LA POESIA DI MARY BARBARA TOLUSSO


Per un’introduzione alla poesia di Mary B. Tolusso di Massimo Pamio

La dimensione della poesia moderna è ossessionata dalla ricerca di una identità per l’uomo, che non riesce quasi più a respirare, ad incontrarsi con se stesso, preso dal perenne viaggio che dovrebbe accompagnarlo verso l’obiettivo (quasi sempre di carattere materiale) che si è prefissato di raggiungere, angosciato da una velocità con cui gli eventi accadono trasformando il mondo, sottoponendolo a uno stress emotivo e fisico continuo, che lo rendono incapace di trovare un gruppo, un clan con cui condividere il proprio intimo destino, di formare gruppi a causa della disomogeneità (o superficialità?) spirituale, e proprio per questo inventore di nuove maniere più dirette ed esplicite per fondare comunità, distinguendosi pertanto dal passato, dalla società tradizionale patriarcale, per avviarsi verso la fondazione di gruppi di “intenti”, frastornato dagli oggetti, dalla presenza di cose che nel consumismo occupano uno spazio vasto e onnicomprensivo, relegato a diventare “poeta” tra i “poeti”, ovvero un esule, un emarginato tra gli emarginati, impostore tra gli impostori, traditore e forse coscienza critica di una società sfuggente, indifferente, egoista, cinica, priva non solo di un’etica “letteraria” ma soprattutto di un bisogno di moralità.

La poesia di Mary Barbara Tolusso è fortemente visitata dalla volontà di creare quel discrimine tra bene e male, tra abisso e superficialità che l’attuale società pare non considerare, di trovare un limite tra le concezioni, tra le visioni, tra le costruzioni dell’uomo, perché la forza della modernità risiede nel flusso senza coscienza che tutto attraversa, senza soluzione di continuità, ma dove cercare i lembi di questa idea?

Apolidi senza patria e senza futuro, i poeti (forse gli individui comuni, ormai il poeta del Duemila non si sente più un privilegiato, un cantore del destino: egli stesso è una foglia trasportata dal fiume, e perciò un uomo come gli altri, il poeta della porta accanto) cercano quel limite tra il sonno e la veglia, nell’equivoco, negli animali, nei morti, nella “slogatura dei giorni”, nella descrizione delle cose che girano loro attorno come satelliti

A casa non ci sono

gatti, ribalte, mappamondi, ma vestiti di serie in armadi

di serie (…)

oppure in quella dei gesti comuni (che in questi versi ricorda una poesia di Cattafi):

Da fuori il luccichio

delle calze, la pelle soda, rasata sul gonfiore. Dentro è tutto

un vuoto ben curato. Tengo il sesso per un angolo.

Il poeta si fa orecchio del mondo, oppure spia del condominio, lavoratore che approfitta del proprio osservatorio per sbirciare le reazioni dell’altro, una specie di Simenon minimo, un investigatore di ferite e feritoie che danno su un vano buio dell’appartamento di fronte di cui ormai inconsapevolmente si condividono non solo gli strepiti ma anche il destino. Siamo condomini del mondo, in un mondo che, globalizzato e omologato, rischia di non offrire più avventure alla fantasia letteraria, ma solo spunti ironici di una forse falsa comunanza di odori, sapori, pensieri kitsch:

Nel giardino di fronte,

la famiglia cuore

cerca i pezzi della piscina smontabile

e accende il barbecue per riempire il cielo di maiale arrosto.

Anche loro non trovano qualcosa ma hanno

tutte le mutande al loro posto.

È un quadro orribile

ma è una storia bellissima.

Il problema è che il poeta non ha più terapie o soluzioni per questo mondo forse malato irrimediabilmente, ma qualcosa gli dice che forse il limite è possibile trovarlo, se le ombre ci tirano dalla loro parte:

Ma io dico che da qui, da questo preciso spazio

non ce n’è uno che parli davvero, che queste

cose succedono agli altri, negli intervalli

più soffocati, quasi invisibili, il cuoco,

l’impiegato, il suicida, il povero diavolo

con due figli da crescere. Ce n’è una schiera

tutti i giorni di gente che non sa con chi stare,

da che parte ci tirano le ombre, se bisogna vivere

con i vivi o con i morti.

Poesie di Mary Barbara Tolusso

Apolide

 Poiché ormai è una questione di ore mi dico

dal sonno che noi siamo qui, per molto tempo

e in ogni tipo di moto perpetuo. È meglio credere a ogni equivoco,

agli animali che si accoppiano con grande e incredibile

destrezza, li sento respirare, lievi, sotto il bianco

dei morti. Ma adesso – dicevi –

il fruscio si fa ombra, attendi il numero degli imbrogli,

la divergenza dei margini, la slogatura dei giorni.

Le pareti di viale Monza erano

punte sottili

                       era Sirio al tramonto

                       la poesia una pietra.


