LA COSA, EMINENZA GRIGIA DELL’UOMO (di Massimo Pamio)


Testimoni muti e versatili, gli oggetti, confermano le contraddizioni degli umani costruttori, noi che, nonostante il dovere genitoriale, siamo sempre sul punto di disconoscerli, invidiosi del loro occhio sempre chiuso, stupido, di quell’impenetrabile solitudine. Non ne accettiamo la vacuità. Soprattutto l’indifferenza, che non giunge mai a un sì, ad un no. Sono vie di mezzo, gli oggetti, non si torcono ai desideri, non li assecondano o respingono, non li detestano. Forse per questa sterilità incestuosa gli uomini si circondano di cose. Nella stanza un tavolo, un computer, libri, occhiali, una lente. Un telefono cellulare, una penna, una gomma, il mouse. Il filo della corrente serpeggiante fino alla presa, il battiscopa, di guardia alla sporcizia. Disperse ovunque da un criterio funzionalistico, le cose ci rassicurano sullo spazio. Sono le nostre estremità senza cuore. Non ci umiliano. Ci parlano di una presenza che mai ci tradirà. Ci riferiscono di uno stato di fedeltà perenne. Senza dedizione, senza alcuna devozione. Giungono dove noi non possiamo non vogliamo. Sono la nostra longa manus, la mano armata delle ubbie più inverosimili del soggetto. Lo schermo va a rubare foto, video, anime. La pistola nel cassetto va a rubare il pensiero omicida, i soldi nella cassaforte incassata nel muro vanno ad accrescere una macabra volontà di assoluto.
In un ufficio un mobile, le maniglie in plastica grigiotopo satinata, vezzo del designer, sull’invisibile toppa una piccola chiave, con un piccolo sfizio, nel cuore è rivestita di morbida plastica che come un mezzoguanto la preserva. Da che cosa, se tutto è passamaneria in questa stanza, perfino il vaso che lascia esplodere una pianta acquatica dai tralci impazziti in un intrico irrisolvibile. Tutto è passamaneria, semplice arredo, funzionale. Cose, oggetti di utilità. La loro stupidità in realtà è inutile, ne potremmo fare a meno. Non è vero che le cose ci sopravvivono, che sono il nostro destino, che la nostra esistenza è legata a loro. Gli oggetti sono privi di alcunché: sono stupidi e noi le manipoliamo a nostro gusto con efferata crudeltà. Perché non meritano altro, se non la nostra indifferenza, il nostro disprezzo. Le cose sono stupide, e non c’è nessun fine in loro, ma solo un’eterna scontrosa inutilità. Che differenza con l’uomo che le guarda e le osserva, sbadato, che con i suoi gesti le ammansisce, le controlla, le sposta, le rende vive. Perché noi non meritiamo altro che la loro fedeltà silenziosa, che la loro inettitudine, nient’altro che la loro stupidità?

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