Aziendalizzazione e letteratura liquida (di Franco Trequadrini)


(in risposta al saggio di Massimo Pamio del 16 gennaio pubblicato su questo blog)

Parlando di aziendalizzazione della letteratura penso che più che a Mario Monti, premier uscente, si debba fare riferimento a Silvio Berlusconi che ha aziendalizzato tutto, anche la prostituzione nella sua villa di Arcore. Non che il fenomeno sia nato proprio con lui poiché già da anni il libro era visto e diffuso come prodotto di intrattenimento e non più come prodotto culturale (i tempi in cui in televisione venivano presentati e lanciati da Pippo Baudo e dai conduttori dei talk-show che segnarono, in pratica, la fine della gloriosa terza pagina scritta da critici a tutti i titoli e illustri, anche) ma il nano ha applicato alla carta stampata le leggi ferree del mercato e della comunicazione del marketing.

Gli scrittori fanno tournèes di presentazione (alcune presentazioni sono curate come eventi, con tanto di hostess di terra e tavole rotonde di personaggi famosi), comparsate televisive perché così il libro “vende”, niente di più e niente di meno di un aspirapolvere o di un modello di jeans. Siamo sicuri però che lo scrittore è tutto e solo da compatire? Chi si è prestato se non lui a questa atroce oggettualizzazione? E’ vero, sono tenuti per contratto a scrivere un libro all’anno ma è anche vero che spesso tali contratti sono danarosi, e lo scrittore serio non s’impegna a scrivere a tutti i costi un libro ogni anno (abbiamo visto tutti il miserabile flop del secondo libro dell’autore de La solitudine dei numeri primi), ma per entrare nel nocciolo della questione, secondo me, bisogna partire dalla considerazione che oggi scrivere è diventato sin troppo facile. Il pc rende possibile a tutti produrre un discreto numero di pagine stando seduti due ore a digitare perché digitare, appunto, non è la stessa cosa che scrivere. Si può digitare seguendo il flusso della mano o il richiamo della tastiera ossia si può “scrivere” senza pensare perché si può sempre prendere con se stessi l’impegno di “salvare” quelle cose scritte e tornarvi su con più calma (ho sentito una volta un’aspirante pubblicista dire “ho più di 5000 righe in memoria”!) mentre per scrivere bisogna pensare, dare ordini alla mano e sottoporsi alla fatica materiale di vergare i fogli, alla quale non siamo più abituati, e rileggere, cancellare, correggere, strappare i fogli stessi. Questo, oggi, non lo fa più nessuno, e certi libri danno proprio l’impressione di essere delle raccolte di files più che organismi di scrittura. Tutto ciò è coerente con un modo di sentire il mondo e la realtà: un mondo nel quale ciò che sembra conta più di quel che è è un mondo liquido anzi un mondo gassoso che viene tradotto in parole da uno strumento attraverso tutto passa con l’inconsistenza della volatilità, passa e va a perdersi, senza coscienza e senza storia. E’ un mondo liquido, gassoso o di plastica, quel che si vuole, ma è un mondo che non cerca di interpretare la storia né di riconoscersi in qualcosa, per adesione o per opposizione. Abbiamo, e ci infliggiamo il castigo di leggere scrittori affìsi alla contemplazione di un presente senza profondità storica e che non sembrano essere tormentati da un dubbio o da un dolore o da uno di quei sentimenti forti che han fatto poi nascere libri come Il vecchio e il mare o Babbit di Sinclair Lewis. Ci capita di imbatterci in scrittori senza sangue e senza nervi come Alessandro Baricco, tutto costruito sul vuoto.

In questo la mano del cavaliere si sente eccome. Bisogna inondare il mercato, produrre a ciclo continuo: la Mondadori adesso concede ai librai di pagare tutto alla resa e questi, ovviamente, riempiono scaffali di roba sulla quale non rischiano, e questo soffoca i cosiddetti piccoli editori di qualità i quali non possono reggere una simile forza d’urto.

Non va tutto ciò a scapito della qualità? Un mio amico vecchio funzionario della Einaudi, dott. Sergio Reyes di Bologna, esemplare signore e galantuomo che aveva quasi visto nascere la Einaudi, mi raccontò con disgusto, una volta, di aver sentito dire in Einaudi qualcuno che diceva “c’è speranza di poter pubblicare un libro di Bevilacqua”: in una casa editrice che aveva pubblicato le opere di Elio Vittorini, Cesare Pavese, Italo Calvino!!! E da allora le cose sono molto peggiorate.

