Archivio mensile:novembre 2013

STORIA DI UNA SEDIA (LA SEDIA NEL TEATRO DI RICERCA) DI SABATINO CIOCCA


Da una cronaca del giornale locale “Il Centro Medio”: “E’ stata trafugata da ignoti la sedia di scena, vanto dell’ultimo spettacolo Prego, s’accomodi proposto allo SPAZIO D’ARIA, teatro che da decenni ospita le migliori Compagnie d’avanguardia. Il furto ha gettato nello sconforto attori, tecnici e maestranze, aggravando la precaria situazione di quei lavoratori dello spettacolo già in gravi difficoltà a causa dei tagli operati alla cultura”.

 

 

 

 

 

La sedia era “l’unico ma efficace elemento scenografico della pièce Prego, s’accomodi rappresentando  queste le note di regia – l’etica inamovibile, la stabilità dei sani valori, il simbolo dell’arte oppressa, il contraltare critico alle volgarità di tutti i posteriori dei potenti, incarnati dal posteriore dell’attore che, sulle tavole del palcoscenico, sedendovi, esprime la ferma condanna all’arroganza del potere che tutto si concede“.

 

 

 

Oscure rimangono alle forze dell’ordine, accorse sul posto, le motivazioni per il furto d’una sedia; probabilmente un furto su commissione.

 

 

 

– Quella sedia  così il direttore artistico dello SPAZIO D’ARIA ai militari – riveste un’importanza fondamentale negli allestimenti della storia del nostro teatro di ricerca. Non c’è produzione che non l’ha vista protagonista principe, interlocutrice unica con l’attore a cui presta la sua preziosa poggiata. –

 

 

 

Ma non potete sostituirla con un’altra sedia? – s’azzardò a proporre uno dei due militari, appuntato di pubblica sicurezza e ancor prima padre di famiglia, colpito dalla prostrazione di quella Compagnia, lì riunita al gran completo. Il direttore artistico alzò il capo, lo guardò fisso negli occhi con commiserazione mista a malcelato disprezzo, e non profferì parola.

 

 

 

– La sedia trafugata era una delle 35 sedie adoprate nel primo allestimento de “Les Chaises”. Ben comprenderete quale tragedia è questa! –

 

 

 

L’aria interrogativa dei due militi, che non comprendevano affatto la tragedia di cui si parlava, suggerì a Gian Renzo Rovello, critico teatrale per la rivista TEATRANDO & DINTORNI, che s’era precipitato sul luogo del misfatto dopo essere stato avvertito dall’amico regista stabile e primo e unico attore del prestigioso spazio, s’affrettò a tradurre.

 

 

 

  Stiamo parlando della sedia de LE SEDIE, la farsa tragica in un atto, scritta da Eugène Ionesco e andata in scena  il 22 aprile 1952 al Theatre du Noiveau-Lancry di Parigi. –

 

– Già – rispose lapidario il collega dell’appuntato, che pur continuando a non comprendere la gravità del furto, né la prostrazione degli astanti, si finse sinceramente compartecipe del lutto, ma solo per salvare l’onorabilità culturale dell’arma che lì rappresentava.

 

 

 

– Siamo certi che la sedia in questione sia proprio quella di cui parla il professore? –

 

sparò con aria di rivalsa e con tono per metà indagatore e per l’altra metà scettico, il primo militare, convinto che in quel luogo non poteva esserci roba di valore.

 

 

 

La domanda, meglio sarebbe definirla osservazione sul campo, gli era venuta spontanea  dopo aver indagato a lungo, con gli occhi, ogni angolo di quello spazio teatrale che gli pareva più squallido del circolo ricreativo militari in pensione, con l’aggiunta di un odore di muffetta da luogo poco areato.

 

 

 

– Ha motivi per dubitarne? – rispose  permaloso il direttore artistico, con voce mal impostata da sempre e ora, infine, rotta da uno sbruffo di stizza pura.

 

 

 

– Stia calmo, giovanotto. Qua le domande le facciamo noi! – intervenne, fermo, l’altro milite a cui pareva più che pertinente la domanda del collega. In effetti, da subito, il luogo del furto e quel puzzo di stantio, avevano riportato alla sua memoria un altro luogo, visitato nell’ultima gita organizzata dall’Arma: il museo delle cere, a San Marino.

 

 

 

– Senz’ombra di dubbio! – s’affrettò a ribadire il critico teatrale – La sedia è magistralmente ritratta sul manifesto di GUERRA E PACE, pièce-evento del “Teatro all’osso” gruppo georgiano tra i più vitali nel panorama teatrale di sperimentazione. – e aggiunse – Ebbi modo di vedere lo spettacolo a Sarajevo, al “Festival della nonviolenza multietnica”. Rimasi folgorato dalla perizia con la quale gli attori dettero vita  alle tante vicende narrate nel romanzo di Tolstoj. Per le intere otto ore della durata della pièce, ebbi largamente modo di osservare, in tutti i suoi particolari, quell’unica sedia sempre in scena. E questa è la prova inconfutabile della sua autenticità. –

 

 

 

– Già – sillabarono all’unisono i due militi, arresisi all’evidenza del dotto argomentare, e pur  dubbiosi sul come una sedia ritenuta di valore poteva essere finita tra le cianfrusaglie di quel posto, piombato in un imbarazzante silenzio.

