PREDRAG MATVEJEVIC – PANE NOSTRO – PREMIO DE LOLLIS


Uno dei libri più commoventi che io abbia avuto modo di leggere, è senz’altro “Pane nostro” di Predrag Matvejevic, (Garzanti) insignito del Premio Internazionale De Lollis nel 2009.

Il libro, forse più di ogni altro, si avvicina a definire il concetto di “umanità”, quale esperienza tragica e sublime del vivere la condizione animale, in piena coscienza, determinandone gli aspetti e cercando di regolamentarla in base a principi elaborati e condivisi nel tempo nelle diverse società.

Il fine più nobile dell’umanità: la condivisione (socievolezza nella socialità). E allora non poteva esserci argomento migliore, per dimostrare questo assunto, di un libro sulla storia e sulla cultura del pane, che Matvejevic realizza in oltre vent’anni di ricerca, donandoci pane spirituale da spezzare insieme per condividerlo.

Proponiamo alcuni passi, in cui si legge anche la spinta da cui scaturisce il bisogno di contribuire alla vicenda dell’umanità scrivendo una storia del pane. Vi invitiamo, se non lo avete fatto, a leggere questa splendida opera dedicata alla grandezza e alla miseria dell’uomo.

“Nelle carceri era dura la vita a pane e acqua –l’acqua tiepida e stantia, il pane insipido e secco. Eppure alcuni carcerati sopravvivevano anche più di dieci anni nutrendosi solo così. “Il pane della prigione” viene ricordato in tutte le lingue, da quando esistono le carceri. L’uniformità consentì raramente di trovargli altri nomi e di coniare termini migliori. Nelle prigioni di Venezia – i Piombi, dove fu rinchiuso il famoso Casanova- il pane che veniva dato ai reclusi si chiamava “pane di San Marco”, il protettore della città e della Repubblica. Nelle prigioni francesi aveva un nome ancora più canzonatorio: pane regale (paine de roi), giacché i carcerieri erano dipendenti di sua maestà. La condanna a “pane e acqua” praticamente aveva lo stesso significato dappertutto – il carcere duro e crudele. C’è anche il “carcere a vita”, peggiore della morte.

I mendicanti hanno da sempre cercato una “crosta di pane” o un  soldino per potersela procurare. Erano diversi per età, provenienza, abbigliamento. E anche per la diversa ragione del loro mendicare: necessità o abitudine, bisogno o mestiere, maledizione o destino. Nell’antica Ellade i “cinici” avevano creato una specie di alleanza che cercava di salvaguardare la libertà di parola e di comportamento, senza dover  dipendere da nessuno, scegliendo volontariamente di mendicare. Si organizzarono e s’accapigliarono con il mondo “come cani”. Il loro nome del resto deriva dalla parola kuon –cane. Dormivano dove potevano, sotto il cielo stellato, sotto un albero, nelle stalle. Facevano l’amore nei luoghi pubblici senza far caso agli sguardi altrui. Diogene divenne famoso, fra l’altro, per la botte che gli serviva da casa, per il cane con cui fraternizzava, per la lanterna con la quale di notte rischiarava la strada e per gli stracci di cui si copriva. Erano soliti formulare aspre e severe rampogne contro il mondo circostante. Il loro modo di argomentare veniva detto parresia.  Non risparmiarono né Platone né Aristotele.

Questi mendichi speciali si condannarono da soli, in nome della verità, a pane e acqua.

(…)

Il fratello di mio padre, zio Vladimir, scomparve in un gulag staliniano. L’avevano accusato di tenere rapporti con parenti che erano emigrati, di diffondere “propaganda ostile” (…) Il nonno Nikolaj, letteralmente spezzato dalle disgrazie che gli erano toccate, sopravvisse al gulag dove avevano mandato pure lui, ma non per molto tempo. La nonna, ormai fuori di sé, vagava per le strade in cerca dei figli e del marito. Poco dopo morì su una panchina, in un parco, ormai in preda alla follia. Durante l’assedio nazista di Odessa, nel 1941, mio nonno Nikolaj, con l ultime forze che gli erano rimaste, distribuiva modeste razioni di pane alle persone anziane ormai spossate dalla guerra, insieme con qualche messaggio il cui contenuto mi è rimasto sconosciuto.

Zia Natalija mi propose di incontrare un uomo che era stato nel campo di concentramento insieme con lo zio Vladimir. (…) Feci la conoscenza di quell’insolita persona, sul viso della quale si potevano riconoscere le tracce incancellabili della sofferenza. Guardava lontano, nel vuoto, come di traverso. Mi raccontò come mio zio fosse morot affamato di pane. Con loro, nello stesso campo, c’era un botanico specialista del grano a livello mondiale. (…)

Pjotr parla a bassa voce, bassissima, come se temesse di essere ascoltato. “Voi non sapete cosa significhi in queste circostanze desiderare del pane. Vostro zio Vladimir è morto invocando ad alta voce: Pane, Pane!”

(Massimo Pamio)

Predrag-Matvejevic

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