Archivi giornalieri: 25 giugno 2012

PAOLO LAGAZZI “OTTO PICCOLI INCHINI”, lettura di Federica D’Amato


OTTO PICCOLI INCHINI, di Paolo Lagazzi e Daniela Tomerini, Albatros Edizioni, 2011

Una lettura, di Federica D’Amato

La cosiddetta forma breve nelle varie declinazioni dell’arte è una prova difficile, una formula magica: spesso modulata per fortunata vocazione, a volte raggiunta con la lima degli anni, essa rivela l’umano nella compressione della noce, scatena ere di senso per contrasto. Averla, praticarla, tentarla è quell’esercizio spirituale – del respiro, che imprime vigore al proprio artigianato, nel distillato di chissà quali diluvi verbali, tradisce nel tramite il sospetto di una iniziazione. A cosa? Alla vita. Da qui, dall’essenziale, muove il piccolo libro di Paolo Lagazzi e Daniela Tomerini, Otto piccoli inchini (Albatros 2011), una collezione di otto forme brevi perfette, assolutamente libere e giocose nei risvolti tematici, semplici gesti di magnanimità che attraverso il breviloquio spogliano il mondo, la vita, dal suo inutile dolore. Tutti conosciamo Lagazzi come uno dei maggiori critici letterari italiani, rigoroso e infaticabile intellettuale che ci ha donato attraverso i Meridiani ritratti indimenticabili dei poeti Attilio Bertolucci e Maria Luisa Spaziani, del critico Pietro Citati; qui, nello spazio di appena cinquantacinque pagine, offre “a pochi, pochissimi amici” un omaggio personale “alla forza sovrana e misteriosa delle parole”, ma soprattutto “allo spirito zen, un viaggio che non  mi ha mai portato lontano dal mio destino, quello di essere sempre e solo un essere piccolo (paulus), un dilettante e un principiante in tutto, ma che mi ha insegnato a credere nell’incredibile”. In questo viaggio, costellato di interessi eterogenei, rilevante è la stella fissa della meditazione Zen, iniziata nel lontano 1978 e mai abbandonata, prima sotto la guida del grande Taisen Deshimaru Roshie, in seguito dell’allievo, Fausto Taiten Guareschi, cui è dedicata la seconda parte del volumetto: questo cammino, questa “iniziazione”, è estremamente palpabile tanto alla presenza corporea di Paolo Lagazzi, quanto alla sua assenza sulla pagina, una marca di “quieta inquietudine” inscindibile tra la franca sostanza del suo sguardo e i suoi libri, la ricerca letteraria, umana.

Lo scenario dell’intera argomentazione è la Natura, l’essere umano che ragiona sui minimalia ponendosi nei panni dell’altrove, vero ed unico luogo dell’a-fenomenico zen; la prima parte del libro, sul quale si concentra la presente lettura, si chiama infatti Voci tra il fuoco e il gelo  e raccoglie in forma scritta gli interventi che Lagazzi fece, nell’Agosto 2010, a Fahrenheit: il compito era quello di “illustrare cinque parole a mia discrezione del vocabolario italiano: rileggerle, esplorarle, sondarne i significati”. E’ in questa sede che si apre la bellezza piana, composita del dettato, alternata dalla levità dei disegni di Daniela Tomerini, consorte di Lagazzi, virtuosa delle arti pittoriche, che completano l’imago della significazione nell’epifania impaginata dello sguardo. Rispetto, Poesia, Follia, Magia, Leggerezza sono le parole, di volta in volta trattate con l’urgenza del chiarificatore, dell’ordinatore di senso, di colui che scorge dietro la sacra scienza dell’etimologia, la chiave d’accesso al recupero di quella che fu l’alta lezione montaliana della decenza quotidiana. Certo Lagazzi ha parlato a se stesso, oltre che all’uditorio del noto programma radiofonico, ha riportato in quota il proprio assetto di volo, le sostanze che hanno informato la regione mitica dell’infanzia attraverso Magia & Leggerezza, poi i bacini sconfinati di tali implicazioni nell’età adulta, nella prova, nel patto con le origini attraverso Poesia, Rispetto & Follia. Sarebbe superfluo riportare esatta la grazia di queste pagine, se è giusto che solo nella lettura in prima persona s’invera il miracolo della vera presenza; vorrei solo soffermarmi sulle implicazioni della parola “Magia”. Scrive Lagazzi “Se è vero che la magia, come il sacro, è un elemento permanente della coscienza umana e non solo uno stadio superato della sua storia, è verso forme di magia bianca, di magia innocente, libera dall’armatura fantastica della Volontà di Potenza, che tendono le fantasie di molti fra noi […] Da ragazzo anch’io, per qualche anno, mi sono esibito come prestigiatore in coppia con mio fratello gemello Corrado. Questa esperienza è stata cruciale per me: ancora oggi penso al mondo scintillante dei prestigiatori come a una riserva importante di sogni, come a un teatro della leggerezza nel quale ci è possibile riposare la nostra anima sottraendola per un po’ alla logica del potere e del possesso, abbandonandoci allo spirito della gratuità come a un tappeto volante tessuto dalle fate”. Orbene, magia come afasia, abbandono, briglie sciolte dalla potenza della nominazione, collegamento fulmineo con l’archetipo del nostro Genius: leggerezza (non a caso “leggerezza” è la parola successiva, l’ultima della serie). A riguardo vi è un breve scritto di Giorgio Agamben, contenuto in Profanazioni (Nottetempo, 2005), che tratta proprio di “Magia e felicità”: “Benjamin ha detto una volta che la prima esperienza che il bambino ha del mondo non è che gli adulti sono più forti, ma la sua incapacità di magia” […] Ciò che possiamo raggiungere attraverso i nostri meriti e la nostra fatica non può, infatti, renderci veramente felici […] Per essere felici bisogna mettere dalla propria parte il genio nella bottiglia, tenersi in casa l’asino cacabaiocchi o la gallina dalle uova d’oro”. Lagazzi non accenna a tutto ciò? Non c’è da cogliere che un luminoso parallelo del sentire? Non vi è che da acquisire un fondamentale insegnamento? Quell’abbandonarsi allo spirito della gratuità è il Parsifal che sfinito entra nel non-luogo del Santo Graal, è “la creatura restituita all’inepresso”, ci dice Agamben: “La magia non è conoscenza dei nomi, ma gesto, smagamento dal nome […] Avere un nome è la colpa. La giustizia è senza nome, come la magia. Priva di nome, beata, la creatura bussa alla porta del paese dei maghi, che parlano solo coi gesti”.

