LA POESIA DI MASSIMILIANO DAMAGGIO a cura di Massimo Pamio


La poesia di Massimiliano Damaggio di Massimo Pamio

Massimiliano Damaggio è uno dei pochi poeti italiani che vale la pena di leggere e su cui soffermarsi, per la cura con cui si dedica all’atto poetico: irripetibile, significativa, umile, dimessa ed estrema, caparbia e travolgente responsabilità implicante il fondamento dell’esserci; atto morale diretto ad esprimere una presa di posizione nei confronti della responsabilità delle parole rispetto al mondo che da esse è interrogato, in virtù della sostanza allegorica e simbolica che creano e rinnovano, di cui il poeta è forse ultimo ma ancor più fedele testimone. Evocare la sostanza del vivente, analizzarne la consistenza per restituircela nella purezza di una riflessione autentica sono i compiti del poeta, abile protagonista di un dramma di cui si fa attore oltre che spettatore nella scena irripetibile del mondo. Così Damaggio commenta una sua poesia:

Il rackjobber, letteralmente “lavoratore dello scaffale”, è una moderna figura commerciale di alcune multinazionali che operano nella g.d.o. (grande distribuzione organizzata). E’ l’involuzione del venditore, o del rappresentante. Il suo scopo è di “presidiare lo spazio espositivo” al fine di ottimizzare la vendita del prodotto. In sostanza, è uno che mette a posto i prodotti sugli scaffali del supermercato e si occupa di fare gli ordini.

Il rackjobber è forse, dell’uomo dei nostri giorni, l’allegoria più pregnante, che racchiude la morale del consumismo oggi impegnata a “presidiare” lo spazio espositivo, al fine di salvaguardare l’aura del proprio contenitore, tramite il rockjobber, figura che assume valore perché rappresenta l’unità di misura del controllo spaziale; se la merce ha il valore dell’occupare spazio, così il rackjobber ha la qualità del consumo spaziale – egli rappresenta il valore simbolico – l’uomo che è ostaggio spaziale della merce. Se è la merce che ha valore, il valore dell’uomo dipende dallo spazio in cui riesce a esporre la merce, a definirne lo spazio protettivo e proiettivo – l’uomo è uno schermo della merce – uno schermo protettivo e prospettico – l’uomo è il contenitore della merce, è il guscio e il profilattico della merce, il corpo della merce-spirito – la società dell’uomo è la società dello spettacolo planetale della Merce e del suo occupare spazio e ideologia come in una guerra, in un conflitto senza spargimento di sangue, in cui l’uomo è materia, oppure è ciò che mette in scena la spiritualità della merce. L’uomo è il corpo del consumo che mette in scena i valori eterni della merce, il rackjobber è il sacerdote che nel Tempio del Mercato custodisce il Tabernacolo.

A presidiare la merce, ovvero il denaro, è il numero cabalistico che viene assegnato all’uomo per passare dal nulla all’essere, dallo zero alla quantità, dall’incommensurabile, dall’invisibile al determinato. I rackjobber, che controllano il segno che contraddistingue la merce, il codice a barre, sono gli ultimi avamposti del capitalismo, attendono al nulla (alla morte della merce e al suo trasferimento, al suo deperimento, alla sua sostituzione) così come i militi nel deserto dei Tartari di Buzzati attendono pazientemente e forse vanamente una guerra, uno scontro, l’arrivo di un nemico che non giungerà mai. La merce segna dunque il luogo di confine tra l’essere e il nulla, è quello stesso spazio sacro che dà sostanza all’uomo come al suo (contro)valore. La merce segna dunque il luogo di confine tra l’essere e il nulla, è quello stesso spazio che dà sostanza all’uomo come al suo (contro)valore. Rivela da una parte la volontà di potenza dell’uomo, dall’altra invece la povertà della sua etica, ristretta a etica mercantile, la quale ha piegato ogni desiderio, ogni sogno dell’umanità, in un appiattimento globale dominato dal mezzo, dal messaggio, dal valore unico del denaro, vero Totem, che ha desacralizzato ogni attività umana.

altri hanno pianificato, altri hanno

messo il punto alla nostra giornata.

Ma all’uomo è concesso uno spazio?

Ma noi possiamo praticare sconti.

E’ rimasta all’uomo una sterile preghiera tra i banconi di vendita (mercanti nel Tempio Universale della Merce):

Stiamo chini sul bancone, sterili

                                    mentre preghiamo,

Damaggio ha lo sguardo distaccato, proteso a cogliere nel profondo il suo tempo, e per far questo ha bisogno di osservare l’uomo con l’ottica dell’animale, dell’estraneo, dell’esule, perciò riesce a cogliere del passante la sua essenza di “animale sull’asfalto diviso in due”. La verità dell’eccesso, della sovrabbondanza, del superfluo e dell’inutilità delle cose soffoca l’uomo, lo riduce a esprimere un sentimento che è quello assoluto del dolore, che solo può sopportare un carico eccessivo: un carico che nientifica l’avventura umana, dispersa e dispersiva per sovrabbondanza, non per difetto:

Il materiale è eccessivo. È eccessiva

la vita. La vita è piena di cose

da fare, altre da acquistare

un articolo, questo conviene

il calcolo del margine: guardi

non vedo margini di manovra.

