MARIA JATOSTI – CHE COS’E’ LA LETTERATURA- l’utopia è quello che ci resta


Maria Jatosti, vincitrice della XII edizione del Premio Lettera d’amore, ci ha concesso un’intervista appassionata, vera, una confessione allo specchio della vita, in cui leggiamo che cos’è stata la storia di una scrittrice dagli Anni Cinquanta a oggi, in Italia: una testimonianza straordinaria, un dono per il blog delle Edizioni Noubs.

A Roma, negli anni Cinquanta, mi capitava di frequentare “Vie Nuove”, settimanale del Partito comunista, e di trovarmi, io esordiente, alle prime armi con un racconto pubblicato e premiato che si era fatto notare nell’ambiente politico-culturale della capitale, davanti a personaggi che si chiamavano Pablo Neruda, Cesare Pavese, Mario Socrate, Gianni Rodari, Luca Canali, Saverio Tutino, Gianni Toti, Felice Chilanti  o Renato Guttuso, Ugo Attardi, Renzo Vespignani, e così via. Il mio sogno era scrivere. Uno dei miei sogni. L’altro era la rivoluzione proletaria: ero decisa a cambiare il mondo, a partire da me, dalla mia stanza, dal cortile di casa mia, dalla piazza del quartiere, convinta che anche uno scrittore potesse fare qualcosa per affrancare l’umanità dall’ingiustizia. Salvarla. (Ora so che scrivendo non si salva nessuno, neanche se stessi: non è compito della letteratura). Avevo vent’anni e volevo scrivere. Guardare, osservare e raccontare, uscire dalla pagina e trasmettere pensieri, esperienza, vita. Erano gli anni del neo-realismo, di Rossellini, di Lizzani, di Beppe De Santis, di “Roma città aperta” e di “Riso amaro”, del realismo socialista, dello zdanovismo,  dell’astrattismo, della forma e della pittura materica di Giulio Turcato. Erano tempi di grande tensione civile e morale, di ardente passione politica, di accesi dibattiti culturali (Vittorini-Togliatti, “il Politecnico”), di grandi casi letterari, di polemiche feroci, di zuffe stimolanti, che io, militante periferica di base del pci Garbatella, troppo impegnata a fare la mia rivoluzione, seguivo da lontano o sui giornali. 

Non c’era la tivù. In casa, quando ci si stava, si ascoltava la commedia o l’opera lirica alla radio, insieme ai genitori, ma anche le canzonette, specialmente quelle che arrivavano dall’America e dalla Francia, o Natalino Otto e il Quartetto Cetra. Il giorno per vivere, la notte per leggere, qualche volta anche a lume di candela. Da adolescente onnivora avevo attinto voracemente alla modesta ma sostanziosa biblioteca famigliare, saltando da London a Dickens, da Melville a Tolstoi, da Cecov a Hugo, da Dumas a Flaubert, ma adorando sopra a tutti Balzac. Scelte azzardate, tenute in grande sospetto dai compagni ortodossi del pci Garbatella (Celine, nientemeno!) ma che hanno finito per costituire l’humus, la base, il sangue e la carne della mia cultura disordinata e irregolare. Leggevo e sognavo di scrivere, ma non sapevo nulla di linguaggio, di stile, di forme, di ricerca, di costruzione letteraria.

Tutto questo è venuto più tardi con la scoperta dell’artigianato, del mestiere, del laboratorio. Cioè lavorando. E con la frequentazione, l’amicizia, il sodalizio, la conoscenza di scrittori, letterati importanti come Luciano Bianciardi, mio compagno di vita agra e di lavoro,  Vittorio Sereni, Sergio Solmi, e poi Mastronardi, Cancogni, Cassola, Calvino, Arbasino… Lavorando, tentando, conquistando, impadronendomi degli attrezzi del mestiere, costruendomi una lingua, sporcandomi le mani, buttandomi nel lavoro con coraggio, caparbia e umiltà: una vita a tradurre, rivedere o copiare testi altrui, scrivere novellette, filastrocche, caroselli fino ad arrivare al grande passo, al primo romanzo.

