PASTA MADRE DI FRANCA MANCINELLI


Una recensione di Massimo Pamio all’opera poetica “Padta madre” di Franca Mancinelli (Aragno Editore).

Voce tra le più mature della sua generazione, Franca Mancinelli sceglie, per la sua ultima raccolta, un titolo, “Pasta Madre”, che è una potente allegorica interpretazione del fare poetico. Alla ricerca di una dimensione entro cui far lievitare la propria patria linguistica, l’Autrice si affida a un impasto di ricordi e riflessioni che fermenta una casta ricerca del dire, un linguaggio eunuco e senza fronzoli, non offensivo e non pretenzioso, di quell’“essere languente”, di quella nucleare o enucleata creatura che, all’interno di una realtà effettivamente imprendibile nel suo inarrestabile farsi, avverte il disagio dell’appartenere e dell’appartenersi.

È rintracciabile una storia, una sorta di controcanto bertolucciano, l’epopea minima di una vita contadina vissuta “in una stanza con la finestra socchiusa. Dalla finestra entrano le cose del mondo. Dalla stanza escono messaggi e richiami”, come rileva Milo De Angelis, in una saggia, accurata, pregnante analisi critica del testo. La stanza è chiaramente dimensione intima e spirituale dell’interrogazione a cui il soggetto poetico cerca di sottoporre il paesaggio dell’ambiente e della famiglia che lo circondano, laddove il reale è un dovere a cui bisogna ubbidire, continua epifania che una legge ignota regge e rende plausibile, a cui è un dovere credere: “obbedienti/ al dovere che disegna/ nel muro una porta”. Il sistema che osserva questo dovere è il corpo, guscio sottile, un “cucchiaio nel sonno”, così pure l’animo, che forma un cucchiaio con le mani per contenersi il viso. Il tono della scrittura a volte è perentorio, quasi oracolare, a volte “femminile”, perché non ammette né distrazioni né repliche, altre volte è intuitivo, impulsivo, determinato, dalla precisione algebrica, talvolta è descrittivo, nel voler dettare una regola dell’immaginario, finché la poesia lievita e si fa visionario senso della verità (e questa verità coincide con la memoria, anche se la memoria non può che essere zoppa o azzoppata): “molta luce/ entrata a mulinare/ nel petto come/ tra i raggi di una bici”.

Con i versi si può fare di tutto, a volte creare ritmi contrappuntistici: forse la Mancinelli non si è accorta che molte delle sue poesie possono essere fruite leggendo solo i versi dispari oppure, differentemente, leggendo solo i versi pari, tenendo buono per entrambe le letture l’ultimo verso, la clausola. Un esempio: “come la pioggia cadendo comanda/ fino a che si infranga/ sui resti/ dentro gli animali e gli alberi (versi dispari della poesia a p. 30), “batti nel petto/ sul grigio della strada, resti/ di un fuoco che viveva/ dentro gli animali e gli alberi” (versi pari della stessa poesia); “ridono anche senza figli/ frutti agli uccelli, con  gli occhi/ abbiamo già cresciuto molti semi/ le vene illuminate della valle” (versi dispari della poesia a p. 28), “selvatici come alberi che danno/ umidi – buchi nella terra:/ la notte guardando/ le vene illuminate della valle” (versi pari). In ogni singola poesia ci sono scie melodiche e di senso che si contrappongono e si riprendono, si sovrappongono, componendo e addensando il tema. In somma, il senso è nascosto ovunque, dislocato dove meno ce lo aspetteremmo, pronto a dar ragione del linguaggio poetico, nel suo diventare “pasta madre” del mondo.    

D’altronde, la poesia è una continua trapuntatura del verso – il versificare mima l’azione fisica del lettore: il poeta scrive e nello stesso tempo legge. Che cosa legge il poeta – a differenza dello scrittore, che deve soprattutto mirare a tenere alta la coerenza di una specie di piccolo cosmo portatile che egli come Atlante prende sulle proprie spalle – se non il proprio leggere, l proprio andare a capo, il proprio segmentare e segmentarsi, accostandosi al testo che i propri fantasmi riflette in una scena primaria? È nel poeta la distanza tra finzione e vero così impercettibile, che quasi gli sfugge la differenza. Il poeta non crea una narrazione, bensì tende a rivelare una prossimità in cui, tra immagine e parola, si risolve tutta la convessità o la concavità del mondo, nella dimensione dell’io: il poeta legge soprattutto il proprio scandire e scandirsi, il proprio attenersi a un ritmo melodico e musicale; il suo ruolo di aedo si è esaurito, ma resta la memoria di un gesto, di un tenere il ritmo e indicarlo nella pagina-spartito, laddove note silenziose al di sotto dei versi echeggiano. La Mancinelli compone sonorità musicali contrappuntistiche, l’arte della fuga poetica nel luogo della propria origine, del proprio crescere naturale.

Mancinelli

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