SUL TRAMONTO DELLA TRADIZIONE CULTURALE di Massimo Pamio


Uno dei “Grandi Consiglieri dell’Istituzione” letteraria in Italia è Filippo La Porta, acuto intellettuale come pochi, il quale, con la solita perspicacia nell’individuare e nell’affrontare le novità e le trasformazioni in atto nella società, in una recente serie di programmi radiofonici di Rai Radio Tre dal titolo Passioni si interroga, a partire dalla crisi della trasmissibilità della eredità culturale alle nuove generazioni, sull’attuale appannamento della tradizione, sul venir meno dell’amore per la cultura umanistica occidentale, ritenuta “parco a tema”, “spettacolo consumistico” o “cabarettistico” a causa di una serie di motivi: la crisi delle utopie e delle ideologie; lo scemare della importanza e della significatività della letteratura e dell’arte, retrocesse a una delle tante specie di consumo; il cambiamento in atto del significato e del ruolo della cultura; il solco che si è creato tra le generazioni (il rapporto maestro-discepolo ridicolizzato dall’autorevolezza di Wikipedia), il generale disorientamento pedagogico-educativo, del mondo dell’istruzione e della formazione. Tant’è che oggi, afferma La Porta, un giovane scrittore nasce non dal passato ma da se stesso, e si forma su film, media, romanzi dei suoi anni, esulando da tutto quello che è accaduto nel passato, perfino rimuove il dolore e il caso da quella centralità che occupava presso gli scrittori del Novecento.

Le notazioni del critico mi invitano a proseguire nella direzione da lui tracciata, per scavare ancora più nel particolare, e  formulare una complementare domanda: la letteratura oggi non è più capace di trasmettere la tradizione umanistica?

Come molti dati sensoriali e molti aspetti del sentimento si stanno perdendo – pudore e imbarazzo, senso della vergogna, attitudine alla devozione, fervore nella fedeltà, nel consacrarsi, vcazione allo zelo e allo spirito di sacrificio   – denunciando il cambiamento in atto del sistema percettivo, così la sensibilità estetica sta mutando se non riducendosi.

La Grande Macchina Desiderante della letteratura (cfr. Deleuze e Guattari) che non cessa mai di godere di se stessa, che tende a soddisfare le condizioni di un’enunciazione collettiva a fini estetico-retorici, si è arenata.

Quali le ragioni?

L’abito fa il monaco

Ai nostri giorni, i giovani individuano con un’immediatezza disarmante carattere, personalità, classe sociale di un loro coetaneo. Basta osservare il vestiario, le marche degli indumenti e da quelli e da un paio di scarpe ecco chiarirsi gusti e sentimenti e sogni del ragazzino. Gli adolescenti dai 12 ai 15 anni costituiscono il target più appetibile, gli utenti verso i quali si dirigono le migliori offerte del mondo produttivo, perfino quelle dell’industria editoriale. Da un momento all’altro ci si aspetta che un tornado commerciale si abbatta su di loro, cambiando mode e tendenze. Questi individui – ma non solo loro – oggi sono fatti a fettine. Un processo che ha a che fare con la disumanizzazione e la reinvenzione (o previsione) dell’umano.

Nei romanzi dei giovani esordienti si accenna alle Converse o alle Tod’s, all’I Pad, trascurando la descrizione degli oggetti. I protagonisti portano le cuffie e non ascoltano una melodia seducente bensì Fix me dei Coldplay. Nomen omen? Oppure la cosa è la conseguenza del suo nome-nume (il brand, il marchio)? La cosa produce estasi, sospende il presente e lo inchioda alla sua responsabilità di essere il marchio del destino (l’alter ego ma anche l’orizzonte ultimo) dell’uomo. La caduta (o meno brutalmente l’essenzializzazione, la scarnificazione) stilistico-linguistica e dell’immaginario si accompagna a quella estetica, Non siamo di fronte a una letteratura di consumo, ma a una letteratura che si consuma. La scrittura è funzionale al feticcio della letteratura, cosa tra le cose. L’uomo non è tout court un consumatore, ma si consuma, si assottiglia nella sua umanità, si essenzializza, perde, decade, tramonta. Il sentimento è un grumo estatico, un ictus che azzera, annulla, e crea finzione, una finzione che ha a che vedere con l’assoluto, ovvero con la sospensione del tempo in un solo istante. L’immagine è la vera icona in cui il mondo si dà, si sconta, si rilascia. L’uomo, nell’immagine, si fa specchio e non protagonista del vedere. L’immagine del consumo è l’immagine stessa dell’istante, è il rivelarsi del Tempo. Sullo schermo televisivo o dell’I phone o del computer, il volto non è un volto, ma il volto, l’ideale del volto che induce a essere tutti quel volto: il consumo vero è quello della finzione.