Come se ne viene fuori?

Ovviamente nessuno, me compreso, può pretendere di avere una ricetta. Resta salutare, però, l’indicazione di Beniamino Placido il quale diceva che preferiva rileggere i classici per evitare di prendere fregature di stagione. Tornare alla parola ferma e di peso dei classici, entrare loro tramite in una cornice definita e convincente di tempo e di storia può darci la forza di non comprare certi libri tanto strombazzati. Con la speranza di riuscire a indurre gli scrittori a riflettere e a non pubblicare a tutti i costi e subito e a non confondere il successo con la gloria.

Ho letto di recente due libri che sono una energica e benefica frustata in tal senso: La voce dei libri di Ezio Raimondi Letteratura in pericolo di Tzvetan Todorov. Il primo interpreta l’Ermetismo alla luce dei succhi di pensiero forniti da Heidegger soprattutto in Essere e tempo; il secondo avverte contro l’errore che può decretare la fine della letteratura se viene solo tecnicamente descritta come, dagli anni Settanta in poi, è stato fatto.

Penso possa consistere nella riflessione di questi due grandi Maestri la ricetta della quale in questo momento storico abbiamo bisogno.

 

 

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2 thoughts on “Aziendalizzazione e letteratura liquida (di Franco Trequadrini)

  1. noubsedizioni ha detto:

    Il problema degli scrittori è abbastanza grave, così come quello degli uomini di cultura che parlano di bellezza, di sacertà, di Kafka, Joyce, Proust, Pirandello, poi si prestano a marchette, a qualsiasi tipo di umiliazione, di vendita porta a porta. Una schizofrenia che non è giustificata, perché a mio avviso viviamo ancora in democrazia, non in uno stato dittatoriale. I nostri scrittori non vivono nel Vietnam, sembrano soffrire così tanto e invece… potrebbero fare gesti veramente intrisi di bellezza, e invece….
    Perfino i giovani non aspettano altro che entrare nello star system, poi sono anche viziati da un narcisismo che gli deriva dal tempo trascorso su internet, dove tutto è solo splendore del narciso, dell’autosoddisfazione, dell’autocelebrazione. E sono anche stati viziati fin da bambini al consumismo, ad avere tutto. Svuotati fin dall’inizio, lo vedo oscuro il futuro….

  2. ellagadda ha detto:

    Ho letto con interesse questo articolo (ne ho scelto uno a caso e leggerò anche gli altri).
    Concordo e non concordo: è vero che internet rende tutto apparentemente più facile e splendente, ma è anche vero che, proprio per questo motivo, diventa difficile farsi spazio in mezzo ai tanti, o anche solo scegliere la strada giusta, sia per trovare dei canali interessanti e anche poi per emergere;
    vero anche che ormai lo scrittore è diventato una sorta di divo (e l’esempio di Baricco è proprio calzante), però non sono certa che anche prima non fosse così, certo in una maniera differente, meno amplificata, ma credo che sia un problema di vecchia data.

    Forse adesso si, la letteratura è diventata bene di consumo, quando prima era destinata a pochi fruitori, per cui ha dovuto cedere alle mode e anche a differenti tipologie di pubblico: la casalinga, l’adolescente, l’impiegato, il pensionato, lo studente universitario, quello liceale, ecc, tutte categorie abbastanza standardizzate alle quali in un modo altrettanto standardizzato risponde la grande industria culturale.
    Però ho il dubbio che questa situazione, frenetica e qualitativamente pessima o almeno mediocre, contribuisca non poco al malessere dello scrittore, e degli artisti in genere, perché è vero che siamo abituati al “tutto e subito” però è anche vero che in questo caos diventa difficile maturare delle scelte; non è una giustificazione della mediocrità, assolutamente, ma credo che i canoni che vengono dal mondo esterno siano abbastanza forti da potersi imporre come per lo meno condizionanti.

    E’ certo che un invito alla bellezza non può che giovare, però la bellezza va anche insegnata

    (mi viene in mente Petrolio, La visione)

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