Otto piccoli inchini, otto piccoli modi di respirare tra il prima e il dopo del reale.

Buona lettura.

 di Federica D’Amato

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“Berlusconi o il ’68 realizzato”, Mario Perniola, Mimesis 2011 – di Federica D’Amato


A seguire una lettura del bel libretto “Berlusconi o il ’68 realizzato”, del filosofo Mario Perniola, edito da Mimesis nel 2011 – a cura di Federica D’Amato

Questa lettura nasce da un libro e da una débat. Il libro è Berlusconi o il ’68 realizzato (Mimesis Edizioni, 2011), dal filosofo Mario Perniola, e dal dibattito che questo libercolo ha animato sulle pagine on-line della rivista Alfabeta, tra Francesco Berardi “Bifo” e lo stesso “pseudo-Perniola”, come lo appella ironicamente il primo. E’ facile intuire dal titolo che Perniola propone nel suo pamphlet una tesi ardita: Silvio Berlusconi ha realizzato gli ideali della cultura libertaria esplosa con il maggio francese, la sua politica ed il suo barbarico neoliberismo non sono altro che l’esito spontaneo, l’acme tutto italiano, della rottura che nel ’68 vide frangersi uno spartiacque mai più risanato tra l’esperienza reale di famiglia, studio, lavoro, cultura e la loro deregolamentazione. E qui s’adira Franco Berardi, scrivendo a riguardo: “Lo pseudo-Perniola dimentica che il ’68 voleva anzitutto la fine del capitalismo, (la fine del predominio del profitto sull’interesse sociale) e come sappiamo Berlusconi è andato in una direzione ben diversa. E non solo lui. Nella cultura del ‘68 […] i movimenti furono il luogo dell’ironia: dissociazione del discorso dall’esistente, moltiplicazione dei piani di possibilità, perenne fuga dal dogma. Quando essi mancarono il loro scopo – che era la liberazione dal capitalismo, dal suo dogmatismo e dalla sua violenza, il potere spettacolare si appropriò della loro polisemia e la trasformò in cinismo”. Tralasciando la replica di Perniola, che invito alla lettura sul sito internet di Alfabeta, ciò che mi preme sottolineare, dal particolare angolo d’incidenza della mia giovinezza letteralmente disastrata da quelle “ironia” (?) e “dissociazione”, è come si possa oggi mancare da una dialettica sana in grado di storicizzare qualsiasi evento, positivo o negativo, alla luce della decomposizione del presente. Per dirla poeticamente alla Rilke, il consiglio è quello di uscire ed entrare dalla metamorfosi, ma per certificare la validità di una tesi la poesia non basta, dunque opportuno sarà esporre per sommi capi le argomentazioni principali del libro.