Non si può immaginare il presente, non si può fingere il presente. La mancanza della finzione consuma la letteratura. L’estesizzazione diffusa azzera il bisogno della finzione.

La Porta che cita di George Steiner l’ipotesi secondo cui siamo entrati nella fase della post-cultura, in cui la cultura cambia significato, per avvalorare tale assunto si appoggia al commento di un giovane che ritiene La tregua di Primo Levi un romanzo “molto intrigante”, correggendo poi il tiro e aggiungendo di non voler sostenere “che questo aggettivo così assurdo, così grottescamente improprio riferito al libro di Levi esprima un nuovo senso comune”. Però, conclude sibillinamente, “qualcosa ci dice su questo tempo e sulla post-cultura”. In verità la frase rivela proprio un nuovo sentire, e riassume magistralmente con un paradosso la mutazione del sistema percettivo e sensoriale che sta investendo l’umanità e la sua concezione estetica e linguistica. Un sentire disumanizzato, che avverte il dramma della guerra e dei deportati senza dolore, senza il tempo del dolore. Al centro del presente assoluto è l’individuo immortale che con noia assiste al formarsi delle immagini del corpo, infinitamente proiettato dalle cose, nelle cose, per le cose.

Qualcuno definisce tale dimensione nei termini della fine della civiltà occidentale, come Alessandro Alfieri che rileva nei Frammenti della catastrofe: “La catastrofe è lo spazio (…) della consapevolezza dell’inevitabilità della Fine (…) che coincide con le cose stesse (…). Oggi tutto è frammento (…) che non si ricompatta mai, perciò raggiunto il margine finisce e ci getta nel vuoto”.

Dove sta la cultura? La morte dell’estetica artistica quale luogo privilegiato dell’enunciazione del discorso del desiderio e dell’immaginario collettivi

