara Leroy, meglio conosciuta come Bocca Larga.
«Ciao…» fa, sperando che si tolgano di torno in fretta e la lascino in pace.
«Vuoi venire a fare compere con noi?» le chiede invece Melissa, in tono sorprendentemente gentile.  «No, non posso, grazie, ho da fare ora…» risponde Polly, stupita dall’offerta. Di solito non permettono a nessuno di avvicinarsi al loro esclusivo gruppetto. Ma forse è un gruppetto di lesbiche.
«Ohh, che peccato!» Melissa scoppia a ridere «Avresti proprio bisogno di qualche vestito decente! Ti avevamo scambiato per una squatter!»
Polly rimane impalata a fissarle, senza proferire suono.
«Ehi bambola, consolati!» interviene Barbara «Anche se fossi una strafiga non venderesti mai quelle schifezze!»
«Magari però potrebbe vendere qualcos’altro!» Melissa prende a braccetto l’amica e le due entrano nel centro commerciale, ridendo sguaiatamente. Polly  si  accascia  sul  muretto dell’aiuola,  rischiando  di  sedersi sull’album aperto. Si chiede perché al mondo esistano persone tanto odiose. Si chiede perché le tette della Boots non la facciano cadere in avanti, così da spaccarsi il naso. Completa il disegno con un naso rotto e lo intitola Caos al centro commerciale. Vorrebbe mettere Caos e stronze al centro commerciale, ma
non è degno di una professionista con un minimo di educazione. Lei non si abbasserà mai a certi, sboccatissimi, livelli. Si mette a calcolare quanto tempo può restare lì prima che Melissa e Barbara finiscano il loro giro di abiti pornografici e tornino fuori.
Si  sente  sporca  e  sudata  e  non  ha  ancora  guadagnato  un centesimo.
«All’inferno  Picasso  e  tutte  le  biografie  di  pittori  famosi» pensa   «Perché   nessuno   specifica   quanto   dura   il   periodo dell’incomprensione?  Quante  umiliazioni  bisogna  subire  prima di diventare abbastanza ricchi e famosi da far crepare d’invidia le tizie che ti fanno sentire una cacca?»
Le viene in mente Van Gogh. È morto pazzo e povero. Cacchio.
«È questa la fine che mi aspetta? Una vita deprimente e una morte rassegnata?» si chiede.
Poi si rinfranca: «No. Sicuramente prima ucciderò la Boots».
Chiude gli occhi e sbadiglia, un po’ intontita dall’afa anomala del pomeriggio. È solo marzo, e se continua così, la città si scioglierà entro luglio.
Una mano le tocca la spalla: «Signorina?» fa una voce maschile.
Polly si volta. Un uomo con una divisa bianca e nera la fissa, accigliato.
«È autorizzata a stare qui?» le domanda la guardia del centro commerciale.
«Mmm… credo di sì…» farfuglia Polly, confusa.
«Allora mi faccia vedere il permesso del direttore».
«Come, prego?»
«Per esporre i suoi lavori nello spazio del Cinque Stelle deve essere stata autorizzata dal signor Strumbord, il direttore del centro commerciale».
«Ohh, ma ceerto!» dice Polly con finta convinzione «Sì, ho richiesto
il permesso, ma il signor Trumbett era occupato e ha detto che me lo farà avere prossimamente! Era perfettamente d’accordo che stessi qua, ma sa come sono i direttori, sempre super impegnati…»
«Ho capito» risponde l’agente.
«La ringrazio, lei è davvero…»
«Finché non avrà il permesso non potrà esporre niente. Le chiedo
di raccogliere le sue cose e mostrarle altrove».
«Eh? Io… io… credevo…»
«Spiacente,  sono  le  regole.  Se  non  le  rispetta sarò  costretto a chiamare la polizia».
«Grazie mille. La sua disponibilità mi commuove» stizzita, Polly raccoglie le tele, l’album, i disegni e il telo posati a terra davanti agli occhi vigili della guardia, sentendosi proprio come ha detto Melissa Boots: una poveraccia, cacciata via dai luoghi frequentati dalla gente perbene. La sfiga gode nel perseguitarla.
Cercando di mantenere un residuo di dignità ripone tutto nella
grossa cartella che ha portato da casa, la chiude e lascia lo spiazzo del centro commerciale senza dire una parola. Torna alla macchina, esce dal parcheggio e pensa a cosa fare.
Non è più nello spirito giusto per provare a vendere da un’altra
