LA SOCIETA’ LETTERARIA, L’AZIENDALIZZAZIONE E IL CASO DEL PERSONAGGIO MONTI NEL ROMANZO ITALIA di Massimo Pamio


Che lo scrittore sia diventato un mestiere stressante lo documentano gli autori italiani, sempre più frustrati, obbligati dalle case editrici a redigere un romanzo l’anno, lanciati in tanto faticose quanto affettate sarabande di presentazioni dell’opera, al fine della vendita, chiamati ad esibirsi, con il libro in mano, come opinionisti nelle trasmissioni radiofoniche e televisive più degradanti. Insomma lo scrittore viene trasformato in uno specialista della vendita porta a porta. Non a caso è stata inventata la figura dell’editor, ovvero di quello che dovrebbe sollevare lo scrittore dalla revisione del testo, e che invece dapprima si comporta da psicanalista, cercando di aiutare l’altro a superare le fasi di sconforto, di apatia creativa, successivamente lo sostituisce del tutto, trascrivendo il romanzo al posto dello scrittore. Inserito in un ciclo aziendale, il romanziere diviene un mero promoter delle opere da lui non scritte, in una società falsa che trama inganni (complottismo?) sull’identità dei suoi componenti e che mira alla distruzione dell’autenticità. Non conta l’individuo, ma il meccanismo sociale e aziendale che lo fa esistere e nello stesso tempo lo cancella. L’individuo in sé non esiste, è solo la funzione che lo fa esistere: non è forse questa la verità della letteratura, che attesta nella sua funzione l’esistenza dei personaggi del romanzo? Viviano oggi, dunque, in una società letteraria?  Non è forse questa anche la parabola dell’ex premier Monti, creato dal sistema, improvvisatosi Presidente del Consiglio da un giorno all’altro, fino poi a crederci lui stesso nella sua figura, tanto da proporsi come possibile nuovo candidato? Un sistema che risponde alle regole della letteratura, non c’è dubbio. Un personaggio del sistema che diviene individuo, una favola dei nostri tempi aziendalizzati.

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7 thoughts on “LA SOCIETA’ LETTERARIA, L’AZIENDALIZZAZIONE E IL CASO DEL PERSONAGGIO MONTI NEL ROMANZO ITALIA di Massimo Pamio

  1. iva polcina ha detto:

    Tutti e due sono solo degli specchietti per le allodole, da premettere che le allodole dovremmo essere noi?! Bruno Vespa li scrive lui tutti quei libri che puntualmente vengono alla luce ogni anno o Giulio Andreotti li scriveva tutti lui i volumi che accumulava ogni anno. Così Monti, le pensa tutte lui le decisioni che prende?

  2. Claudio Comandini ha detto:

    Breve ed illuminante, lo scritto ci mette di fronte a fenomeni che ci fanno comprendere le attuali configurazioni di letteratura e la società: lo scrittore “porta a porta” ed il rapporto tra editing e terapia, la funzione letteraria e la parabola Monti.
    Come la letteratura è ormai inserita un un ciclo aziendale che rende lo scrittore un promoter di opere non sue, così nelle nostre società personaggi fittizi arrivano al punto di impersonare perfettamente il ruolo deciso dalla narrazione.
    L’ex presidente del consiglio, che dopo essere diventato politico per rispondere a regole tipiche del sistema letterario alla fine è costretto a credere a se stesso ed a pubblicizzare la sua “opera”, può essere visto come paradigma di questa strana realtà.

    Sull’argomento, segnalo berevemente che per Mimesis è recentemente uscito “Da Berlusconi e Monti” di Mario Perniola, nelle cui 114 è riproposte anche il pamphlet “Berlusconi o il ’68 realizzato” ed ampi dati sul dibattito sviluppatosi in rete.
    Il testo ipotizza che nell’apparente cambio di guardia procede lo stesso immiserimento culturale e sociale di lungo periodo che coinvolge l’Italia in maniera particolare.
    Suggerisce Perniola che siamo costretti ad una crescita che non riusciamo più a sostenere, e come Lazzaro, siamo costretti ad una risorrezione che ne nostro caso è piuttosto dubbia, così come siamo preda di destabilizzazione, turbamento e sconforto.