A quest’ora, di notte, il buio non ha fretta, resiste

in ogni angolo. È scolpita come l’acqua nella botte

che non ha un posto preciso. A casa non ci sono

gatti, ribalte, mappamondi, ma vestiti di serie in armadi

di serie. Forse scrive un diario puntuale – non baciare – e dietro

al paravento so per certo di una foto dove non trattiene

né il gesto né il respiro. Da fuori il luccichio

delle calze, la pelle soda, rasata sul gonfiore. Dentro è tutto

un vuoto ben curato. Tengo il sesso per un angolo.

(lei parla con la voce mozza e cretina dei corpi destinati al massacro)


Se si potessero misurare i balzi dell’attenzione, il lavoro dei muscoli oculari, i moti pendolari dell’anima e tutti gli sforzi ai quali un individuo che cammina per strada deve sottoporsi per non essere travolto… Il problema era filtrare la voce, svincolare la fitta delle braccia, riportare le parole al proprio posto.

            Suppongo che sia così che si conservi la specie, ci sono stelle dure, puntute, appese basse sulle nostre teste. Le altre erano state abbattute fino ai prefabbricati, tane discrete, nuovissimi traffici.


Ho sognato un letto e due cuscini, di farmi

crescere le mani di traverso per soffocarli

nel sonno. Non che non li conoscessi,

qualche fotografia, forse, qualche parente,

un gatto avrebbe potuto saperne di più.

Esitavano sull’immagine

aperta in confronto all’amore la vita

                                   sembra solida.

A tavola, sul divano, sotto una luna

d’intonaco loro mi amano con dieci miliardi

di cellule. Solo così vivere, né si può chiedere

il riso matto dei Penati, il giocattolo di Caino.


Passo di stanza in stanza

chiedendomi dove sono finiti

gli slip dell’anno scorso.

mangio uno yogurt mentre alla radio

danno l’ouverture di Bach.

Tutti sappiamo più di quello che fingiamo di sapere

e vorremo vivere a Malibù con il culo al caldo.

Per ora ascolto un’orchestra sinfonica

che è più di quanto si possa sperare.

            Nel giardino di fronte,

la famiglia cuore

cerca i pezzi della piscina smontabile

e accende il barbecue per riempire il cielo di maiale arrosto.

Anche loro non trovano qualcosa ma hanno

tutte le mutande al loro posto.

È un quadro orribile

ma è una storia bellissima.


È una serata fortunata, la sala

conta almeno otto uditori.

Dalla finestra milioni di camere

vuote con le tv accese. Iscritta

sulle corde di una P è preceduta

dai tripudi del fogliame, il solo

che turbina. Più che entrare,

dovrebbe spiccare il volo, raccogliere

la gonna con le mani. Avesse almeno

una veste più leggera, da grande

occasione, da rima baciata. Fa scivolare

qualche asso dalla manica, vacilla sul gradino,

desta l’attenzione. Nell’orlo

di una sedia grigia una ragazza sfila

la fibra e un uomo chiude gli occhi

pensando alla partita. Forse

aspettavano qualcun altro, a lume

di candela, qualcuno che calpesti

l’eternità con la punta delle dita.

«Che ora è?» chiede un marito in prima fila.


Di nulla possiamo lamentarci.

Ci siamo fatti largo nell’angusto

passaggio verso la feritoia

per decidere, infine, un attivo

controllo della respirazione.

È una quiete distesa dove

ognuno conduce, senza volerlo,

questo leggero movimento del corpo

con silenziosa, commossa

partecipazione dal terzo pianeta del sole.


Non che me ne importi molto, ma alle

dieci di sera, alle tre, alle quattro del pomeriggio

arrivava sempre gente un po’ speciale.

Nell’ufficio, intonacato di nuovo,

con la voce di grondaia li sentivo

fare conti, li sentivo singhiozzare

la cena, così, di colpo, nessuno

se lo aspettava, oppure la versione malattia, quante

cose difficili da nominare, alla fine,

si capisce, è stato meglio, non c’era terapia.

Ma io dico che da qui, da questo preciso spazio

non ce n’è uno che parli davvero, che queste

cose succedono agli altri, negli intervalli

più soffocati, quasi invisibili, il cuoco,

l’impiegato, il suicida, il povero diavolo

con due figli da crescere. Ce n’è una schiera

tutti i giorni di gente che non sa con chi stare,

da che parte ci tirano le ombre, se bisogna vivere

con i vivi o con i morti.

Mary Barbara Tolusso vive tra Trieste e Milano dove lavora come giornalista. Ha pubblicato i volumi di poesia L’inverso ritrovato (Lietocolle, 2003. Premio Pasolini 2004) e Il freddo e il crudele (Stampa, 2012. Premio Fogazzaro 2012). Ha collaborato con la rivista Almanacco dello Specchio (Mondadori). Dal 2005 si occupa della sezione under 35 del Premio Cetonaverde Poesia. Ha pubblicato il romanzo L’Imbalsamatrice (Gaffi, 2010) e nel 2013 il volume dedicato a Trieste della collana Grandi scrittori del Nordest, diretta da Gian Mario Villalta. Suoi testi sono stati tradotti in spagnolo, sloveno e inglese.

mbt foto

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One thought on “LA POESIA DI MARY BARBARA TOLUSSO

  1. almerighi ha detto:

    condivido, è un’autrice notevole di talento graffi e senso dell’umorismo

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