È eccessivo il materiale, che cammina

che acquista, che figlia, che insiste

nell’avventura umana e dura:

la nessuna avventura.

Il materiale che ci offriamo della vita non è più potabile, è veleno che fertilizza la piantagione dei corpi cooperanti al sistema universale della mercificazione, nella produzione di massa dell’unico sentimento possibile: il dolore.

Risale, il materiale

fino al sorso delle mani:

non potabile. Una mano

incollata contro un corpo

nella piantagione di corpi

assorti nella fatturazione

chiede due ore di permesso

per andare a riprodursi.

 

Non posso tradurre tutto

questo pianto, tutto

in parole, non posso

disegnare il grafico esatto

della produzione di massa del dolore.

La poesia di Damaggio è quella che più di ogni altra coglie il mondo in cui viviamo (mi occorrono solo poche altre voci, quelle di Elio Pecora, o di Mario Lunetta, ad esempio) e la ragione, se ne esiste ancora una, di fare poesia:

è la sintassi per l’esatta

definizione del mondo, il mondo

altrimenti, domani mattina, scompare.

 

POESIE DI MASSIMILIANO DAMAGGIO

 

Maurizio il benzinaio e il Rackjobber

Tutto il giorno ho allineato

i prodotti sullo scaffale

come fossero versi, commerciali.

Ora sto, con l’ordine fra le mani

appoggiato alla pompa di benzina

e controllo la pressione delle gomme

e in questa devastazione, Maurizio, stiamo

appoggiati alla pompa di benzina.

Io ho inseguito i soldi tutto il giorno

e tu, tutto il giorno, li hai aspettati.

Ci riconosciamo in questo incrocio

di corse, e attese, e rincorse.

Prendiamoci insieme un caffè

allora, in questa pausa veloce

che passa ma basta, Maurizio

altri hanno pianificato, altri hanno

messo il punto alla nostra giornata.

Ma noi possiamo praticare sconti.

Stiamo chini sul bancone, sterili

mentre preghiamo, e nel frattempo

le nuvole si arrotolano, si srotolano

depositano la meccanica della vita

sopra il campo defunto. Da cui

spuntano anche gli uomini. Spuntano

dai solchi, questi feti, coltivati.

Sbocciano, e si aprono in corpi

portatori di un dolore ininterrotto.

Perché, Maurizio, solo i morti

hanno visto la fine della guerra.

 

Il rackjobber, letteralmente “lavoratore dello scaffale”, è una moderna figura commerciale di alcune multinazionali che operano nella g.d.o. (grande distribuzione organizzata). E’ l’involuzione del venditore, o del rappresentante. Il suo scopo è di “presidiare lo spazio espositivo” al fine di ottimizzare la vendita del prodotto. In sostanza, è uno che mette a posto i prodotti sugli scaffali del supermercato e si occupa di fare gli ordini.

 

Madre

Non è corretto

e non è poesia

raccogliere un dolore

per scrivere parole

se te ne stai piegata in due dentro la stanza

al primo piano della casa abbandonata

mentre urli, verso il cane muto

che scappa, e cade per le scale, e si nasconde:

nel buio senza dimensioni, ascolta

il latrare del tuo male

che sfonda il tetto.

 

Il materiale

E’ molto il materiale, che risale

alla superficie, del tuo giorno

del passante, di questo animale

sull’asfalto aperto in due.

A questo sentimento, eccessivo

per un solo corpo. Vedi:

se questa stretta della mano

equivale a un andirivieni

fra te e me, a questo scambio

di un saluto che è profondo, è perché

capiamo che anche oggi accadiamo

la vita continua accadendo, così

cadiamo in avanti

sotto il peso del corpo

riempito di cose,

accadute.

Il materiale è eccessivo. È eccessiva

la vita. La vita è piena di cose

da fare, altre da acquistare

un articolo, questo conviene

il calcolo del margine: guardi

non vedo margini di manovra.

È eccessivo il materiale, che cammina

che acquista, che figlia, che insiste

nell’avventura umana e dura:

la nessuna avventura.

Risale, il materiale

fino al sorso delle mani:

non potabile. Una mano

incollata contro un corpo

nella piantagione di corpi

assorti nella fatturazione

chiede due ore di permesso

per andare a riprodursi.

 

Non posso tradurre tutto

questo pianto, tutto

in parole, non posso

disegnare il grafico esatto

della produzione di massa del dolore.

