Archivi giornalieri: 23 giugno 2012

GIACOMO D’ANGELO CRITICO SOPRAFFINO


Giacomo D’Angelo, uno degli studiosi abruzzesi più dotati di acribia filologica e di senso critico, ha dato alle stampe per Solfanelli in una collana di piccole preziose testimonianze, “Cantastorie della Rivoluzione”, un breve saggio in cui mette insieme tre personalità del mondo culturale che in parte sono state dimenticate o ostracizzate, si tratta del poeta turco Nazim Hikmet e di due scrittori che pure furono in qualche modo legate a lui (per le traduzioni dei testi): Velso Mucci e Joyce Lussu.

Joyce Lussu io ho avuto la fortuna di conoscerla. Mi apparve come persona aristocratica, intellettualmente superiore, generosa e affabile, comunicativa, aperta, una di quelle figure che avrebbero meritato maggiore attenzione (ma si sa, l’Italia è un paese decisamente e strettamente elitario, di piccoli e riservati circoli, di miopi accademie, di gruppi legati da patti quasi massonici nell’escludere personalità straordinarie e eccentriche, come è accaduto nel passato per Leopardi, ad esempio, o con Bufalino, in tempi più recenti). Ebbene, Joyce aveva capacità affabulatorie eccezionali, seduceva, incantava, e i temi che trattava nelle sue conferenze erano quelli che prendevano il cuore, dall’ambientalismo alla difesa delle tradizioni locali al riconoscimento delle minoranze, al rispetto delle donne, degli emarginati.

Nello scorrere le pagine del web, mi sono accorto che però questi nomi ci sono, e come. E allora, il problema dei nostri giorni non è più quello di ricordare, ma caso mai, di dimenticare. Ce la faranno gli uomini a dimenticare? Non so, certo che la storia ci cancellerà pian piano, e resteranno poche cose, magari i plagi, e il desiderio di ricordare che in un futuro non molto prossimo non avremo più.

“…Noi tutti così diversi,
noi tutti così uguali, possiamo forse aiutare a crescere
arbusti cespugli e boccioli
sparsi qua e là,
un giorno o l’altro ci daranno
fiori e frutti
per tutti
di mille forme e di mille colori.
Li raccoglieremo con grandi feste
In mazzi e ceste,
li appenderemo nei recinti
di etnie e di nazionalismi
artificiali
al posto delle armi micidiali
così care ai militari,
al posto di fasci di tratte e di cambiali,
così care agli usurai,
al posto di veleni globalizzati
che ci vendono ai supermercati
sostituendo alle chiusure
cancelli senza serrature.

Joyce Lussu

Ogni anno io muoio a novembre.
Che fatica risalire il pozzo profondo,
ritrovare le ragioni per vivere.

La vite si spoglia alla vigna,
ogni ramo si spegne di verde, ogni foglia.
Tutto ritorna nel grembo della madre
con lei si confonde.
La terra dei campi è di creta
non ci sono piu’ solchi di aratro.
Le siepi di more mostrano solo proterve le spine
nell’aria fumosa di autunno.
Che pena gli arbusti sfioriti.
Che pena le rose appassite dei miei balconi.
I gatti randagi cercano inquieti un rifugio.
Non c’è piu’ un grido di volo felice
nel nostro cielo solcato da nubi.
Il mio sonno è popolato da spettri…

Velso Mucci

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell’afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.

Nazim Hikmet

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TINO DI CICCO – IL POETA PIU’ AMATO


di Massimo Pamio

Tino Di Cicco è il poeta che amo di più, forse perché in lui mi specchio, e laddove io mi arresto –sulla soglia del nulla, nel pudico rifiuto del qui e del sempre- egli invece docilmente si spinge nel terreno della mistica, per accogliere e donarsi interamente, senza lasciare brandelli di umano all’esperienza della Gloria:

cari amici a rimproverarmi
la docilità come fosse una colpa

la porta che mi aspetta non si apre
se batto i pugni

la gioia del cielo ignora
ogni volere

La sua esperienza dell’umano è comunque la fonte a cui attinge per il suo cammino verso l’oltre, e questo cammino è intriso di un cauto progressivo meditato aprirsi:

qualche volta sono un albero
con le foglie serene verso il cielo
senza rancore per il vento

altre volte sono un uomo
e misuro il cielo con le mani
e dimentico di dimenticare