Raggruppati in sottoinsiemi di categorie, sottoposti a statistiche e ad algoritmi che ne prevengono aspettative e desideri e ne pianificano i consumi, quantificati, cosificati, aperti nelle viscere, sviscerati e offerti in sacrificio al dio dell’Immaginario Consumista, per desiderare e sognare il consumo che a loro spetta per eredità, censo, nazione, gruppo, solitudine, impagliati e mummificati dal tassidermista, eterodiretti, gli individui sono presi nella rete (non solo del web) come pesciolini, anestetizzati dall’isteresia del sociale, che coniuga l’estetica con l’isteria consumista. I sentimenti sono slogan nelle canzonette, il destino del singolo è uno slogan negli spot pubblicitari. Tutto è narrazione (parestetica), gli scrittori di romanzi concorrono alla scrittura in un mercato che li vede comunque perdenti o marginali, mentre il mondo giornalistico etichetta retoriche sulla scena della cronaca della politica del sociale e il linguaggio tecnico-scientifico decora slogan sul corpo – ultima Thule della storia del conflitto dei segni. Le masse, soggette a una collettiva ipnosi d’ordine nevrotico-estetica che sfocia, con l’avvento del web, soprattutto presso i giovani, in una sindrome dissociativa bipolare, sublimano gli inconsci desideri di successo e di potere partecipando al consumo sempre più frenetico del pianeta-oggetto-merce. Nel mondo divenuto merce le utopie ideologiche crollano, sostituite da narrazioni che risvegliano le cose dal loro lungo sonno metafisico, subito promosse a puri splendenti oggetti del desiderio. Il Sistema della Pianificazione globale inventa l’uomo servo e dio delle Cose, attraverso la fase produttiva sostenuta dall’apparato pubblicitario e la fase consumistica, appoggiata dalla spettacolarizzazione della realtà. Il generale plagio fisico e metafisico in atto, destabilizza le culture locali e le relazioni e gli scambi e i conflitti tra culture, indebolendo la biodiversità del pensiero e delle tradizioni, scuotendo alle radici valori e postulati di culture millenarie, come quella umanistica. L’arte e la letteratura della civiltà capitalistica occidentale perdono il carattere artigianale e individuale, la manualità, la conoscenza dei mezzi e degli strumenti di base, dai pigmenti alla complessità sintattica, in una sorta di masochismo autoespropriativo che dimentica tradizione, memoria, storia, il portato millenario di ricchezza, scienza ed esperienza. Gli artisti e gli scrittori si inoltrano nel deserto del presente assoluto, come fantasmi – a loro viene affidato il compito di approfondimento che i giornali quotidiani non fanno più, ossia di chiosare il reale, quale deboli commentatori dell’hic et nunc, opinionisti a fini estetici del reale, in un maquillage che si rivela spesso kitsch, con effetti di un lifting mostruoso. Nel “presente assoluto” non c’è tanto bisogno di dialogare con la tradizione, quanto di far comunicazione (marketing) del mezzo espressivo di cui ci si avvale, di pubblicizzare o di far manifesto pubblicitario del prodotto artistico (fino a renderlo un brand, un marchio riconoscibile del nome dell’Autore). Nell’opera d’arte deve essere inclusa oggi la “confezione” (si spiega così in letteratura l’invasione della letteratura di genere, del poliziesco, del noir, del thriller, del legal thriller, del romanzo giallo-misteriosofico-storico o dell’inchiesta giornalistica estrema alla Saviano, reality spy show). In mancanza di un dialogo con la Tradizione, scomparso il futuro, letteratura e arte si appiattiscono sul presente, con cui sono costrette a misurarsi; azzerano la loro millenaria superbia, la loro supposta “superiorità” (morale, immaginativa, critica?) sul reale, e, non potendo svilupparsi in ampiezza per la ristrettezza degli orizzonti, negano di aver avuto una vita propria e alternativa, svoltasi nel passato, a cui artisti e scrittori dovrebbero rendere sempre conto, come a un tribunale, mentre invece sono costretti al giudizio dello spettacolo consumistico e mediatico. In futuro, la letteratura e l’arte rischieranno di dover rispondere dei meccanismi inconsci che le hanno originate.

La letteratura non trasmette più la Tradizione

Se da una parte si assiste alla fine della manualità, inverata nella manipolazione tecnologica delle immagini che dà vita a una ironia fredda, a una condizione distaccata e cold per l’arte, la letteratura pare affondare nella crisi della lingua, che in Italia non costituisce più la mitologia fondante dell’identità nazionale a causa dell’invasione della lingua inglese, impostasi come media di riferimento della tecnologia e dell’informatica (la lingua dell’impact factor), lingua di riferimento dell’idea fondante del “presente assoluto”.

Il romanzo viene manipolato dall’industria culturale e subisce mutazioni: 1) l’appiattimento e l’omologazione stilistica, grazie agli interventi degli editor sui romanzi, lo stile individuale è bandito e abolito, il romanzo di un esordiente deve osservare lo stile di tutti gli altri, i romanzi degli scrittori esordienti italiani sembrano usciti dallo stesso allevamento di scrittori in batteria o dalla stessa suola di scrittura creativa; 2) gli intrecci sono semplificati, la trama è ridotta all’essenziale, forse perché si ritiene che il lettore non possa affrontare più di un certo numero di personaggi e di situazioni; 3) maggiore attenzione al fenomeno sociale, il romanzo deve avere sempre un’attinenza con problemi della cronaca e del presente, c’è un dovere letterario di cronaca, ben vengano i romanzi sul mondo dell’economia, dell’azienda; 4) maggiore attenzione al dato morale, lo scrittore deve essere un buon opinionista – deve essere il corifeo di una nuova etica; 5) ostentazione dell’appartenenza a un genere o a una contaminazione di generi, in crisi appare soltanto la letteratura di fantascienza, perché parlare del futuro oggi è un anacronismo. A mio avviso, perfino la letteratura per ragazzi che tanto viene osannata è una letteratura di genere per di più pompata per motivi puramente commerciali (ipocritamente contrabbandata come un impegno sociale per riavvicinare gli adolescenti alla lettura). 

