ANTONIO D’ALFONSO – Nutrirsi alle radici – di Viviane Ciampi


ANTONIO D’ALFONSO

 

Nutrirsi alle radici

 

di Viviane Ciampi

 

 

 

Tutt’altro che esercizio di quiete il percorso di Antonio D’Alfonso, che si trova al crocevia, principalmente, di tre culture (francese, inglese e italiana). Il poeta (nato sul territorio, da genitori italiani) mette in scena, in una sorta di catarsi, il teatro del quotidiano con un triplice sguardo che interroga, rimpiange, denuncia: «Adesso, quando chiedono come mi chiamo / prendo l’inchiostro della terra / e a fianco di Antonio D’Alfonso / firmo Amore».

 

D’Alfonso esercita la sua attività di editore e traduttore come in un gesto politico d’altri tempi, quando la parola “engagement” aveva un senso forte e drammatico. Il «figlio di un saldatore» combatte l’amnesia e il nazionalismo, riflette sul significato del vivere immersi in altri contesti culturali e linguistici, mette in evidenza la coscienza di una frattura, si arrovella per la perdita della lingua materna (quella intima e familiare, spesso dialettale) e delle proprie radici, senza smancerie, senza piangersi addosso ma con molte domande: «Si può essere italiani e non parlare perfettamente la lingua? Che cosa significa essere figli della post-migrazione in Quebec?».

 

Questo pensatore alla frontiera tra latinità e americanità, sorto da paesaggi urbani, oltre a esplorare l’angoscia di un’epoca senza punti di riferimento e perciò contraddittoria, getta un ponte tra generazioni. Così, nel rifiuto della parola nostalgia (che tuttavia affiora), fa scaturire il suo personalissimo concetto di identità, un’identità non limitata a tradizioni e confini geografici, che non affonda nel chiacchiericcio di cui si nutre tanta letteratura.

 

Antonio D’Alfonso è nato a Montréal nel 1953, da genitori italiani, compie studi in inglese e francese al College Loyola e all’Università di Montréal. Ha fatto il suo dottorato dall’Università di Toronto sul cinéma italico. Poeta, critico, cineasta indipendente, fonda nel 1978 le Éditions Guernica con all’attivo più di 480 titoli, principalmente con poeti del Québec e canadesi-inglesi, sia in lingua originale sia in traduzione. È uno dei fondatori della rivista transculturale Vive Versa. Fa parte del comitato di redazione della rivista Virages ed è stato critico di libri per Radio-Canada. Pensatore dell’etnicità e dell’italianità, romanziere, traduttore, il poeta si è fatto conoscere soprattutto con L’autre rivage, pubblicato diverse volte (anche in versione inglese, con il titolo The Other Shore) tra il 1987 e il 1999. Con la sua casa di edizioni a Toronto, D’Alfonso porta avanti un’opera pubblicata soprattutto in Québec ma che, nel contempo, fa parte integrante della letteratura franco-ontariana, come nel caso della raccolta Comment ça se passe, apparsa per le Éditions du Noroît e finalista del Prix Trillium, nel 2002. Ha ottenuto il Prix Trillium anche con il romanzo, Un vendredi du mois d’août (Leméac, 2004) et il Prix Christine Dimitriu Van Saanen (Salon du livre de Toronto) con il romanzo, L’Aimé (Leméac, 2007). Nel 2010 il suo lungometraggio Bruco, riceve il Prix du meilleur film étranger (Premio per il miglior film straniero) al New York International Film and Video Festival. Nel momento in cui andiamo in stampa sta ultimando il film Antigone.

 

In italiano: La passione di Fabrizio (trad. di Antonello Lombardi) Ed. Cosmo Iannone, Isernia 2002; In corsivo italico, (trad. di Silvana Mangione), Ed. Cosmo Iannone, Isernia 2008. 