 

***

 

E’ molto il dolore, e io poco.

Apro la porta: vado a lavorare

il dolore, con le mani. E’ molta

la sgrammatica negli uomini

e gli uomini sono molti, uno

alla catena del carrello, due

affittati per la stagione, tre

ancora stanno, sfitti.

E riemergono, delusi

dalle macerie quotidiane

masticando gli scontrini.

E’ moltissima, la necrosi

nella scatola di cartone

dove dormono gli involuti.

Dalle mani appese, pende

il calore, che evapora

un dito dopo l’altro

fin quando il polso cade

e dal buco nell’asfalto

germoglia, tiepido, un rancore.

 

Per questo fabbrico versi inversi

tanto avversi alla letteratura.

Come la carezza energumena

di chi non sa dosare la forza.

Come il cane che per troppo amore

divorò la faccia del bambino.

 

***

 

C’è il bambino dilaniato, c’è

nel piatto l’animale coltivato

e le pianta, paziente, come

questo sentimento di uomo

questo taglio alle mani

nella pena dei giorni

dei lunghi tavoli sommersi

nella meccanica delle mani

che assemblano i prodotti.

Sarò sincero: io sono soddisfatto

che i nostri clienti siano soddisfatti

e che traggano la gioia

dal prodotto che ho prodotto.

Questo è il mio piacere, questo

il mio significato. Questo

il mio significato.

Questo.

 

Ma a volte ci amiamo, nelle pause.

Piantiamo nel solco un feto ancora.

***

Non puoi restare indifferente

davanti a tutta questa lingua.

Ma cosa raccontare ancora

oltre la perfetta solitudine

di questo campo defunto?

Stiamo qui, nel paesaggio, così

allineati agli alberi fuori posto

di fronte alla centrale termoelettrica.

Se il nostro nome è Storia, io, allora

scenderei nel gorgo.

 

Muto.

 

Si scrive per la purezza

Certo, si scrive per la purezza

per questa cosa bianca fra le due virgole

per questo toccare le grandi questioni

dell’origine e della morte, eccetera

perché

bisogna tentare di essere uomini

e circondare di parole il fatto

di esseri bipedi.

Elenchiamo i fatti e gli oggetti

oppure alcune altre esigenze

però quello che ci interessa

è la sintassi per l’esatta

definizione del mondo, il mondo

altrimenti, domani mattina, scompare.

Ma anche una parentesi di carne

in questa educazione di aggettivi

di chi non soffre di emorroidi, oppure

disadattamento

(parentesi di ossa in movimento,

mica di più).

Spuntano le braccia, le gambe scalciano

alcuni denti staccano la punta alla penna

(ma che minchiate, ma chi scrive con la penna)

si alzano in piedi, queste parentesi di carne:

sono i molti

in cui le grandi questioni coincidono

con la data della nascita e con la data della morte.

Così, ad esempio, perché vedo in televisione

questo bambino di diciannove mesi

che si guarda in giro e vede, soprattutto

la sua propria immediata estinzione.

E’ passato di qui, per caso

poi è subito morto in diretta

perché non aveva niente da mangiare.

Si scrive non per salvarlo, poiché è morto

ma per farlo vivere, nella sua morte.

Si scrive perché

le grandi questioni vanno in corto, perché

le ruote diventano quadrate, perché

la forza centripeta accumula i cadaveri nel cuore.

E poi, perché le nuvole ci innaffiano

ma non germogliano, loro

i semi secchi.

 

Massimiliano Damaggio, 1969. A 23 anni rappresenta la città di Milano alla “VII biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo”, selezionato da Giancarlo Majorino. Su invito dello stesso Majorino partecipa, fra il ’94 e il ’99 a diverse manifestazioni/letture. Nel ’99 abbandona sia l’Italia che il mondo letterario e si trasferisce in Grecia dove, a più riprese, vive fino al 2013. Pubblica “Poesia come pietra” nel 2011, con prefazione di Carlo Bordini. “Poesia come pietra”, finalista al premio Carver 2012 e incluso nell’antologia “Punto. Poesia italiana 2013”, con una nota di Manuel Cohen. È di prossima pubblicazione in Francia. Varie poesie sono state pubblicate in internet e su riviste cartacee in Italia, Francia, Grecia e Cipro. Collabora come traduttore dal greco e dal brasiliano con i siti Reb Stein e Versante Ripido.

 damaggio

 

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3 thoughts on “LA POESIA DI MASSIMILIANO DAMAGGIO a cura di Massimo Pamio

  1. Massimo, un grazie di cuore per le bellissime parole. Sono arrossito.

  2. Luca D'Accordi ha detto:

    Sono basito, sorpreso e pentito di non essermi accorto. Tutto gira e nulla si ferma.

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