Il controllo passa attraverso il linguaggio, ridotto a slogan politici ed economici che sempre ipocritamente vengono sostenuti nei talk show televisivi sotto forma di falsi conflitti tra parti avverse, in realtà tutti miranti al trionfo di parole d’ordine (spread, debito sovrano, core inflation, spesa pubblica, ecc.) su cui la gente si deve confrontare, evitando il dialogo sul sociale perché vige il periodo dello smantellamento dei diritti (cfr. John Berger, Contro i nuovi tiranni) e dei beni comuni, processo da mantenere segreto. L’economico occulta il sociale, l’aziendalizzazione e la privatizzazione vengono mostrate come virtuose rispetto alla gestione pubblica.

La letteratura italiana (sotto la spinta e sotto l’egida della letteratura statunitense) proietta la componente estetica sullo sfondo,  anzi, la depone, la ignora, perché quel che conta non è la bellezza, ma la messa in scena di un lungo episodio da serial televisivo, la sceneggiatura di un film di successo. Ecco che possiamo leggere bei dialoghi, intrecci interessanti pur se noiosi, che descrivono ambienti di successo, luoghi dell’immaginario popolare.

Una letteratura “caricaturale”, che fa il verso a se stessa, che vive in funzione di una statistica e di richieste di un target di riferimento (generalmente nazionalpopolare) che deve far presa sull’emotività da “business” che anima buona parte dei potenziali consumatori.

È di questi giorni il film La grande bellezza di Sorrentino, in cui appunto la bellezza è un fondale, una scenografia che riposa sull’orizzonte, lontana dalla nostra vita, sebbene visibile. Il vero vuoto che ci appartiene è la nostra vita, e la bellezza è ormai un orpello, forse nemmeno fonte di un moto di nostalgia, che denuncia nient’altro che il nostro horror vacui.

I romanzi attuali non sembrano avere alcuna attinenza con la Tradizione. I giovani non leggono, la loro conoscenza letteraria si arresta agli anni Ottanta, non va oltre. Elsa Morante e Gesualdo Bufalino esprimono una lontananza epocale, appartengono all’arché della letteratura.

Infine, il ruolo dello scrittore non è più quello dell’intellettuale che ha un qualche peso all’interno della società,  che può con la sua voce indurre molti alla riflessione (il caso di Pasolini è emblematico). Lo scrittore è diventato un professionista del mondo editoriale, un dipendente precario malpagato, che spera di essere assunto a tempo indeterminato e perciò si mostra fedele alla sua azienda fino in fondo e ne sposa le scelte pubblicitarie, ne approva le proposte, esalta editor, impiegati, funzionari, hostess della scuderia a cui appartiene, sperando di diventarne un cavallo su cui punteranno le loro attenzioni. La sua dignità sociale è completamente azzerata.

La letteratura non soddisfa più il bisogno di finzione

«Gli uomini leggono, perché quasi come il pane, hanno bisogno di finzione» scriveva Georges Simenon. Oggi la letteratura ricopre questo ruolo in modo marginale, sopraffatta da videogiochi, da giochi di ruolo, da film, corti, videoclip, da quella fonte continua di immaginario che è “You tube”, da quella riserva indiana per finzioni socialmente corrette che è “Facebook”. La letteratura era il mediatore tra la realtà e la finzione che produceva la figura del sognatore-lettore, soggetto liberato dall’identità sociale e collettiva che diventa qualcosa anziché il nulla del proprio indossare la maschera dell’individuo. Un di più che lo riconnette al desiderio, alla passione: la letteratura giocava in favore della fede dell’individuo nelle proprie qualità e possibilità, ma soprattutto riempiva il suo vuoto in concorrrenza con l’Altro, ovvero con l’Ordine Simbolico sociale che gli imponeva determinate condizioni e comportamenti. Il cinema 3 D irride la letteratura ma perfino l’uomo, ponendo lo spettatore al centro di una condizione di sovraeccitazione quale attore e protagonista di un sogno a occhi aperti in cui ogni attimo è liberazione, in cui ogni segmento di finzione è liberazione ma da che cosa se non c’è tempo per l’elaborazione simbolica dell’esperienza?

