CHE SPETTACOLO LA FOLLIA DEGLI UOMINI (DI FRANCESCO DI VINCENZO)


Teatro. “Canto dei distruttori di mondi” di Sabatino Ciocca

Che spettacolo la follia degli uomini

Un testo difficile, una messa in scena esemplare. Autore dell’uno e dell’altra il regista Sabatino Ciocca che con il “Canto dei distruttori dei mondi” (da lui tratto liberamente da “Lo spazio interiore” dello scrittore surrealista franco-belga Henri Michaux e rappresentato sabato 6 luglio al Teatro Tosti di Ortona per il decennale dell’Accademia dello Spettacolo) ha dato una brillante prova del suo talento.
Cominciamo dal testo. Scritto benissimo, innanzitutto, con linguaggio asciutto ma denso di suggestioni emotive e concettuali, di grande resa scenica nel suo periodare paratattico che richiede, e consente, agli attori (bravissimi i ragazzi dell’Accademia ortonese) una recitazione essenziale e fluida. Un testo di grande maturità e misura, pur così anarchico e surreale nella distruzione d’ogni logica, d’ogni senso e significato. Proprio questo è il tema del “Canto dei distruttori dei mondi”: l’insensatezza, la follia della vita e del mondo almeno così come l’hanno edificato e distrutto i “costruttori” . Quasi tutti i personaggi, infatti, hanno costruito qualcosa, ma con modi e idee tanto strampalate e bizzarre e, per l’appunto, insensate, che il risultato di tanto costruire è un mondo da day after spettrale ed opaco, ben esemplificato dalla scena scarna ma di grande impatto visivo ed emotivo: qualche sedia, qualche panca, un uomo su una carrozzina e l’immagine, proiettata sulla parete di fondo, di una enorme palla di ferro da demolizione che dondola ininterrottamente, lentissimamente e minacciosamente, tranne che nel momento in cui una gigantesca, apocalittica vampata di luce crudissima sembra voler cancellare finanche i tetri residui del mondo.
Ma la cosa più interessante e pregevole del testo, e quindi dello spettacolo, è che l’assurdità e l’insensatezza del mondo e degli uomini costruttori/distruttori non è ideologicamente denunciata (con tirate, invettive, sarcasmi, denunce indignate, etc.), bensì teatralmente rappresentata, evocata: dalla scenografia, dal gioco delle luci, dai movimenti e dai costumi da zombi degli attori, dagli stralunati, demenziali discorsi su aironi e pulci e aironi nelle pulci e cavalli-nani e mosche-cavalli e balene che s’arenano in strade cittadine, edifici e città costruiti in un occhio o in un orecchio o in un dado, in un trascorrere metamorfico dal minerale all’animale al vegetale all’umano senza soluzione di continuità.
E, coup de thèâtre di grande impatto emotivo ed efficacia scenica, per due volte (o tre) sfolgora inatteso un raggio di sole che illumina tanta desolazione e fa gioire i desolati protagonisti del “Canto” per subito deluderli scomparendo dopo pochi secondi. Un raggio di speranza? Ma no: solo teatro. Buon teatro.

Francesco Di Vincenzo

(articolo di prossima pubblicazione sulla rivista VARIO)

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Teatro dell’Accademia dello Spettacolo

CANTO DEI DISTRUTTORI DEI MONDI

L’OPERA

Tratto da  “L’espace du dedans” dello scrittore surrealista belga Henri Michaux, l’opera è un viaggio-riflessione. lucida e poetica, sui sogni, le patologie, le aberrazioni umane, raccontati per bocca di costruttori-distruttori di un mondo reso, da costoro, non più abitabile. E’ un day after in cui l’invocazione al cielo per il perduto paradiso terrestre si fa struggente ricordo di ciò che più non è se non brandelli di oggetti cari, di nuvole che più non occupano il cielo, ormai di ferro rugginoso (da cui miracolosamente fa la sua fugace comparsa un raggio di sole che incanta, illude e delude i derelitti costruttori), di mare il cui odore ora sa di marcio “se non ci fosse la sua amarezza”, di città costruite “con strade talmente strette che persino un gatto vi passa a fatica”, di depositi di calce o di piombo che d’improvviso crescono negli addomi nonostante “l’analisi delle urine non riveli niente”, di animali ridotti a grandezza di mosche o di giganti, di balene che “non si rassegnano agli acquari”. E’ un canto-orazione funebre accorato e commovente, quello che pervade lo spettacolo, un mea culpa sulla stolida presunzione d’aver voluto addomesticare la natura agli umani capricci. Ospiti di un ospizio, o forse di un manicomio, i costruttori s’apprestano così a trascorrere la loro quotidiana passione, scandita in sette quadri, come i giorni della creazione, ignorando anche il riposo del settimo, nell’attesa che la morte venga a liberarli. Ma…

 

La costruzione drammatica della pièce, tragedia classica riletta con gli occhi di Beckett, si nutre anche di altre nobili citazioni: da  “1984” di Orwell, a “Miracolo a Milano” di De Sica; così come la colonna sonora con le musiche di Bach e Vivaldi (omaggio al cinema di Pasolini), di Penderecki, Mahler, Part, Gorecki.

 

GLI INTERPRETI

Carolina Ciampoli, Laura Del Ciotto, Valentina Di Deo, Monja Marrone, Guido Camillotti, Mauro Cerritelli, Daniele Di Tullio, Marco Mare, Francesco Verratti.

 

DIRETTORE DI PALCOSCENICO Martina Di Martino

COSTUMI AdS – Ortona

ELABORAZIONI VIDEO E SONORE Loris Ricci

DISEGNO LUCI Alberto Tizzone

DATORE LUCI Lorenzo Finzi

FONICO Alberto Soraci

ASSISTENTE ALLA REGIA Carolina Ciampoli

 

IMPIANTO SCENICO E REGIA Sabatino Ciocca

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