COSI’ IN CIELO COME IN TERRA – BRIAN GREENE E LA MIA TEORIA DELLE STRINGHE (di Massimo Pamio)


In un dialogo non impossibile, Brian Greene, docente alla Columbia Univerity di New York, uno dei più noti divulgatori al mondo delle nuove teorie cosmologiche, mi suggerisce l’idea di sovrapporre le mie personali riflessioni riguardanti l’identità dell’uomo a quelle più avanzate della ricerca scientifica: “Chissà che lei non trovi nell’uomo quello che noi cerchiamo nell’universo”, mi dice. “Forse solo uno psicanalista potrebbe”, controbatto. “Lo psicanalista isola i sintomi, lei deve trovare un’immagine forte, un’allegoria, che non sarà forse una soluzione, ma forse un piccolo contributo a far allontanare l’uomo dallo specchio delle sue brane”. Così ho tradotto un gioco di parole intraducibile dall’inglese all’italiano: con “brame-brane” ho inteso specificare il passaggio dal narcisismo al tatticismo che Greene auspicava nel colloquio immaginario.

Per aver sostenuto quotidianamente il peso di una incrollabile fede in se stesso, esercitata fino al termine della propria vicenda personale, ciascun uomo può essere considerato un eroe. L’aver creduto in sé sempre e in ogni circostanza, nei giorni, negli anni: nel tempo, questa è la vera dimensione tragica della modernità, questa è la porzione di sacro oggi concessa all’uomo. Nel nostro secolo l’uomo non nasce da una costola di Eva, ma dall’osso spolpato della sua fede, dal continuo praticare forme di autoconvinzione. Il credere lo preserva nella sua diversità e lo costituisce, lo esalta, lo rafforza, lo difende da tutte le disgrazie, da tutte le vicende gioiose o dolorose, che giammai potranno abbatterlo o sgretolarlo in mille pezzi. L’uomo deve sempre credere per poter essere oggi l’uomo che è già stato: egli è il risultato delle sue azioni, dei suoi movimenti, delle sue scelte, delle sue relazioni. Se si è ingannato, sono stati fondamentali per lui l’arte e la bravura con cui si è ingannato. Se ha avuto stima di se stesso, è stato basilare l’ingegno mediante cui è riuscito sempre a mantenere viva la sua convinzione, usando mezzi e modi a disposizione. L’autoinganno o la fede in se stesso sono diretti a conseguire lo stesso risultato, quello di condurre l’individuo verso una meta, verso un traguardo. Quando l’uomo raggiunge il traguardo, deve ricominciare da zero; inizia per lui un’altra vita, una sorta di reincarnazione. Si compie per lui il suo tempo: perché la meta è sempre legata al fattore temporale -non c’è una meta senza un prima e un poi, la meta è un passaggio. Raggiunta la meta, bisogna che egli indugi: per fermare il proprio tempo, per riflettere e annullare pian piano quello che è stato (tutto quel che ha inventato per raggiungere la meta è ormai alle spalle, superato, svuotato di ogni senso). Fare del proprio tempo il tempo del mondo, che è quello di “andare, vivere o restare e morire”, come afferma il protagonista di “Romeo and Juliet” di Shakespeare. Compiere ogni volta una scelta: per la vita e per se stesso,una scelta per la fede in se stesso e nella vita. “Il modello standard considera gli elettroni e i quark come (…) punto d’arrivo del processo di divisione della materia, la matrioska più piccola dentro la quale più nulla è contenuto. Secondo la teoria delle stringhe, elettroni e quark sono punti di dimensione zero: questa è solo un’approssimazione, perché a ben guardare sono piccoli filamenti di massa/enrgia in perenne oscillazione detti, appunto stringhe” (Greene, La trama del cosmo). L’istante in cui si ricompongono le diversità del mondo nell’individuo – in cui l’inganno o la fede in se stesso hanno finalmente conseguito la meta – costituiscono il più piccolo frammento di spaziotempo, in cui non c’è più nulla da conoscere. Nell’aprirsi di una nuova vita, di una nuova dimensione ci si rende conto che l’uomo non è libero, ma è sempre legato a qualche cosa d’altro. L’io è un legame, una stringa, che usa la propria estremità per annodarsi. La meta è il nodo. Un nodo che leghi un’altra stringa, un altro io in sé, come una cicatrice irrimarginabile Questa, la meta: la felicità, l’amore, il successo. Di nodo in nodo, la stringa si avvicina all’estremità di se stessa. L’ultimo nodo, la morte. L’ultimo nodo, per essere stretto, dovrà però sempre lasciare un pezzettino della stringa. La vita non si risolve mai, lascia sempre una meta non raggiuta, un problema non risolto, un altro io con cui si sarebbe dovuto stringere un nodo, la vita è sempre incompiuta. Per la stringa, conta chi su questa corda sarà riuscito a camminare, anche se solo in punta di piedi. Quel che conta per la stringa saranno stati la qualità e la quantità degli equilibristi che sono riusciti a trascorrervi sopra – a credere nella sua estensione, nella sua solidità, nella sua elasticità, per danzarvi o solo per compiervi un passo. Se anche una sola persona o un’idea di persona sarà stata su quella stringa, allora la stringa sarà stata quella giusta e l’uomo potrà affermare di averla tesa al punto giusto continuando fino alla fine a credere (o a ingannare) se stesso. I nodi che si creano sulla stringa liberano un’infinita potenza, modificano il mondo, unificano le forze che nel cosmo tendono verso lo Zero Assoluto, verso ciò che è Alfa e Omega.

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