 Cosa compie Berlusconi di quel Maggio? Perniola raggruppa gli obiettivi della rivolta francese intorno agli attuali esiti berlusconiani, che nel testo coincidono con una manciata di capitoli densissimi: 1. la politica può essere fatta da tutti, 2. non lavorate mai, 3. la fine della famiglia, 4. la fine della scuola, 5. la fine dell’università e della borghesia, 6. l’espropriazione della salute, cui seguono tre capitoli che strutturano un paragone stringente tra la situazione del “culturame” italiano, o meglio occidentale, e quella della Rivoluzione Culturale Maoista, dove gli intellettuali cinesi in una ciclica alternanza di persecuzioni e glorificazioni da parte del potere, “da nona categoria puzzolente” divengono “spina dorsale della nazione”, nell’ottica di un giusto recupero della tradizione, ovvero del Confucianesimo. L’ultimo capitoletto, “10. Possiamo essere indignati?”, focalizzando l’etimologia della parola “dignità”, chiama in causa tutti noi, se “Ora la domanda cruciale è: possiamo permetterci di essere indignati, se non abbiamo nessuna delle quattro virtù fondamentali (saggezza, temperanza, coraggio e giustizia?)? Possiamo indignarci se noi stessi non abbiamo dignità?”. Un bel pugno allo stomaco che non risparmia nessuno. Continua Perniola, “ Se Berlusconi è da quasi vent’anni il protagonista della politica italiana non è solo per gli spettacoli che offre: se fosse così, bisognerebbe concludere che il popolo italiano è un popolo di cretini! […]. Dietro il commediante, il piazzista, il venditore di fumo, c’è qualcosa di anonimo, di neutro, direi quasi filosofico, che costituisce l’essenza del capitalismo finanziario, il quale non è fondato sul lavoro, ma sul gioco”. Dalla dialettica spezzata tra lavoro/gioco, e superando la trattazione su fine della famiglia, studio e lavoro, è opportuno soffermarsi sulla “fine dell’università e della borghesia”. Lungi dal ritenere Berlusconi il solo responsabile del “collasso dell’università italiana”, semmai colui che ne “ha raccolto i frutti”, ivi Perniola collega la deriva della classe borghese proprio a quella dell’università, fornendo una ragione lapidaria: “l’esistenza della borghesia non serve più al capitalismo, il quale oggi trova nella classe media un ostacolo all’espansione straripante del modello neo-liberistico”. Se la classe dirigente, la “classe media”, è divenuta scomoda perché costosa, l’Università di necessità non avrà più come obiettivo primario quello di formarne una – “indipendentemente dalle famiglie da cui provengono”. Dunque viene meno la ragion d’essere sia del sapere scientifico, sia dell’ordine professionale. Crudo rammentare al lettore il vizietto del baronaggio dell’università italiana, ossia quell’ “accanimento nell’impedire ogni mobilità sociale, riducendo i giovani in una condizione non molto dissimile da quella dei servi della gleba medioevali, che per nascita erano legati alla terra coltivata dai loro genitori. […] Azzerando ogni possibilità di ascesa socio-economica, (anche attraverso la svalorizzazione dei titoli di studio e la demotivazione dei docenti), il familismo amorale non trova più ostacoli nell’assegnare uffici … ai più incompetenti, ignoranti e corrotti. Anche qui Berlusconi … ha trovato la pappa pronta”. Dalla “borghesia che scopre che il capitalismo non ha più bisogno di lei” ci spostiamo alla vexata quaestio, “rispetto o disprezzo verso la cultura?”. Nell’introdurre il paragone tra la situazione occidentale e quella cinese, definita “per eccellenza” luogo della problematica culturale, per il vecchio continente Perniola parla addirittura di “odio: “Si parva licet, la questione degli intellettuali si trascina in Cina da due millenni e mezzo, come un problema di enorme rilevanza politica, mentre in Italia (con buona pace di Gramsci) è in fondo un argomento nuovo: anzi non è nemmeno un argomento, ma è l’aria di un’operetta […]. In realtà Berlusconi ha liberato l’ignoranza degli italiani da ogni cattiva coscienza, da ogni colpa, da ogni vergogna, portando a termine un processo iniziato nel Sessantotto sotto un’altra bandiera. Per dirla nel modo più chiaro possibile […] ‘Le persone istruite ci sono sempre state sul cazzo, ma prima non potevamo dirlo senza fare una brutta figura; viva Berlusconi che ci ha emancipato da questo complesso”. Una sassaiola sottoforma di parole che diventa sintesi epocale della devastazione dei tempi attuali: momento non solo di altissima riflessione, ma anche di bella letteratura, pagina che rende autentico il valore questo piccolo libro. Buona lettura.

di Federica D’Amato

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