 

 

 

– C’è tua madre al telefono –

 

 

 

Con questa battuta, allungando un cellulare al direttore artistico e primo e unico attore, fece il suo provvidenziale ingresso in scena la segretaria di Compagnia.

 

 

 

– Che c’è, mamma? –

 

 

 

– Ho saputo della sedia. Sta’ tranquillo. L’ho riportata a casa. La prossima volta, quando prendi una cosa, abbi almeno la compiacenza di dirmelo. Sai quanto tuo padre tiene alle sedie del tinello. –

 

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LUCIANO TROISIO su Francesco Piselli


Ho conosciuto Francesco Piselli nel 1960, dall’editore Rebellato. Allora abitavo a Cittadella. Rebellato organizzava il prestigioso “Premio Cittadella” di poesia. Ero, felice coincidenza, suo vicino di casa e amico. Ora il Premio non c’è più (crisi di energie intellettuali? In compenso Cittadella ha congruamente diversificato in direzione pedestre/calcistica: ha una vivace squadra in serie B, rivale del Padova).

Piselli veniva da Bergamo per seguire i suoi lavori rebellatiani. Ricordo ancora una sua lussuosa brillante traduzione del Coup de Dés di Mallarmé. Nel ’60 avevamo ambedue pubblicato un librettino di poesie nella verde collana “Zecchini d’oro”, allora piuttosto famosa. Eravamo ragazzi, lui con qualche anno in più, già sposato e padre.

Restammo sempre amici. Io lo consideravo e tuttora lo considero tra i pochi miei consiglieri. Lombardo di adozione, sardo di origine, era stato costretto a laurearsi in chimica, ma la poesia e le lettere erano il suo ideale. Credo che in seguito si sia laureato più volte. Infatti lo troviamo docente in varie università e presto professore ordinario di Storia delle Scienze. Scienziato, saggista e poeta, uomo assai colto, sensibile e religioso, incline al dissenso, poliedrico dotto conoscitore di Elementi e Sostanze.

Ora l’editore Sardini pubblica la sua silloge:Testi poetici. Una veste grafica di elegante semplicità quasi bodoniana, profondi contenuti assai interessanti che certo meritano di essere letti, non fosse altro per le caratteristiche singolari dell’Autore, oltre che per la loro singolare intrinseca ricchezza.

Egli si muove con assoluta sovrana indifferenza, direi con giusta assenza di timore reverenziale. Se volesse potrebbe in ogni caso (visto il panorama) tener testa a chiunque, sarcastico senza essere beffardo, dominando da grande altezza, ignorando o fingendo di ignorare la potenza delle (miserrime) cosche della poesia per bande che imperversa. Cautamente eviterò di dire dove, evitando così le rappresaglie degli onnipresenti demiurghi, che magari potrebbero anche elargirmi un secondo/terzo premietto di consolazione (hai visto mai).

Piselli dichiara di non scrivere poesia da molto. Non ne scriverà più? Sarà vero? La scrittura è l’arte della Finzione e della Menzogna (Eco ci prega quindi di allearci sempre con l’autore). Queste pagine appartengono ad annate diverse. Sia recenti che lontane. In effetti ricordo di averne letto un paio decenni fa. Ci sono molte cose da dire, ma quello che interessa su tutto è l’aspetto dello scanzonato e cultissimo Sperimentalismo, in cui il nostro risulta quasi inattaccabile, felice, superbamente sempre diverso da sé (quindi senza idioletto?).

Quindi uno dei pochi virtuosi di cui si può dire a buon diritto che il suo stile consiste nel non aver stile? Invito alla lettura e non dico di più: per chi vuol capire ce n’è per tutti, dai versi costrittori di varia metratura, raffinato gioco di cesello stilistico. Sappiamo che certi versi nella nostra lingua si prestano a un ritmo particolare, a volte gioioso/giocoso (potremmo ricordare, nella loro estrema contraddizione, sia La Partenza del Crociato che gli Inni Sacri Manzoniani; stessi metri, con effetto e significato diverso, nel greco classico, alcuni cori e Threnoi). Il nostro Autore spazia nel tempo, non spreca sintagmi, tutto è pesato, passa dall’ottonario sottovalutato  all’endecasillabo del miglior impiego novecentista, tanto per citare solo alcune delle molte  prove, dotte e naives. Un’attenzione speciale ovviamente riguarda il Secondo Novecento, spaziando dal singulto dello “sconquasso sintattico” (vedi per es. la pagina 22), tallonando l’orda d’oro del Gruppo 63, ma senza ignorare le deliziose vecchiette neopostermetiche colme d’amore e compassione (condivisa).

Mutano spesso le quinte, allestite con eccezionale abilità. Un étalage plurilinguistico, una straordinaria esuberanza lessicale, scioltezza e cambio di registri. Ho trovato delizioso l’uso delle sdrucciole a pag. 63, (che non può non rinviare a certo barbaro Carducci, o al  Malaparte cantastorie). Ammirevole la diversità stilistica dei sonetti, artifizi piazzabili in vari secoli, impertinenti certe strofe, senza essere urtanti.