L’incidente dell’umano è un’opportunità unica, che coincide con la sua straordinaria qualità di essere nel mondo e di compiere il mondo; tutto questo pretende un cammino ulteriore, come se egli dovesse rendere conto di ciò che non può, come se gli fosse richiesto il motivo della sua originaria ferita, che spesso è un desiderio acceso, una passione, un’urgenza (di amore, di bellezza, di possesso) che però non rimandano al tutto ma sanciscono proprio quella mancanza:

a piene mani sta l’uomo
dentro le sue cose

è il cosiddetto mondo

la bellezza spalanca voragini
ma non sempre portano al cielo

E’ proprio in quella ferita che invece bisogna trovare il mondo, occorre un coraggio straordinario per negare se stessi, le proprie parole, il proprio nome e per nientificarsi, procedimento quasi impossibile, perché il mondo è scritto dappertutto e le parole sono il marchio indelebile che l’uomo stende su ogni elemento per mettere in scena il presente, l’esistente e per strutturarlo, per governarlo:

tutte queste cose qui
hanno un nome.
non le confonde la nebbia
non le cancella la notte

eppure come se esistesse
il cuore cerca l’oceano dove tu
non sei solamente tu.

dove finalmente io
sarò libero anche dal nome
che fu mio

La ricerca del passaggio verso l’ulteriore implica una disciplina che se si fa propria conduce spontaneamente verso l’oltre, senza l’uso della volontà:

qualcosa mi diventa libro
involontariamente

come un regalo, un peso
da trascinare fino alla parola.

se tu cerchi la luce
la luce avrai.

sta scritto

L’annullamento del proprio io e della propria volontà introducono al passaggio (dalla ferita alla piaga luminosa che ingloba tutto il mondo e tutto l’essere). la perfezione, dice Simone Weil, è impersonale.

come tu guardi il mondo
il mondo guarda te.
se nello specchio vedi solo
la rosa e il vento
hai trovato la fonte
sicura
del tuo smarrimento.

io quando il tempo
avrà consumato i suoi rumori
conoscerò finalmente il tarlo
che m’inchiodava al cielo.

sulla mia terra gli uomini
disperatamente cercano se stessi
e toccano così con mano
la fonte del dolore
sulla mia terra gli uomini
amorevolmente ignorano se stessi
e provano così nel cuore
il nulla della gioia

EN KAI PAN
acqua con l’acqua
nero con il nero
fuoco con il fuoco
perché tu possa un giorno
trovare finalmente in te
tutto quello che c’è

Il mistico ci rivela che laddove cercassimo Dio, quando lo incontreremo, non avremo più bisogno di Lui. E’ dunque sulla terra che nella nostra condizione di mortali lo cerchiamo, lo desideriamo. E’ qui nell’hic et nunc la nostra eternità, ma fuori dal tempo e dallo spazio non avremo più desideri. E allora non avremo più bisogno di Dio, la nostra ferita sarà per sempre richiusa:

tutto finisce
tutto ricomincia

dai balconi del tempo vedremo
amori e stagioni passare
come in sogno

e quando finalmente saremo solo mare
non avremo più bisogno di dio

Ma allora che cosa sarà stata la nostra esistenza? Per quale motivo saremmo vissuti? Perché questa parentesi assoluta e svincolata, quale mistero nascondeva il nostro passaggio? Ci rimarrà per sempre celato?
E qui ancora il Poeta, il grande Poeta sembra suggerirci una risposta, che è quella dell’Amore, del Dono e dell’assoluto valore della Vita:

quei mondi che talvolta appaiono
nella parola reticente
sono la dimora più alta
per l’uomo

appena un po’ più in là
l’amore che tutto ama
è
dio

 

 

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