parte e non ha imparato granché sul commercio durante la sua breve permanenza al Cinque Stelle, a parte qualcosa che sapeva già: la gente non ha nessun motivo per essere gentile con te se non hai o non le dai quello che vuole. Come un quadro con le pere o un permesso del signor Trombett. Non può nemmeno fare compere senza soldi e non si è portata il costume per andare in spiaggia. Passa davanti alla Kennedy, la sua scuola: potrebbe dare lezioni di disegno a pagamento. Nelle bacheche ci sono sempre un sacco di annunci spazzatura su riunioni e avvisi… Ne scriverà uno anche lei, coloratissimo e facilmente individuabile.
«Potrei dare ripetizioni a chi va male in arte e insegnare altre cose
a chi ha l’hobby della pittura o vuole imparare qualcosa di nuovo…» riflette, voltando in Ocean Avenue, verso casa «… Facendomi pagare in base alle ore… Non troppo però, perché non sono diplomata… Ci dev’essere qualcuno fra cinquecento studenti a cui piace dipingere! E poi potrei sempre estendere l’annuncio anche ad altre scuole…» Sarebbe  bello  condividere  con  qualcuno  la  propria  passione. La collaborazione con allievi motivati stimolerebbe nuove idee e progetti. Si ferma nel vialetto di casa leggermente rinfrancata: vuole correre in camera e mettersi al lavoro al computer. Pur preferendo i metodi di rappresentazione classici è brava anche nella grafica creativa, tecnica che ultimamente riscuote successo in molti concorsi d’arte moderna. Se usata nel modo giusto può creare effetti grandiosi. Anche il suo annuncio sarà grandioso, tanto per dimostrare subito che con un’insegnante come lei il denaro sarebbe ben speso.
«So già chi sarebbe il mio allievo ideale… E non solo per la pittura…»
Sta per lanciarsi in uno dei suoi soliti sogni ad occhi aperti su Lake Pierce, il ragazzo più divino del liceo, della città e dell’intero universo, ma fa l’errore di richiudere la porta, dopo essere entrata, con un sonoro calcio, che sua madre ha imparato ad intercettare da miglia di distanza.
«Non dovevi studiare? Dove sei stata?» la signora Patter si affaccia dal ballatoio delle scale, al primo piano, e guarda in basso verso la figlia.
«Tesoro, non essere così severa» il padre esce dal suo studio e si avvicina alla moglie «Ci vuole anche un po’ di svago oltre allo studio» dice, osservando Polly salire le scale «Non è vero, puffetta?» le scompiglia i capelli mentre Polly passa in mezzo a loro per dirigersi nella sua stanza, senza prestare attenzione a nessuno dei due.
«Oh, Perry, non sono sicura che il permissivismo sia una buona cosa…»
Polly lascia i genitori a discutere nel corridoio e prosegue fino al secondo piano. Nella sua camera riapre la cartella e sistema i suoi lavori ai piedi dell’armadio, tranne l’ultimo disegno, che posa sul tavolo, accanto a lei: ci tornerà sopra, per rifinirlo e colorarlo, dopo essersi occupata dell’annuncio. Vuole stampare qualche copia in serata per poi appenderla l’indomani mattina a scuola, e magari fare un giro in altri istituti.
Suo padre, che evidentemente deve essere riuscito a liberarsi della moglie, entra dimenticandosi come sempre di bussare.
«Ti disturbo, puffetta?» Polly mugugna un indefinito “uhmm” e non si prende neanche la briga di fingere di fare i compiti: accende il computer. «Ehi, che cos’è questo?» il genitore vede l’album aperto, di fianco a lei, e si china per esaminarlo «L’hai fatto oggi?»
«Non è finito…» risponde la ragazza distrattamente, immettendo una password sullo schermo.
«Non importa, è già molto bello!» esclama, entusiasta «Che nome pensavi di dargli?» Polly ruota sulla sedia e alza la testa per guardare il padre in faccia: «Avanti papà, dimmi che cosa vuoi». «Oh sì, che sbadato, ero venuto a farti una proposta bellissima!»
il signor Patter sorride «Ti piacerebbe aiutarmi ad allestire la mia
prossima mostra?» «E dove la terrai questa volta? Nella sala ricreativa della chiesa?»
«No, no, no, ho pensato ad un luogo più pratico per dare alle opere maggiore visibilità. Pensa, verrà allestito uno spazio apposito al centro commerciale!» Polly si tasta la schiena, per assicurarsi che la pugnalata che ha appena ricevuto sia solo morale e non materiale.