Era il 1961. Con “Il confinato” sfiorai il Viareggio opera prima.

Anni Sessanta, non più nella mia Roma dispersiva caotica esagerata, affatturata. Il salto decisivo: Milano. Milano pragmatica lavoratrice socialista turatiana. Milano dell’industrializzazione, delle fabbriche, delle case editrici, della ricostruzione, dei treni del Sud, di Rocco e i suoi fratelli, delle battaglie, dei grandi scioperi, delle conquiste: il divorzio, le 40 ore degli operai, la seicento, l’autostrada del sole, Feltrinelli, Olivetti e l’Umanitaria, il mondo che cambia, che sogna la luna, la giovinezza per le strade… E la letteratura, i libri. Una stagione irripetibile. Pasolini, Testori, Bianciardi, Mastronardi, Ottieri, Volponi… La realtà, il mondo del lavoro che irrompe nella letteratura, nel cinema. Il benessere, la sbornia, il “boom”, con quello che di insidioso, di subdolo, di corrompente, di caduco, vi si annidava e che pochi intuirono.

È passato più di mezzo secolo e nel frattempo di libri ne ho scritti, curati, messi insieme, tradotti, inventati, venduti perfino come libraia, un bel po’, ma le cose sono cambiate, e non in meglio. La gente continua a scrivere, questo non è cambiato. Il problema è l’editoria. Un tempo gli editori, come le grosse industrie, si permettevano di avere dei laboratori di ricerca dove si promuovevano gli esordienti. C’erano delle collane apposta, dirette da gente come Calvino, Sereni, Vittorini. Poi c’erano le riviste letterarie che facevano da tramite. Oggi esiste soltanto il mercato. II feticcio del Mercato. La politica dell’editoria non prevede mai l’azzardo, il rischio della ricerca, della scoperta. Si limita a sfornare e a rovesciare sugli scaffali delle librerie-supermercato prodotti in serie come scatolette. I piccoli, coraggiosi editori indipendenti si dibattono tra difficoltà insormontabili contro l’egemonia monopolistica dei grossi gruppi. Quanto alla critica militante, è defunta o ha cambiato faccia, perdendo la sua funzione, la sua capacità di veicolare le idee, di smuovere il dibattito sulle idee. Del resto, anche quest’ultime non godono di buona salute. I premi sono assoggettati a logiche di potere. Le presentazioni-letture si risolvono spesso in rituali convenzionali ripetitivi, a volte patetici.

In questo quadro cosa fare? Io credo malgré tout che lo scrittore abbia un ruolo preciso, culturale, etico, civile, specialmente e soprattutto in alcuni momenti della Storia. Non si può stare da una parte a guardare quello che accade. Resto comunque fedele alle mie sconfitte e continuo a sperare che ci sia sempre qualcuno che, lasciata da parte la propria nostalgia, abbia intelligenza rabbia e voglia di urlare. “La Storia ci sta sfuggendo e allora la Storia diventa l’Allegoria. Bisogna lavorare sulle allegorie quotidiane” mi disse una volta il mio amico Mario Socrate, grande poeta e ispanista scomparso di recente. “Occorre ritrovare la spinta capace di suscitare energia, tensione etica, concentrarsi in uno sforzo per così dire implosivo e ritrovare nelle parole un’intensità acuta e dilatata. E non rinunciare al futuro. Dobbiamo pensare al futuro per utopie, impegnarci, credere e batterci per le utopie. L’utopia è quello che ci resta”.

 

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One thought on “MARIA JATOSTI – CHE COS’E’ LA LETTERATURA- l’utopia è quello che ci resta

  1. Giustozzi Sandra ha detto:

    Sei ancora di sinistra o no?

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