POESIA, SPRECO D’AMORE. Su un’opera di Anna Maria Tamburini (di Massimo Pamio)


L’audace opinione ottocentesca che assegna alla bellezza la facoltà di redimere il mondo, smentita dall’orrore degli eventi storici causatisi nel secolo successivo, sembra sottoposta nello studio di Anna Maria Tamburini Per amore e per conoscenza (1) ad attenta revisione nonché tradotta in una nuova formulazione in base alla quale potrebbe farsi compito dell’artista tentare di salvare la poesia da una possibile cancellazione, derivata dall’affiocarsi, ai nostri giorni, della sensibilità emotiva e dalla mancata trasmissione della tradizione culturale che ne salvaguarderebbe i contenuti di pathos. Scrittori, poeti, artisti e critici potrebbero svolgere quel lavoro sotterraneo di scavo delle immagini, metafore, simboli, nuclei semantici e di senso, per custodire l’intreccio tra preziosità delle parole  e complessità di un sentire alto e nobile, raffinato e umile nello stesso tempo, consacrato all’umanesimo espresso dalla civiltà mediterranea e mediorientale. Tentando di decodificare anche le cifre più ermetiche, la letteratura garantirebbe la trasmissione di aspetti del sentire che rischiano di scomparire, affidandoli a topoi linguistici che accomunano autori tanto inconfondibilmente originali quanto affini in termini di visione del mondo, di fede, di valore della poesia: chi legge avverte nella forma letteraria quasi in extrema ratio, potenzialità per così dire misteriosofiche, consistenti nella conservazione di elementi dell’arché (engrammi), per cui piuttosto che ad una destinazione ritenuta da sempre come fondamentale, ovvero la narratività, la sua funzione precipua consisterebbe, più che nel proporre visioni del mondo, spesso alternative a quelle correnti o egemoniche, nel conservare schegge della bellezza che il sentimento provoca e ri-conosce nel linguaggio: la letteratura sarebbe rilettura, interpretazione, rivisitazione insieme a creazione, movimento ctonio e, per certi aspetti, per così dire quasi archeologico insieme a espressione di una ricerca del vero o delle contraddizioni insite nel presente. Non si tratterebbe tanto della valorizzazione di un passato fondante rispetto al presente, ma anche della trasmissione (dell’eredità) e della simbolizzazione di un principio originario, di un messaggio divino, che in qualche modo riferisce dell’incontro tra l’Archetipo e la poesia intesa come scorcio di luce sul reale. Il gesto letterario, offerta di una liturgia minore,sarebbe sempre e solamente atto gratuito e necessario.

Anna Maria Tamburini isola nei versi di tre poeti italiani, Margherita Guidacci, Cristina Campo, Agostino Venanzio Reali, temi e lasciti biblici rinvenibili anche nella Dickinson o in T. S. Eliot, in un’analisi comparatistica che traccia sentieri paralleli e da archetipi comuni disegna l’itinerario unico che porta i diversi autori alla fede nell’eterno. È per via d’amore che si raggiunge la percezione dell’eterno: Chiarificatrice è la riflessione di Aldo Capitini sulla compresenza tra i morti e i viventi: “La realtà dell’immortalità degli individui non può da me essere affermata che in rapporto al tu, non in rapporto all’io, cioè sorge dal tu, sull’atto di apertura al tu (…). Il capovolgimento è prima l’amore, e quindi la certezza dell’immortalità altrui. Cioè se si deve affermare una immortalità, noi non possiamo affermare che quella altrui. Solo lì, nella direzione del tu, si apre un pertugio. Tra la nessuna immortalità e l’immortalità degli altri, l’amore sceglie: che sia tu immortale” (2).  La linea che congiunge i vivi con i morti, i già risorti con quelli ancora impaniati nei lacci della materia, è la stessa che unisce i versi dei poeti che trapassarono con quelli di coloro che sono: suggestione continua che si elabora, si infittisce, si innerva per sempre nella Tradizione Poetica,  quasi allegoria dell’Eterno. Riprendere modi e simboli biblici o danteschi fino a trasfigurarli allegoricamente è il compito della poesia, tradurre l’intuizione e il sentire in un emblema ne è il senso. La Rosa Mistica, che altri intende esoterica trasmissione della conoscenza, è sinolo di sentimenti, intuizione, comunicazione e ricezione del messaggio nel tempo. A che cosa poteva affidare Dio l’Amore se non alla comunicazione, alla trasmissione, e come dunque poteva renderlo presente, sempre presente, se non attraverso la mediazione dell’io con il tu?  La tradizione (lo stabilirsi della comunicazione) è un affidarsi mistico all’altro, un ritrovarsi nelle sue immagini, nelle sue parole, ciò che conferma il Divino e anche la confidenza dell’altro, l’amare le parole dell’altro che significa amarne le stesse parole, e dunque amarsi, in una consacrazione bina.