«Hai convinto il direttore ad esporre la tua roba dentro il Cinque Stelle?» chiede, scettica.
«Esattamente! Non è fantastico?»
«È stata la mamma a pagare?» «Sì, la mamma mi ha dato una mano, e vorrei che anche tu mi appoggiassi…»
Il pugnale si rigira nella schiena di Polly, affondando sempre di più. Sua madre ha finanziato un’altra delle strabilianti idee di suo padre. Non è disposta a spendere soldi per mandarla a Londra, ma se si tratta di dare fiducia al povero Perry può arrivare a sborsare una fortuna. Una fortuna destinata all’uomo che mezz’ora prima ha dato ordine di umiliarla e di cacciarla dal suo inutilissimo spiazzo.
«Scommetto che stavolta nessuna guardia chiederà a mio padre un’autorizzazione. Anzi, probabilmente sentirà profumo di dollari e lo inviterà a cena!» si dice. «Allora puffetta, ti va? Il tuo contributo mi sarebbe prezioso!» suo padre la distrae.
«Quanti lavori hai pronti?»
«Ne ho radunati quattro!» «Quattro?» Polly lo guarda di traverso «In questo caso non ti serve il mio aiuto per trasportarli fino al Cinque Stelle, puoi farcela benissimo da solo…» risponde, chiedendosi se la parola mostra sia appropriata per quattro miseri quadri. «Non importa, è già molto bello!» esclama, entusiasta «Che nome pensavi di dargli?»  Polly ruota sulla sedia e alza la testa per guardare il padre in faccia: «Avanti papà, dimmi che cosa vuoi». «Oh sì, che sbadato, ero venuto a farti una proposta bellissima!» il signor Patter sorride «Ti piacerebbe aiutarmi ad allestire la mia prossima mostra?»
«E dove la terrai questa volta? Nella sala ricreativa della chiesa?»
«No, no, no, ho pensato ad un luogo più pratico per dare alle opere maggiore visibilità. Pensa, verrà allestito uno spazio apposito al centro commerciale!» Polly si tasta la schiena, per assicurarsi che la pugnalata che ha appena ricevuto sia solo morale e non materiale.
«Hai convinto il direttore ad esporre la tua roba dentro il Cinque Stelle?» chiede, scettica.
«Esattamente! Non è fantastico?»
«È stata la mamma a pagare?» «Sì, la mamma mi ha dato una mano, e vorrei che anche tu mi appoggiassi…»
Il pugnale si rigira nella schiena di Polly, affondando sempre di più. Sua madre ha finanziato un’altra delle strabilianti idee di suo padre. Non è disposta a spendere soldi per mandarla a Londra, ma se si tratta di dare fiducia al povero Perry può arrivare a sborsare una fortuna. Una fortuna destinata all’uomo che mezz’ora prima ha dato ordine di umiliarla e di cacciarla dal suo inutilissimo spiazzo.
«Scommetto che stavolta nessuna guardia chiederà a mio padre un’autorizzazione. Anzi, probabilmente sentirà profumo di dollari e lo inviterà a cena!» si dice.  «Allora puffetta, ti va? Il tuo contributo mi sarebbe prezioso!» suo padre la distrae.
«Quanti lavori hai pronti?»
«Ne ho radunati quattro!»
«Quattro?» Polly lo guarda di traverso «In questo caso non ti serve il mio aiuto per trasportarli fino al Cinque Stelle, puoi farcela benissimo da solo…» risponde, chiedendosi se la parola mostra sia appropriata per quattro miseri quadri.
Sceglie il Garden Park per due buone ragioni: la prima è che vanta la presenza del miglior baracchino di hot dog di tutto lo Stato; la seconda è che il Garden si trova praticamente di fronte alla villa del ragazzo dei suoi sogni, e piazzandosi lì vicino avrà maggiori possibilità di incontrarlo “per caso”.
Non che loro due siano amici. Lui non la conosce nemmeno, e lei non ha mai avuto il coraggio di presentarsi, ma vederlo è comunque una scossa di adrenalina. O almeno una bella consolazione.

Seduta per terra con la schiena appoggiata ad un albero, insieme al primo panino del pomeriggio, Polly si chiede che cosa stia facendo in quel momento Lake Pierce.

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One thought on “I PEGGIORI di CHIARA ZACCARDI – ESORDIO NARRATIVO DI UN TALENTO

  1. Leo ha detto:

    Verso la fine c’è una parte ripetuta e conseguentemente una mancante.
    Lettura leggera e scorrevole.

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