Lo Sperimentalismo (resistente, unico refrattario alle mode, o sarebbe più esatto: NeoSperimentalismo?)  può permettersi sontuosi omaggi anche ad allofoni, alla maniera di…, d’après…

Sotto le Apparenze affiorano, gravi, i problemi, ma “sulle gote ride Gȫteborg… merletta mille trine di merluzzo in merluzzo…”

Tutto questo, e certamente molto di più, sebbene resti verticale/apicale l’affascinante Ipersonetto a pag. 28, di eccellente punzone petrarchesco.

 

 

 

Francesco PISELLI: Testi poetici, Sardini, Bornato in Franciacorta, 2013, pp.72, s.i.p.

 

 

Se i sensi sono mortali,

per le cose spiritali

 

non valgono proprio nulla.

Sbaglia dunque chi si culla,

 

volendo una vita mistica,

nella sensazione artistica.

 

 

Morte morte a me non venire

per togliermi alla mia bella,

se non esiste una stella

lontano dalla tua lama

dove non sia da morire

per le anime di chi si ama.                                        

 

Old Francis bianco nero 

 

 

 

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SAME SAME BUT DIFFERENT di Luciano Troisio (a proposito di una frase di Tommaso Pincio)


 

Mi era sfuggita un’informazione piuttosto interessante che merita di essere comunicata ai nostri amici e lettori: sì è finalmente costituito l’autore/inventore di un celebre modo di dire, nato in Tailandia e diffusosi in molti paesi del sudest asiatico.

Per fortuna l’acuto Massimo Pamio, che mi sa appassionato studioso delle culture asiatiche, mi ha segnalato l’articolo di Tommaso Pincio (http://tommasopincio.net/2013/08/04/same-same-but-differen-

versione-integrale/), in cui lo scrittore pittore giornalista fumettista viaggiatore fornisce particolareggiata confessione. Avrà detto la verità? Probabilmente il pubblico si dividerà in entusiasti e scettici.

Io mi schiererei con i primi. Potete facilmente leggerlo su Google, tra i suoi articoli recenti.

Ebbene, Tommaso Pincio bighellonava in una più delle più mitiche strade del mondo, che tutti i colleghi viaggiatori probabilmente conoscono: Cao Shan road di Bangkok. (Il nome si trova scritto in varie redazioni, essendo una traslitterazione da altro alfabeto). Una strada che gira attorno al perimetro di un grande tempio buddista, quasi pedonale, solo i tassì possono transitare a passo d’uomo; è il ritrovo dei turisti giovani. L’età media credo sia sotto i 30 anni. Gente di tutto il mondo ma specialmente asiatici e australiani, moltissime le ragazze, i guy strani. L’animazione vera comincia la sera, e aumenta la notte. A volte non si può nemmeno camminare tra la folla. Imbonitori e ragazze in minigonna offrono di tutto, dalla birra al fumo. Carrettini offrono piatti tipici di vermicelli che si mangiano camminando, ma troverete anche pollo fritto, frutta a fettine, ogni tipo di cavalletta, baco, scorpione, scarafaggio, e altri insetti fritti a puntino,  ricchi di proteine. C’è un buon servizio d’ordine, sebbene la polizia cerchi di non essere invadente e interviene solo quando qualcuno, presumibilmente ubriaco, perde i sensi e resta per terra. In generale i bevitori hanno la balla allegra, ti abbracciano, ti invitano a bere. Poi i giovani se ne vanno nei locali e ci restano tutta la notte.

La mattina regna il silenzio fino alle dieci. Per strada ci sono soltanto quelli che partono coi pulmini, oppure quelli che fanno il BF, o che incominciano presto colle birre. Qui potete trovare molte cose, carabattole, chincaglierie, argenti, collane, spezie, minerali, meteoriti, tectiti, farvi applicare estensioni rasta, farvi tatuare, acquistare qualsiasi documento falso. Ci sono decine e decine, forse centinaia di ristoranti di ogni livello, dove in genere si mangia maluccio, ma siamo solo in pochi europei latini a lamentarci. Ci sono molti ristoranti di pesce e ce n’è anche uno ottimo giapponese, con buffet illimitato che costa come in Italia (circa 12 dollari). Una babilonia divertente dove spesso si girano film, appaiono attrici, strani cortei, veicoli colmi di stendardi pubblicitari, di danzatrici in lussuosi costumi.

Ebbene, Tommaso Pincio bighellonava, fannullonava in questa via che fa rievocare molti ricordi e ai naviganti intenerisce il core, fingeva di comprare qualcosa, ma come tutti i sazi globetrotter non aveva desiderio di nulla. Guardando dei jeans fu subito adescato dalla venditrice, cominciò una stanca trattativa, quel bargain che in Asia è quasi obbligatorio e l’europeo che non lo fa è considerato un fessacchiotto.

Nella fitta dialettica la venditrice dichiarò che quei jeans era same, cioè uguali, identici a quelli di una famosa marca costosissima, erano same same a quelli, e Pincio se ne uscì con un aforisma che affermava sì, sono same same but different. La signora scoppiò in una fragorosa risata. Da quel momento quell’effimero modo di dire si diffuse con la rapidità del fulmine in tutta la Tailandia e nel Sudest asiatico. Molte ditte stamparono magliette che recano same same sul petto e but different sulla schiena. Fu scritto anche un libro e fu fatto un famoso film.

