Giovanni D’Alessandro intervistato da Federica D’Amato


 

Giovanni D’Alessandro e il genius casae

Intervista di Federica D’Amato

 

Chi ha avuto il buon senso di leggere i libri di Giovanni D’Alessandro, è abituato a bellezza, qualità, soprattutto libero gioco della potenza narrativa, che in termini spirituali potremmo tradurre con la parola “sospensione”: del tempo-cinghia stretto nella carne, del dolore, delle preoccupazioni, del destino di morte cui siamo condotti, proprio vivendo. Ebbene, tutto questo avviene, come in ogni vera letteratura, nella catarsi che la penna di D’Alessandro ci dona, in special modo con Soli, il suo ultimo romanzo edito da San Paolo Edizioni nel 2011, la cui felicissima frequentazione mi ha spinta a immaginare questo mio illustre corregionale, seduto, solo, nella sua stanza, o in cucina o in veranda, o addirittura disteso sul letto, a scrivere, costruire la cattedrale di una storia che nella coerenza epica del suo svolgimento, dispiega la forma “romanzo”, oggi in Italia così abusata, incollata su prose (da editor) che al massimo possono essere considerati racconti lunghi.

 Ho percepito che il narratore D’Alessandro è tale perché egli ha la facoltà zen di vivere perfettamente il proprio altrove, la pagina sulla quale un giorno principia un personaggio e da lì l’universo; una tale capacità poteva provenirgli solo da un’abitudine antica, perduta dunque carica di valore: l’amore per la propria abitazione, il saper, voler stare in casa e da lì rifondare il mondo di immagini, il prendersi carico con pienezza delle personali coordinate antropologiche, storiche, mitologiche oserei dire. Dopotutto, una casa, cos’è se non questa ostinazione a ricrearsi, disfarsi, insomma esser-ci, per sempre? Forse da qui muove la ferrea riservatezza con la quale D’Alessandro avvolge gli interni delle sue case, preservate dagli occhi e dagli scatti indiscreti di chi con la sola intrusione dello sguardo romperebbe l’incantesimo, metterebbe in pericolo l’altrove magico della pagina. Nonostante tali accorgimenti, lo scrittore abruzzese ha accettato la  mia intrusione di domande, le cui relative risposte nella loro brevità rappresentano un piccolo verbario dell’amor domestico. Da leggere e rileggere, per approfondire la conoscenza di questo grande scrittore dei nostri tempi, ma anche per avvicinarsi ad una dimensione dell’essere prossima alla gioia della letteratura.

 

1)   Il concetto di casa racchiude in sé significati le cui sfumature sono difficili da definire in modo netto, soprattutto quando chi le interiorizza è un narratore della sua portata . Lei come la definisce?

La casa è il primo habitat di una narrazione. Le idee possono venire tra le sue mura o anche fuori, ma di certo diventano romanzo al suo interno, in un’attività che impegna l’autore per mesi, legandolo alla stesura di un romanzo. E’ dunque un’attività caratterizzata più di altre dalla compenetrazione con il contesto in cui prende forma. Impone una determinata fisicità. Richiede determinati strumenti. Rende necessaria una determinata organizzazione di partenza. E coinvolge dimensioni come creatività, emozione, previsione della ricaduta di ciò che sta nascendo lì, nella tua casa, dentro le case degli altri. Ciò che si sta digitando sui tasti è destinato a migrare in quelle case, dove verrà letto.    

2)   Dove vive Giovanni D’Alessandro? La sua infanzia da quale luogo e tempo è stata scandita?

Vivo e lavoro a Pescara da molti anni, ma mi sposto spesso e in determinati periodi lavorativi dell’anno risiedo nel nord Italia. Sono nato e vissuto molti anni a Ravenna, in Romagna, e ho avuto la fortuna di abitare in una grande casa che oggi ospita l’università, nel cuore della città, a cento metri dalla tomba di Dante, alle spalle di Sant’Apollinare Nuovo. Ma d’estate per lunghi mesi scendevamo in Abruzzo dove vivevano i miei nonni e qui trovavo la splendore della natura, con la campagna e i monti, che in Romagna, piatta com’è, sono un miraggio. Queste dimensioni – di arte e natura, devo confessare: bellissime –  hanno scandito la mia infanzia.

