WALTER SITI MAGISTER, di Federica D’Amato


Brevi note di lettura di Federica D’Amato, sul grande scrittore Walter Siti, in questi giorni in libreria con il suo nuovo romanzo, Resistere non serve a niente, Rizzoli 2012.

Walter Siti magister

di Federica D’Amato

Nell’andare in libreria c’è da soffrire.

In quell’improbabile pellegrinaggio larvale delle nostre anime su facebook, twitter et alii, c’è anche da star peggio: chi ti molesta in libreria con romanzi privi d’ogni decenza escatologica, in rete pompa decadenza. Per non parlare di coloro che essendo ubiqui sui blog letterari, si considerano scrittori, e vai a vedere al massimo hanno partecipato a qualche antologia. O gli esordienti delle grandi case editrici che si improvvisano critici letterari sui quotidiani del casato? Con un bagaglio culturale che può vantare tutta la letteratura dagli anni ’90 sino ad oggi, imbastiscono faide contro il sistema che li nutre, consumandoli.

Dunque, il Male. O l’indifferenza assoluta?

La seconda. Lo fa intuire Walter Siti, non con Resistere non serve a niente (Rizzoli, 2012) – la cui lettura sospiro da giorni, timorosa ma spietata ché lì dentro vi sia un risposta fatale. No. Lo fa con uno scritto occasionale che prepara, soffre le lascive brutalità del contemporaneo: nelle risposte al Questionario Moraviano, proposto da Nuovi Argomenti, n°40, serie quinta del Settembre/Ottobre 2007, omaggio a Moravia ad un secolo dalla nascita.

Alla domanda se abbia senso oggi parlare di impegno di uno scrittore, Siti secca gli entusiasmi, affermando “non riesco a pensare alla letteratura se non come a una forma di impegno”. E’ impegnato lo scrittore, anche il più valoroso, che oggidì informa il regime di realtà della letteratura? No, col danno irreparabile che “il più valoroso” non scrive più, ha abdicato silenzioso per non perire, ha compreso che “resistere non serve a niente”. Perché? Ancora Siti “la letteratura ben pettinata, quella che porta scritto in fronte ‘letteratura’, quella che intrattiene e ci fa sentire fighi, è semplicemente prostituzione e non vale la pena di parlarne”. Mi sembra una ottima descrizione del fenomenico riportato ad incipit della presente lettura.

Proseguendo, nella vexata quaestio degli equilibri tra diritti privati e pubblici, Siti fulmineo: “intorno alla letteratura in quanto letteratura non si crea mai consenso. Chi esalta il libro di Saviano fino a farne un manifesto del PD, in realtà non parla del libro di Saviano ma della moda contenutistica che si è creata intorno ad esso”. In quest’aria pestifera e plastificata, dove respira quell’ “in quanto”? Se per ontogenesi è carsico il suo movimento, com’è possibile la scandalosa focalizzazione sul presente che attua? Soprattutto: in un’orgia di consenso plenario, nella prospettiva orizzontale e digitale dell’esperienza, può essere considerata democratizzante la funzione del “vero” scrittore? (considerate le premesse di inattualità).

E veniamo al rigor mortis dell’indifferente. Siti: “Mi pare interessante l’indifferenza culturale. In questo campo gli indifferenti sono, direi: 1) quelli che si credono intangibili (e intatti) dalla deprivazione di umanità che la tecnologia ha imposto a tutto il mondo occidentale; […] 3) quelli che si cullano nel beato possesso di un’eredità culturale ormai inefficace e minoritaria, ma che loro credono maggioritaria e vincente; […] 5) quelli che usano la satira per congratularsi con se stessi; 6) quelli che negano l’emergenza, o fingono di vederla ma hanno fiducia che il male si possa sconfiggere con gli strumenti della politica internazionale e dell’ingegneria giuslavoristica (applicata da altri) […]”. L’indifferenza, che è una scelta e non una stanchezza successiva al trauma1, fa più male del male, perché rende davvero inanimate pietra di paragone e pietra angolare. Rende privo di senso l’acume degli articulator, i “riformulatori” (pietra di paragone), ovvero di coloro che “hanno la funzione di mettere a fuoco ciò che più è significativo e, nel contempo, lo fanno rivivere sotto una veste nuova; rivelano un retroterra culturale che stabilisce quello che conta e che dà un senso a ciò che si fa”2, ed uccide con forza pesticida il nume dei “riconfiguratori” (la pietra angolare), coloro che “trasformano una cultura in modo così radicale che, per risultare comprensibili, non possono più basarsi su un linguaggio esistente e su pratiche condivise. Di conseguenza, spesso non vengono capiti dalla gente della loro stessa cultura […]”3.

Aggiungerei, alla lista di Siti, che indifferenti sono anche coloro che ignorano completamente una tradizione, nel nostro caso letteraria, e sulle sabbie mobili della letteratura “figa” stanno edificando un successo di vendite, ma anche un’opera di avvelenamento del lettore, di qualsiasi lettore. Vorrei chiedergli com’è possibile restare immobili, non resistere, restare a guardare tutte questi silfi che si fanno chiamare scrittori, in tale menzogna perpetrando un vero e proprio crimine contro “L’esperienza”. Questa corpo gelido…

Non vi è più alcuna differenza tra l’egocrazia politica e quella culturale: “[…] Se viene avanti un nuovo medioevo, io sono pronto”4.

Federica D’Amato

1ved. sul concetto di trauma, Mario Perniola e luigi Zoja.

2cit. p. 98, in Ogni cosa risplende, di H. Dreyfus e S. Dorrance Kelly, Einaudi, 2012

3Ibid., p. 98

4Resistere non serve a niente, Walter Siti, Rizzoli, 2012

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