Mando questa nota ai miei amici che in questi giorni si danno convegno a Pattaya. Sono certo che Tommaso Pincio diverrà ancora più celebre a partire da quello straordinario fatato bordello.

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MIO PADRE DI ANTONIO D’ERCOLE


Un racconto di Antonio D’Ercole, che ci ha donato Vincenzo Apollonio, studioso e autore di “Un antico borgo in Abruzzo Citra” monografia su Carpineto Sinello.

 

MIO   PADRE

 

            Io odio il favonio. Odio quel vento di ponente, caldo e molesto, che da noi viene chiamato “garbino” come se fosse uno zeffiro garbato ma che, invece, soffia con violenza inaudita, piega le cime degli alberi fino a terra, fa volare le tegole dai tetti, rende vacillante il passo degli uomini sulle strade, fa nascondere gli uccelli nelle siepi più folte ed ulula, ulula maledettamente come un immenso branco di lupi affamati.

            Io odio il favonio che fa cigolare gli usci e le imposte, riempie l’aria di polvere arida, rende la pelle sudaticcia e maleodorante ed esaspera i nervi.

            Io odio il favonio perché mi ricorda il mio povero genitore sul letto di morte.

            Era un giorno di ottobre dominato dall’urlo del vento e mio padre, alto e robusto come una quercia, chiamò mia madre, la fissò con gli occhi sbarrati e cadde, esanime, al lato del letto.

            Il vento soffiava con violenza e le imposte battevano facendo cigolare i cardini con un canto striduo che si ripercuoteva nel cranio.

            Una ossessione.

            Trovai mio padre disteso su un lettino del salotto.

            Era, per noi della famiglia, il salotto, quella stanza con carta a fiori stinti sulle pareti, con due poltroncine ed un sofà di stile rococò con molle legate l’una all’altra di cui, alcune, più alte avevano reso consunto il rivestimento di tela e con fiocchetti di filo intrecciato a quattro capi pendenti intorno, con quadri ad olio di scuola Palizziana raffiguranti o una brigantessa dallo sguardo dolce e fiero col trombone appoggiato su di un sasso o rocce dalla forme strane che somigliavano a grossi cuscinetti per aghi o alberi sproporzionati o valli, fiumi e cieli irreali ed astratti, con un mobiletto pieno di ninnoli, fiori di carta, fotografie formato gabinetto ed un grosso gatto bigio di porcellana viennese che, con gli occhi chiari e lucidi, guardava fisso e sornione.

            In questo salotto venivano ricevuti gli ospiti di riguardo e ci si riuniva nelle piccole intime feste di famiglia in cui, tra un saporito pasticcino di mandorle ed un bicchierino di rosolio giallo, si trascorrevano delle ore liete, specie d’inverno.

            In questo salottino ora giaceva, disteso su un lettino di ferro, mio padre.

            Aveva il viso bianco ed i lineamenti composti e le sue mani, che sembravano di cera, erano appoggiate sul petto ed erano rigide e tenevano strette le pallottoline di una corona che finiva con una gran croce di legno nero.

            Indossava l’abito nero della festa, mio padre, e portava le scarpe nere  lucide. I suoi piedi, con le punte rivolte in alto, erano tenuti fermi da un fazzoletto bianco annodato ad un lato.

            Aveva, sul fianco destro, il bastone di ebano con fiori d’argento sul manico e, poggiato sulle gambe, il cappello nero di feltro.

            Fuori ululava il garbino che attraverso le fessure penetrava nella stanza facendo muovere le tende e cigolare le porte.

            Le prefiche di mestiere facevano finta i piangere ed ogni tanto lanciavano un lamento. Le prefiche sono come i corvi. Corrono ove c’è odore di morte per divorare quanto resta.

            Giungeva, dalla strada, il passo risonante di qualche viandante ed il latrato di un cane randagio. I cani odorano la morte.

            Mio padre era lì, disteso e silenzioso, con gli occhi chiusi ed un gran pallore sul volto.

            Era più bello del solito ed era elegante come mai lo era stato nella sua vita.

            Era stato per più di trenta anni, il farmacista del paese. Lo speziale anzi. Aveva studiato per tanti anni, conosceva le più belle poesie che ingemmano la nostra letteratura, le più complesse formule di chimica ed aveva condotto una vita grama, stando rinchiuso in un microscopico locale ingentilito da dieci scaffali bianchi con colonnine corinzie e fregi indorati, vendendo due soldi di sale inglese o confezionando pillole e preparando sciroppi e decozioni e cartine ed unguenti che venivano a costare sempre meno di una lira!

            Una vita veramente grama.

            L’incasso della giornata non sempre bastava, a mio padre, per mantenere il peso della famiglia, il pagamento delle tasse e quello dei medicinali. Non bastava ma, mio padre era un signore e, per essere veramente tale doveva conservare una dignità e, per conservare integra questa benedetta dignità, mentre tutti arricchivano egli guardava dignitosamente arricchire gli altri che poi, in fondo, erano molto meno preparati di lui.

            Sempre per non perdere la dignità trascorreva le lunghe ore di ozio professionale seduto su di una sedia impagliata e sempre allo stesso modo leggendo da capo a fondo il giornale e fumando placidamente la pipa di terra cotta con la cannula di legno.