    Se viviamo per davvero in un romanzo, forse è uno di quelli di cui non è previsto un finale …

  3. FRANZ DI ROCCO ha detto:

    Un disastro che viene da molto lontano., e oso dire è un regalino della cultura colonizzatrice anglosassone, che ha ben attecchito in Italia,in quanto già priva di anticorpi culturali.Cosa ci sipoteva aspettare in un paese come il nostro che non ha memoria,dove non si legge, dove si mette sullo stesso piano la chiacchiera del pettegolezzo e l’informazione culturale, dove questa seconda soccombe nettamente rispetto alla prima.La culture di questi ultimi cinquanta anni, da noi è esattamente lo specchio della tv: diceva l’illustre concittadini Ennio Flaiano che gli Italini sono come li ha fatti la tv;appunto,tra una pubblicita e l’altra;Non è un discorso ideologico,non più, magari fosse,è cheormaiilpaese è un mercato e vende chi più strilla…

  4. Maria Gabriella Ciaffarini ha detto:

    Ringrazio sinceramente Massimo Pamio per aver esplicitato in quest’articolo, così illuminante, cristallino nella sua sintesi, una problematica che non investe solo la letteratura: siamo ormai da troppo tempo abituati a lamentarci e ad esprimere il nostro malessere senza tuttavia cercare con una certa convinzione di porvi rimedio. La volontà della guarigione, ecco cosa ci manca! Siamo affetti da una pigrizia sedimentata che ci fa assaporare quasi con voluttà le nostre sfortune ed i nostri difetti. Alcuni chiamano quest’atteggiamento “mancanza di speranza”: sicuramente, in un momento storico così difficile e complesso, la speranza risulta opacizzata e, insieme ad essa, la capacità di osare, di cercare percorsi inconsueti, controcorrente. Accanto a questa specie di patologia dell’interiorità, c’è la condizione tangibile di una società che si evolve a velocità tali da non permettere né il controllo dei processi né di possedere una piena consapevolezza delle proprie azioni con le loro conseguenze.
    Hegel avrebbe visto in questi tempi di crisi profonda la condizione necessaria, ideale per ri-costituire identità individuali e collettive. Probabilmente proprio ora gli intellettuali e tutti coloro che amano riflettere sul mondo delle cose e degli uomini sono chiamati ad un atto di forza morale che comporta una profonda presa di coscienza ed una coraggiosa operatività, probabilmente l’una e l’altra insieme riescono a inverare, a declinare il concetto di speranza. E’ necessario ripristinare la sincerità, l’autenticità, l’originalità nei disparati ambiti del vivere, anche nella letteratura, quindi, che attualmente, come stigmatizza acutamente Massimo Pamio, appare sempre più virtuale (fittizia, ambigua, …falsa?) nella sua modalità di creazione e sempre più televisiva nei ritmi della sua diffusione.
    Prendere le distanze dalle trasgressioni patologicamente reiterate, dai turpiloqui continui e immotivati, dallo sbattere in prima pagina con compiacimento pornografico gli eventi di vite spesso drammatiche che, nelle migliori delle ipotesi, suscitano un sentimentalismo effimero: tornare all’eleganza dell’orrore tragico del vivere, epifania della condizione umana mostrata nella sua essenza mitica e mistica, la sacralità del dolore e dell’ispirazione artistica, della bellezza e del baratro dell’anima oscura, avere il coraggio, forse l’ingenuità di tornare a mettersi in gioco con i propri talenti, rinunciando a tutti i talismani proposti dalle feroci leggi di mercato. Certo, il rischio di non essere considerati e incasellati nello scomparto degli “scrittori di successo” è alto, ma vale la pena di rischiare per riacquistare la dignità di una letteratura sinceramente aderente alla realtà dell’uomo e della storia.

  5. SoloUnaTraccia ha detto:

    Commenti più lunghi dell’articolo. Ecco dove.

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