 3)   Qual è il luogo nel quale riesce a scrivere, il genius loci che da’ respiro ai complessi protagonisti dei suoi libri?

Il genius loci è per me assolutamente il genius casae. Cioè di casa mia. Non riesco a immaginare un altro posto dove scrivere. So di scrittori che in passato sono stati ospitati in residenze, magari da parte di un committente, di un protettore, di un mecenate, ma queste cose appartengono al passato e a un contesto sociale oggi tramontato. Se venissi ospitato in una residenza messa tutta a mia disposizione, penso che non scriverei una parola: prima dovrei appropriarmene, in senso psicologico. Inoltre mi verrebbe voglia di alzarmi e di esplorarla sia dentro sia fuori e la scrittura richiede disciplina, assorbimento, mancanza di distrazioni e attrazioni esterne. So anche di scrittori, come Tomasi di Lampedusa (che pure aveva un principesco palazzo a Palermo) o Magris i quali scrivevano o scrivono nei caffè. Come hanno fatto, come fanno? – mi chiedo. A parte il rumore, il fastidio del dover mantenere una certa postura senza alzarsi o la possibilità di incontrare persone da cui essere interrotti magari nei momenti di maggior concentrazione, io non potrei scrivere in un caffè palermitano o triestino, neanche nel più bello. Ghiotto come sono, mi alzerei di continuo a svaligiare la pasticceria ed esborsi a parte peserei 10 chili in più dopo ogni romanzo.

4)   Nel suo ultimo libro “Soli”, San Paolo 2011, la “grande casa” che ospita la narrazione sembra essere, sullo sfondo, l’arte medioevale, di cui lei è profondo estimatore e conoscitore. Ce ne parli.

Ci vorrebbe molto per parlare dell’arte, medievale e non, come casa dei sogni. Diciamo che in essa abitano la fantasia, la creatività, il messaggio – lasciato per noi secoli fa dagli artisti – lì sedimentato e che ci aspetta, per parlarci del sogno che abitò vite trascorse. Questo gli artisti di ogni tempo hanno consegnato all’arte. E’ la loro voce affidata all’opera contro il tempo, o meglio oltre il tempo. L’arte racchiude le identità alternative che sono dentro ognuno di noi e si liberano con le magiche alchimie prodotte tanto dalla scrittura quanto dalla lettura. L’arte medievale è uno scrigno di misteri. Non è solo una casa dei sogni. E’ una cassaforte di sogni.

 5) Con gli autori che l’hanno preceduta in questa intervista siamo giunti a conclusione che per uno scrittore, spesso, la vera “domus” è la pagina bianca, su cui scrivere e riscrivere la propria solitudine e passione. E’ così anche per lei?

Direi di sì, anche se la parola solitudine mi suona meglio se riferita al contesto in cui si scrive; meno, se riferita ai destinatari, i lettori. Uno scrittore “incontra i lettori” già su pagina, quando comincia a scriverla. E anche la parola passione richiede una precisazione. Indubbiamente c’è. Ma c’è anche molta fatica. Scrivere è faticoso e ben lo sapeva un noto scrittore che intitolò una sua opera Lavorare stanca. Quindi direi che è, molto più, disciplina e applicazione. Una parola latina sintetizza tutte queste dimensioni: studium.

 6) Il “felice deposito celeste / è una mobile casa della vita”, scriveva il poeta russo Mandel’štam. Come interpreta questi versi?

Francamente non capisco cosa volesse dire Mandel’stam. Forse che la vera casa cui è consegnata l’identità di ognuno è più il cielo della terra? Ma perché la chiama “deposito”? E perché questa casa viene definita “mobile”? Boh. Quando un verso, pur bello, significa tutto e niente, secondo me non funziona molto.

7) Quesito inevitabile: la casa di quale scrittore a lei caro vorrebbe visitare e/o abitare?

Il castello d’Ippolito Nievo. Ma solo visitare. Abitare, voglio abitare a casa mia, per quanto detto sopra.

 

 

 

 

Palazzo Corradini a Ravenna, casa d’infanzia dello scrittore

 

Federica D’Amato

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