            Indossava, mio padre, abiti modesti e lisi e portava il cappello, di preferenza nero, che ogni mattina spazzolava con cura per renderlo decente. Usava anche indossare il panciotto con sei o sette bottoni e con quattro piccole tasche. Le tasche avevano una grande importanza. Rappresentavano la cassaforte di famiglia. Nella tasca inferiore di destra, infatti, erano contenti i pezzi da un soldo di rame, in quella di sinistra i pezzi da due soldi; in quelle superiori le monete da una o due lire d’argento. Raramente vi era qualche moneta da cinque lire. Molto raramente. Mio padre era un bravo professionista ed era un vero galantuomo. In paese tutti, quando lo vedevano, gli dicevano “buon giorno” o “buona sera” togliendosi, con rispetto, il cappello.

            Fisicamente bello, alto e robusto, mio padre era padrone di una straordinaria tranquillità d’animo, di un senso di onestà veramente commovente, di una gentilezza di modi che lo rendevano distinto.

            Era buono, mio padre, e pur possedendo una forza fisica non indifferente, non ne faceva mai uso. La sua vera forza era quella morale ma, proprio quella forza morale lo teneva in continua lotta col bisogno.

            Per causa di quella forza morale che gli imponeva una via diritta e senza scorciatoie, mio padre, non reagiva alle meschinità del mondo, alle continue lotte che gli facevano col sorriso più dolce anche gli amici ed i parenti, alle sopraffazioni della gente senza scrupoli e senza intelligenza sempre pronta a far del male pur di raggiungere lo scopo.

            Per causa di questa forza morale i suoi occhi si inumidivano di pianto quando sul desco non vi era altro piatto che la minestra e, la sera, un uovo al tegamino o un mucchietto di pan cotto oppure un pezzo di formaggio pecorino seguito da una fetta di pane casereccio unto con poco olio e reso saporito da uno strato di peperone trito.

            Per causa di questa forza morale, i suoi occhi s’irraggiavano di gioia quando, sul desco, apparivano pezzi di carne d’agnello o di pecora, qualche bistecca di maiale o qualche salsiccia o, nelle ricorrenze, un pezzo di pollo o di dolce che la mamma sapeva preparare in modo veramente speciale.

            Credeva in Dio, mio padre, con convinzione e senza formalismi. Era lieto vederci, la sera, ripetere, con la mamma, le preghiere e, in Dio, riponeva ogni speranza.

            Io ero dominato da questa forza morale di mio padre e mi sentivo orgoglioso di un padre così fatto, di un padre che tutti dicevano buono ed onesto ed a cui, tutti, amici e parenti, dicevano “buon giorno” o “buona sera”. Ne ero orgoglioso e facevo del tutto per meritare il suo compiacimento.

            Guardandolo negli occhi io comprendevo se una mia azione era stata buona o cattiva. Non fui mai picchiato da lui ma ne ero dominato.

            A dieci anni, durante la prima guerra mondiale, io, mal sopportando la fame che si soffriva in un collegio ove, per vitto ed alloggio, si pagava una lira al giorno, mal consigliato da alcuni compagni, fuggii e, una sera di marzo, mi ripresentai a casa. I mei dormivano. Richiamati dai colpi battuti sul portone di casa, i mei genitori si alzarono.

            Mia madre corse giù, mi baciò, mi strinse al suo petto piangendo, mi accompagnò in cucina per farmi mangiare un uovo ed un pezzo di pane.

            Mio padre non disse una parola. Mi guardò fisso ed accese tranquillamente la pipa. Questo silenzio mi turbò e cominciai a piangere. Mia madre mi strinse al suo fianco e mi accompagnò a letto. Mia sorella si alzò e venne a darmi un bacio. Poco dopo mi addormentai profondamente.

            Mi sentii chiamare, non molto dopo, dalla mamma. Aprii gli occhi pieni di sonno e vidi, accanto al mio lettino, mio padre. Aveva l’abito scuro della festa, il colletto duro con i due triangolini piegati all’insù, il fazzoletto bianco nel taschino della giacca ed il cappello nero.

            Era lì serio, sereno, calmo.

            Dopo che la mamma mi aiutò ad indossare l’uniforme, mio padre mi prese per la mano e si mosse. Scesi le scale a capo chino. Quando, sulla porta, la povera mamma, mi baciò ancora una volta piangendo, mio padre mormorò: “andiamo”.

            A passi lenti, portando con tutte e due le mani la cassettina di legno che conteneva tutte le mie cose, seguii mio padre.

            Quando passammo sotto un lampione a petrolio che illuminava la strada, le nostre ombre apparvero enormi sull’acciottolato. Quella di mio padre si confondeva con l’ombra oltre la luce.