Il nuovo alle porte

Il nuovo bussa alle porte, ma non sappiamo che cos’è, chi è, come si presenta. La società sensazionalista in cui viviamo ci ha disimparato a riconoscere il nuovo. Se tutto è nuovo, nulla è nuovo. Pochi riescono a intravedere. I profeti tacciono. La poesia, la letteratura annaspano, boccheggiano. Una voce ecco si affaccia, ma è quella della classicità, è la voce di Marilia Bonincontro, l’autrice del libro di poesia più importante degli ultimi cento anni, che enuncia a chiare lettere nella sua opera Sul ciglio dell’ombra: “S’attardano i secoli/ e le memorie e i passi/ dei vivi sui sentieri/ d’ogni necropoli-/ e muti si confondono,/ fatti leggeri al vento/ dei giorni provvisori”. E’ l’ultima voce della Tradizione che si consegna al Nulla: “Dal nulla al Nulla/ o dal nulla all’Essere,/ forse soltanto un soffio,/ un battito d’ala/ o forse stazioni di transito,/ forme deserti, oceani,/ forse viaggi infiniti/ nella vertigine del tempo,/ forse attese anni-luce/ nelle galassie del Silenzio”.

 Filippo-La-Porta

alfieri

sulciglio

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13 thoughts on “SUL TRAMONTO DELLA TRADIZIONE CULTURALE di Massimo Pamio

  1. Mi stupisco di come ci sia ancora qualcuno che sappia opporsi al kitsch milionario e aristocratico e che sappia ancora credere nelle radici sane del Movimento moderno e, per la letteratura, alla straordinaria disputa di Camus sul “Prometeo…”, per una revisione concreta delle nostre fonti classiche al giorno d’oggi.

  2. Rileggendo Prometeo agli inferi(Camus) emerge la forza in auge, ove la tradizione non vive al tramonto ma viene letteralmente soppressa, rinasce da sola come un essere nuovo, come la vita. Il mondo è più bello, ma “l’occhio” della realtà diventa critico e spaventosamente attuale..

  3. Luisa Gasbarri ha detto:

    Di solito non lascio commenti, ho talora la sensazione che l’accumulo vertiginoso delle parole sul web contribuisca a quel rumore di fondo che finisce per annichilire i messaggi. Trovo tuttavia questo intervento pienamente rispondente alle sensazioni che avverto, alle riflessioni che ormai quotidianamente mi sorgono spontanee di fronte alla crisi dell’arte e della letteratura nella società contemporanea, di fronte all’eclissarsi della bellezza, dello spessore, della complessità, deprecata in nome di una leggerezza fasulla che ci ha condotti nel giro di pochi decenni alla banalizzazione e alla stereotipia dominanti. Purtroppo l’editore investe nel libro come in un prodotto, e alla sua stregua si muove tutto quanto intorno al libro ruota: pubblicità, giornali, interviste, premi letterari, consenso critico, costruzione del personaggio… L’intellettuale non esiste, come non esiste più lo scrittore: esistono persone che pubblicano libri, certo, e purtroppo spesso lo fanno non per urgenza intima, o per necessità artistica profionda, tanto meno per viscerale desiderio di cambiare il mondo, ma per un compiacimento personalistico, glamour, svagatamente cool. Nella barbarie la lingua si appiattisce, lessico e sintassi vengono depotenziati e avviliti, la cultura si frantuma e impoverisce, alle grandi visioni si sostituiscono colpi d’occhio sornioni, spacciati per illuminazioni rivelatrici, virtuose, originali. Voglio credere tuttavia negli eterni ritorni. Nessuna decadenza è infinita.

    • Brillante sensibilità e inesorabile certezza, confermo pienamente. Ricordo solamente che la nostra recente decadenza, dagli anni dieci del Novecento, ci ha lasciato autentici capolavori; attualmente mi ritrovo a citare Camus, quale prima spiaggia per la “rinascita”. Io scrivo saggi di pittura, ogni tanto (www.pitturadv.blogspot.com). Mi spaventa il fatto che stia svanendo anche il ruolo dello scrittore; neppur Marinetti può nulla innanzi alla delucidazione posta nel commento precedente; confermo pienamente.