Compimento ultimo della Poesia è la santità – sia per coloro che credono nella santificazione della verità personale e di riflesso nella verità universale contenuta nella parola, sia per coloro che intendono la Promessa contenuta nella Resurrezione, di una nuova Creazione nella Dimensione dell’Amore in cui finalmente Creatore e creature si congiungono compiutamente.

A partire dall’episodio evangelico in cui Maria Maddalena versa sul capo e sui piedi del Redentore l’unguento profumato, suscitando lo sdegno dei discepoli a causa dello spreco, Anna Maria Tamburini elabora un’appassionata disamina che viene a determinare una visione sempre più alta e stringente della poesia. Lo sperpero di Maria Maddalena è simile allo sperpero dell’Amore di Dio, dall’uomo avvertito solo quando, nel farsi umile, riesce ad apprezzare quel che lo circonda, l’opera incompleta ma meravigliosa del creato. Il gesto di Maria, spreco d’amore, è interpretabile anche liturgicamente. Per l’autrice soprattutto di questo si tratta: “Liturgia – come poesia – è splendore gratuito”(3) scrive Cristina Campo: “Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come ideale segno la liturgia (…) La liturgia cristiana ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò (…)”(4). La poesia, interrogazione e profetica anticipazione del destino personale, crea una liturgia che si svela religiosamente attraverso il pensiero poetico, si ripete conferma anticipa e adempie il compito dell’esistenza, il mistero della propria incarnazione che va incontro a quella perfetta di Dio in Gesù, realizzazione dell’Uomo Giusto che compie e salva col proprio sacrificio col proprio corpo e redime e compie il Mistero, rende vera la Profezia e il Destino universale della Creazione: Cristo ci dice che la realtà è vera e che il nostro non è un sogno ma l’accadere di un disegno ampio e a noi ignoto che in qualche modo ci coinvolge. La Glorificazione è il passo ultimo, la rivelazione e la promessa della resurrezione Universale. La poesia religiosa ne è altissima testimonianza terrena. In Agostino Venanzio Reali si sprigiona una frequenza tonale amplissima, l’oscillazione amplissima e serena che si registra in chi medita, in colui che nell’interiorità è capace di accogliere più mondo e che fa del proprio essere un grandangolare, una corda che vibra con le vibrazioni universali: un uomo che è vicino alla poesia divina.

L’Autrice chiude il libro con una serie di poesie, l’umiltà dell’interprete lascia ai versi ogni conclusione e il riassunto di tutta l’opera esegetica. Ella ci indica che bisogna soffermarsi sul testo per cantarne la bellezza e lasciarla avvolta d’una sua lieve patina di mistero perché solo dall’altra parte  dell’arazzo qualcuno interpreta e coglie, forse come un nettare, quello spreco d’amore. 

In realtà questi saggi sono un tentativo di leggere le opere mettendo a fuoco i significati che le parole e le immagini rivestono per gli autori, illuminando in tal modo il testo in tutta la sua potenza espressiva e simbolica, perché ne intendono la provenienza, l’orientamento e la destinazione. Forse colmano anche un vuoto della critica trattando di poeti autentici ancora poco valorizzati nel nostro paese. Insieme  alle questioni di ordine filologico e agli aspetti di ricezione dei testi, è fatto spazio all’esperienza viva degli autori secondo il parametro di letteratura come vita, tanto spesso abusato dalla critica, mai nel caso di questi.

___________________________

(1)  Anna Maria Tamburini, Per amore e conoscenzaCifre bibliche nella poesia di M. Guidacci, C. Campo, A. V. Reali, sulla scia di Emily Dickinson, Centro Studi Cammarata, Edizioni Lussografica, San Cataldo-Caltanissetta, 2012.

(2)  Aldo Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano, 1966, p. 245.

(3) Cristina Campo, Note sopra la liturgia, in Sotto falso nome, Adelphi, Milano, 1998, p. 133.

(4) Ivi.

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