            Con la carrozza raggiungemo la stazione ove prendemmo il treno. Io, seduto accanto al finestrino, per tutto il viaggio non facevo altro che fissare le frasi scritte sulle targhe smaltate. “E’ pericoloso sporgersi”, “Vietato fumare”, “ Non salire o scendere mentre il treno è in moto”. Così stava scritto ma tutti si sporgevano, tutti fumavano, tutti, quando il treno entrava in una stazione, scendevano e salivano mentre il treno era in moto. Cercai anche di contare le battute delle ruote sulle rotaie ed anche i pali che si seguivano così velocemente da far male agli occhi. Mio padre mi guardava ogni tanto e sorrideva. Tranquillo e bonario. La sera mi ritrovai in collegio. Il Rettore mi disse alcune parole d’incoraggiamento, mi parlò di Dio, della famiglia, e di tante altre cose ma io ero stanco ed avevo sonno. Quando mio padre, dopo avermi abbracciato, andò via, piansi convulsamente. Prima di mettermi a letto aprii la cassetta per sistemare la biancheria nel comodino. Tra maglie, giubbotti e fazzoletti trovai dei fichi secchi e delle belle mele profumate e, avvolti in una calza, trenta soldi. Trovai anche una bella immagine di San Michele Arcangelo con la spada sollevata, la bilancia e tanti diavoletti che si crogiolavano, dalla cinta in giù, saltellando tra le rosse fiamme dell’Inferno.

            Sentii un nodo alla gola e, tornando con la mente a mia madre ed a mio padre, ricominciai a piangere. Mentre sfogavo nel pianto il mio dolore, quasi meccanicamente, presi una mela, la baciai ed affondai i denti nella sua polpa succulenta ed odorosa godendone il sapore.

            Il sapore della mia povera ma tanto cara casa.

            Per la sua bontà, mio padre, era benvoluto da tutti e, tutti, quando passavano, gli dicevano, con un sorriso rispettoso “buon giorno” e “buona sera”.

            Io notavo il gran rispetto che sapeva incutere mio padre e più ancora la sua onestà e la sua forza morale e, quindi, sempre più mi andavo convincendo che se con il denaro si compra tutto, con l’onore e l’onestà si tiene in soggezione anche chi ha molto denaro.

            Aveva le mani, mio padre, deformate dall’acido urico e, per gli attacchi uremici, era costretto molto spesso a letto per dolori lancinanti che egli, tanto abituato a sopportare il dolore morale, sapeva tollerare, sapeva tollerare non perdendo mai il sorriso franco e bonario, quel sorriso comunicativo che incuteva rispetto e soggezione. Era stato un vero galantuomo, mio padre, ed ora giaceva disteso sul lettino, così, tutto vestito di nero, quasi a festa, mentre il garbino soffiava, le porte cigolavano ed il cane, sulla strada, guaiva confondendo il suo lamento con quello, fastidioso, delle préfiche.

            Mi passai, sulla fronte, il palmo della mano destra.

            Non era possibile, no, non era possibile che mio padre fosse morto. Forse dormiva. Forse, finalmente vestito come un signore, riposava trovando ristoro per il lavoro di tutti i giorni, per le sofferenze, per le pene, per le continue delusioni.

            Mi accostai e lo toccai con le labbra sulla fronte. La fronte era fredda. Un freddo che somigliava a quello dei giorni invernali ma ne era diverso. Un freddo che non somigliava al freddo delle cose che ci circondano ma che aveva un sapore strano, un sapore che colpiva il cuore e che lasciava, sulle labbra, una specie di patina che s’infiltrava in tutte le parti del corpo e faceva tremare.

            Scoppiai in un pianto violento. Il cuore mi batteva forte e stringevo i denti. Attraverso il velo delle lagrime vedevo il viso composto e bianco di mio padre, le sue mani che non erano più deformate, la gran croce di legno, il fazzoletto bianco che usciva dal taschino della giacca. Le fiamme dei ceri intorno si agitavano creando un irreale giuoco di ombre sulle pareti ed i fiori penetravano, con il loro odore acuto, nelle narici fino a stordire.

            Mio padre era morto.

            Il favonio, caldo e molesto, quel vento senza garbo che noi chiamiamo garbino, soffiava senza tregua e le préfiche, stanche, pregavano sommessamente.

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Da: 15 novelle in cerca di un lettore   di  Antonio D’Ercole  – Edizioni “Attraverso l’Abruzzo”  – Pescara 1959

ANTONIO  D’ERCOLE.  Nato a Scerni ( CH ) il 9/2/1907  Morto a Chieti il 17/7/1991, di professione farmacista, oltre alle numerose pubblicazioni di carattere scientifico, fu saggista, scrittore e poeta. Alcuni titoli:

La Fede – Arte Tipografica Casalbordino 1952

Terra Nostra – Arte Tipografica Casalbordino 1953

La Radiosquadra – Piccola monografia su Scerni con raccolta di poesie dialettali – Arte Tipografica Casalbordino 1953

Quando si cade nella palude – Arte Tipografica Casalbordino 1953

San Panfilo – Arte della Stampa Francavilla a Mare 1954

Sulle coste dell’Osento – Arte Tipografica Caslabordino 1956

La Scuola Agraria – Arte della Stampa Casalbordino 1957

Chinte de lu Sinelle – Edizioni “Attraverso l’Abruzzo” Pescara 1958

Li tradiziune – Edizioni “Attraverso l’Abruzzo” Pescara 1958

Quindici Novelle in cerca di un lettore – Edizioni “Attraverso l’Abruzzo” 1959

Una Storia interessante ( San Silverio Papa ) – Ed. “Attraverso l’Abruzzo” 1960

La Madonna del Carmine in Tornareccio – Edizioni La Stampa Atessa 1960

Lu Ritorne – Ed. Centro Studi Abruzzesi ( Quaderni di poesia dialettale ) Pescara 1969

 

Fu Comandante Partigiano meritando il “Certificato di Patriota” firmato dal generale Alexander e ottenendo nel 1984 dal Presidente Sandro Pertini il “Diploma d’onore al combattente per la libertà d’Italia 1943 – 1945”

Consigliere Provinciale ed Assessore  per la Democrazia Cristiana

 

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TONITA DI NISIO e/è “SUL CIGLIO DELL’OMBRA” di MARILIA BONINCONTRO (EDIZIONI NOUBS)


Tonita Di Nisio ha scritto un saggio sull’ultima opera di poesia di Marilia Bonincontro, “Sul ciglio dell’ombra” (Edizioni Noubs), con prefazione di Adriano Marchetti.