  4. Manca comunque nella letteratura giovane d’oggi un approccio alla ricerca della verità, all’introspezione di esperienze reali. Per lo più, affrontando argomenti contemporanei, si formalizza il linguaggio della cronaca informale, giornalistica, anche se in maniera molto approfondita oppure ci si affida a legittimazioni statistiche, nuovi miti da spegnere comunque.

  5. Grazie! Lei esprime esattamente come io lo penso ed ho scritto già da anni contro la corrente, albe le case editrici non mi appoggiano in questo. Vi dico: in Olanda la situazione è esattamente lo stesso. Dappertutto, direi. Mi miraviglia che ogni tanto un vero libro, bello e nella grande tradizione, sia ancora pubblicato, persino nella U.S. Intanto continuiamo, e La ringrazio ancora per la Sua analisi.

  6. Sergio Sozi ha detto:

    Analisi che condivido completamente, caro Massimo, la firmerei volentieri! Ho avvertito pero’ – mi succede spesso anche leggendo i migliori articoli, di questi tempi – l’assenza di una ”pars construens”: nel deserto del Nulla, dopotutto, l’unico umano privilegio e’ quello di poter erigere modi migliori di creare letteratura, arte, vita, immaginario. Ed infatti, a ben vedere, e’ proprio questo che fa la differenza con il passato: il filosofo, l’osservatore qualificato delle ”cose dell’arte”, fino a qualche decennio fa non solo elencava i difetti della sua epoca, ma presentava una maniera – meglio se armonica quanto complessa e variegata, insomma un modello, un sistema filosofico – per superare tali difetti.
    Dunque rimbocchiamoci le maniche: se quelli stigmatizzati da Massimo sono i problemi, ora ci aspetta il sacro compito di proporne le soluzioni. Altrimenti il sistema odierno prosegue da se’ la propria marcia e noi restiamo in un angolino a fare le voci ”clamanti” nel deserto…
    Saluti cari
    Sergio Sozi

  7. Viviamo nell’epoca del kitsch milionario dagli anni 50′, in ogni settore artistico assistiamo alla perdita del gusto culturale; in letteratura vi è spazio solo per best seller da “incantatore di serpenti”, mentre il cinismo(odio represso..) domina il consumismo. In pittura peggio(dipingo anche, scrivo saggi artistici..)oggi si assiste a pseudo-avanguardie(senza guerra mondiale!), ove la tradizione viene annullata e il bisogno di “nouveau” serve solo a soddisfare solite elitè di miliardari annoiati, ricreando secondo me una sorta di “neorococò” inaccettabile. Ogni istanza delle avanguardie storiche viene stroncata al momento della sua concettualizzazione funzionale, l’obiettivo è generare un classismo marxista, ove due parti opposte possono affermarsi sulle società, imponendo “il culto di astratte ideologie (W. Grossman)”.

  8. noubsedizioni ha detto:

    Il denaro è il vero Dio del Male. Ed è il sangue del pianeta, attualmente. La monetizzazione è il principio dominante anche nell’arte e nel mondo del pensiero, della conoscenza. Occorrerebbe un san Francesco del pensiero. Forse c’è, il nuovo Papa, che si esprime in modo autentico e cogliendo ogni volta la radice del problema.

  9. Concordo, ma se il dio denaro si compiace del kitsch, è vero che il gusto sparisce, è vero che almeno il liberty mise veramente “dei fiori nei loro cannoni”, è vero che è assurda ogni forma d’avanguardia se non c’è una guerra mondiale, è vero che la biennale veneziana è la “Versailles dell’arte”, è vero che gli artigiani devono sparire dal pianeta. A me basterebbe, (spero non sia il Papa a difendere “il lavoro naturale”, allorché dalla parte opposta ci ritroveremo gli “imperi”) che almeno sparisse l’ipocrisia concettuale, per far meno confusione e per avere meno distrazioni modaiole, alquanto noiose.

  10. Non tutti i best seller son malvagi, il cinema aiuta già il libro e trasformare il cinema in kitsch lasciamolo ai “videoinstallatori”che si spacciano per pittori!!!…..infatti, non ci riescono, che gioia, almeno quello.

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