 

 BABEL

Nativo di Montréal

 

élévé comme Québécois

 

forced to learn the tongue of power

 

viví en México como alternativa

 

figlio del sole e della campagna

 

par les franc-parleurs aimé

 

finding thousands like me suffering

 

me casé y divorcié en tierra fria

 

nipote di Guglionesi

 

parlant politique malgré moi

 

steeled in the school of Old Aquinas

 

queriendo luchar con mis amigos latinos

 

Dio where shall I be demain

 

(trop vif) qué puedo saber yo

 

spero che la terra be mine

 

 LO STORICO DELLA SUA VITA

 

 1

 

La poesia ci accoglie quando siamo ragazzini. Più tardi ci si vanta di essere poeti. Solo anni dopo di mestiere ci si può chiamare poeti. La poesia ci permette di raccontare storie, di raccontarci delle balle. Però, da poco, rifiuto di fare delle storie per niente. Ho bisogno di sentire la storia che mi racconta e che parla di tutti i popoli che mi stanno attraversando. È dunque più un lavoro che un passatempo. Per citare Patrick Straram, che cita Jean-Luc Godard, voglio essere lo storico della mia vita.

 

 2

 

La poesia che concepisco è personale. Devo assolatamente smettere di fabbricare la poesia distaccata o di moda. Ma so bene che tutto ciò è un sogno perché la poesia non può nascere che dopo aver passato serate intiere a fare e a mangiare insieme agli altri. Un paradosso forse da sciogliere. Più osservo me stesso, più divento un altro. Ecco cosa dicono certe persone. Altri dicono: “Guarda l’altro e ti troverai”. Un’eccezione che ancora una volta conferma la regola. Non esiste nessuna legge della poesia, o forse sì, quella che ti obbliga di uscire da te stesso, che ti suggerisce dove immaginarti spazialmente nella tua storia, o come la chiama T.S. Eliot, nella tradizione. La storia richiede di essere reinventata ad ogni momento; questo è il ruolo vero del poeta.

 

 3

 

Dovrei sbarazzarmi delle immagini, delle ossessioni che mi assillano dal principio. Cerco una poesia che mi rigiri sottosopra. Non posso darmi per scontato. Perciò traduco, perciò parlo dei libri degli autori contemporanei. Voglio una poesia che mi chiede senza sosta, “Che cosa fai?” Questo mi sconvolge. Criticavo la mia comunità per fare piacere a pochi lettori. Adesso quando critico, critico prima di tutto me stesso.

 

 4

 

I gruppi mi fanno paura. Amo certi autori, altri un po’ meno. Gli scrittori che amo non si somigliano, provengono da ambienti sociali diversi, non si parlano neanche. Eppure sono loro che mi hanno donato la parola per scrivere. Leggendo questi poeti mi sono liberato della tradizione di un solo paese. Non sono un poeta britannico. Non sono un poeta francese. Sono uno scrittore italico dell’America del nord, a dispetto delle lingue che devo utilizzare per tirare fuori il liquido poetico. Più divento un uomo sano, più sana sarà la mia poesia.

 

 5

 

Dopo il Novecento la poesia si ritroverà in parecchi luoghi. Le strade son varie ma un giorno convergeranno tutte. La lingua, sempre di più, sarà dibattuta in pubblico. Non solo la regionalizzazione delle lingue, ma anche i dialetti che stanno scomparendo. Purtroppo ogni paese si aggancerà alle navi linguistiche naufragate. Intravvedo un cambiamento radicale della nozione del paese. Le nuove tecnologie trasformeranno le nostre definizioni di paese. Sarà cultura, ma una cultura che nascerà non del territorio ma da una pratica di vita (a volte anche linguistica) che si trova in paesi diversi. Non più la Francia o l’Italia, ma i francesi o gli italiani, o meglio i francofoni e gli italici. Non è la terra che partorisce un popolo, ma sono i popoli che fanno un paese. Non una transcultura, ma una cultura deterritorializzata, una cultura non dello spazio, ma una cultura spaziale. Con la morte della dominazione della poesia bianca, fioriranno la poesia nera, la poesia gialla e la poesia arancione.

 

num013dalfonso 

 

 

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