TONITA DI NISIO

 

  

 

 

 

“Sul ciglio dell’ombra” di Marilia Bonincontro

 

 

 

Aprire questo libro e poterlo guardare, sfogliare e infine leggere è partecipare di un grande privilegio: l’autrice, che tutti conosciamo come schiva e riservata, rigorosa al punto da apparire severa o distante, ci offre la sua “confidenza”, ovvero, nel senso etimologico della parola, mostra di avere fides-fiducia e speranza nei suoi lettori. Niente a che vedere con la facilità con cui oggigiorno personaggi più o meno pubblici raccontano vicissitudini personali al limite dello scandalo. Di quale confidenza si tratta? Di quale disponibilità generosa? Per comprenderlo, bisogna considerare prima quello che gli addetti ai lavori chiamano il corpo del libro, che è confezionato con rara eleganza, ma in modo che anche la materia racconti ciò che ogni pagina e ogni verso dicono.

 

 

 

Sulla copertina, vergato con la grafia sicura dell’autrice si avvolge l’incipit di “A Mario Luzi-In memoriam”, vate senza scettro, umile tedoforo della parola, ad indicare sotto quale segno si iscrive tutto la lezione etica del libro: elevare un canto in difesa della civiltà e dell’arte messe da parte e conculcate nel nostro mondo.

 

 

 

Un altro indizio per cogliere il significato dell’opera emerge dal titolo. SUL CIGLIO DELL’OMBRA suggerisce, a tutta prima, al lettore l’idea che l’opera sia nata banalmente dal desiderio di lasciare un segno prima che arrivi l’ora di attraversare l’Acheronte. Non è così: è già stato adottato in francese per la raccolta Au versant de l’ombre , che lo trae, a sua volta, dalla lirica Euridice in esso contenuta. Ma la Poetessa non è Euridice, è Orfeo, che in limine mortis non sa staccarsi dalle persone amate e, per farle rivivere, le evoca, le richiama tentando di riattraversare la “linea d’ombra”, di spezzare il diaframma che le colloca in una distanza invalicabile. Quando gli amati sono la madre, il fratello, gli amici, è un Orfeo misteriosofico, sacerdote degli affetti, che recupera nel grembo della memoria il tempo perduto. Ma, quando gli amati sono i poeti, i pittori, i danzatori, i musicisti, gli attori (Emily Dickinson, Rilke, Cristina Campo, Giorgio Caproni, Giorgio Morandi, Jacques Brel, Rudolf Nureyev, Pessoa, Marina Cvetaeva e mille altri) Orfeo torna ad essere solo il poeta per antonomasia, che ci insegna che c’è l’arte prima dell’arte e che ci può essere l’arte solo dopo l’arte.

 

 

 

Ma ora apriamo il libro. Introduce la silloge di testi una penetrante e persuasiva lettura critica di Adriano Marchetti, che, mentre viene ragionando sui modi e sui temi della sua poesia, definisce fondatamente l’autrice un classico moderno. “M.B. è indubbiamente una delle attuali voci considerevoli della poesia italiana.” L’analisi di Adriano Marchetti è una lettura magistrale e, per le interpretazioni a venire, sarà impossibile prescinderne. Ovviamente, chiudono il libro, in una sorta di ring-composition, le pagine appassionate dell’amico editore Massimo Pamio e il devoto ringraziamento dell’amica di sempre e curatrice dell’opera Pina Allegrini, all’archivista della bellezza e della memoria: dico ovviamente poichè sono stati tra i primi lettori delle sue raccolte, quasi sempre tenute gelosamente chiuse nei cassetti segreti e talora pubblicate “alla macchia”. È anche grazie a loro che possiamo nutrirci di questo pane di poesia.

 

 

 

Poi le raccolte, dal 1976 al 2005, tra le tante prodotte da Marilia Bonincontro; un viaggio nel tempo e nello spazio della pagina su una tastiera lessicale preziosa, un percorso non di sperimentazione, ma di esperienze diverse, legate da un’ intima coerenza: I. Con le foglie d’autunno; II. Microstoria; III. L’angelo obliquo; IV. Il nome del deserto; V. Deserta luce ; VI. Au versante de l’ombre ; Croce copta.     

 

 

 

Le liriche sono precedute e intervallate, ma meglio farei a dire “contenute” dalle calde fotografie di Bruno Imbastaro che ci propongono un singolare, ma raffinato ritratto indiretto dell’autrice, ritratto non fisionomico, ma affettivo, intellettuale e culturale. Ci aggiriamo così anche noi nei penetrali della casa di cui Marilia confidenzialmente ci apre, anzi spalanca le porte. In quella che Massimo Pamio definisce la wunderkammer di Marilia, cioè la “stanza delle meraviglie”, lo sguardo è rapito dai tanti retabli, cioè dalle pale d’altare con vari scomparti in cui le foto del fratello Achille , della madre, di Virginia Wolf, di Marcel Proust, di Maria Callas, di Edoardo e di tanti altri poeti lumeggiano un panorama di oggetti, di quadri, di poster, di libri, di dischi, rari e non, ma comunque sempre preziosi. Giriamo così nelle “dorate stanze” di una donna “abitata di musica”, “abitata di poesia,”, “abitata di Bellezza” in un una parola. Non c’è snobismo nell’aprirci signorilmente questo posto dell’anima, ma la necessità di aiutarci  a situare- per riusare le parole di un biglietto inviato a me nel 2006- “i frammenti del mio mondo di Ombre, questi echi di voci che accompagnano le mie albe e le mie notti.” Brodskij nel suo discorso per il Nobel affermò che l’estetica è la madre dell’etica: riconosciamo vera l’affermazione del poeta russo davanti alle immagini di una casa che racconta il culto della lettura e la passione per le arti come momento fondativo della coscienza di sé e dell’altro. È per questo che troviamo logico, essenziale persino che Emily Dickinson, Rilke, Cristina Campo, Giorgio Caproni, Giorgio Morandi, Jacques Brel, Rudolf Nureyev, Pessoa, Marina Cvetaeva e tanti altri siano presenze che si traslano con naturalezza sulla pagina accanto ai lari domestici, disperatamente amati.

 

Vado -con il mio liso strascico

 

di toppe -una per ogni addio.

 

 

 

Il Canzoniere,- mi si passi la definizione- si apre con la sezione dedicata esclusivamente alla madre, che canta lo strappo lacerante e mai -letterarmente- risarcito: la parola che più vi risuona è silenzio, Silenzio come segno dell’assenza di Colei che denominerà, in una lirica di molti anni dopo, Demetra, come la dea nutrice, artefice delle stagioni e della vita. Mi porta il tuo silenzio…(pag. 37)Ma la Figlia, sebbene sacerdotessa di un culto misterico, eleusino, privato, non si sentirà mai Proserpina, ovvero capace di rigenerare la vita.

 

Sulle mie rive

 

non fiorisce il loto. (pag.57)

 

E il loto, si sa, dà il privilegio dell’oblio, ma è anche e sopratutto il fiore della vita che nasce, della continuità dell’esistenza. Non sorprende perciò che la Suite 1965 – Sine nomine sia dedicata interamente al bambino mai concepito :     

 

come spiegare al mondo

 

quanto amore t’ho dato

 

negandoti la vita?

 

Non generare, pur desiderandolo, è una autocastrazione per amore, implacabile amore (pag. 72), per risparmiare a chi verrà il dolore della Storia , e più in generale della condizione umana:

 

Mi mancherà il tuo sorriso-

 

ma t’avrò risparmiato….(pag.70)LEGGERE

 

Il dialogo con il Figlio “pensato” è initerrotto: riprende struggente ne I frammenti di una frase infinita del 1992 con la tenerezza e, arriverei a dire, la parzialità, lo spirito di parte di una madre che vanta la propria creatura, mettendola a paragone con i figli di altre madri, con i figli della terra ( pag.104)

 

T’ho dato ali bianche-

 

vele dell’impossibile.

 

 Le ragioni dell’orgoglio si motivano:

 

…A te solo appartieni

 

al tuo non essere (pag.104)

 

Ti basta il respiro

 

dell’eterno…….(pag.105)

 

…….Non t’ho fatto

 

a me simile- mortale (pag. 106)

 

E, mentre alla madre resta solo il suo canto mortale, il figlio, luce errante, è metamorfizzato in angelo, il cui sorriso è ombra.

 

 Angelo e Ombra sono due termini chiave nella produzione di Marilia Bonincontro e ci permettono di isolare due parole-cardine della sua visione del mondo e del suo mondo poetico.

 

Riguardo ad Ombra, voglio ricordare quel che ha detto Adriano Marchetti:”I componimenti …sono germinati da una vera e propria skiagraphia, una scrittura dell’ombra, dove gli eventi, in prossimità di scene silenziose, sfuggono alla narrazione, lasciandosi appena percepire in una teoria di lampi, che si colgono in uno spazio di tempo attraversabile solo dal canto.” Bisognerebbe contabilizzare i numerosi utilizzi del termine ombra e sviscerare le varie accezioni del termine per la Bonincontro. Ombra è per lei il Mistero dell’esistenza. È anche, ovviamente, la trascrizione dell’endiadi pulvis et umbra oraziano. Sono certa che nel suo lessico purissimo ed eletto la parola nasca da una lunga vitalità del termine in poesia : dalla Lezione sull’ombra di J. Donne, che Cristina Campo e Patrizia Valduga hanno tradotto, all’ Elogio dell’ombra di J.L.Borges, dal primo temuta al suo apparire perchè potrebbe offuscare l’amore, che si alimenta di una luce coraggiosa; dal secondo apprezzata perchè non è ancora la tenebra della cecità e gli consente ancora di ritrarre la sua identità, nella quiete della vecchiaia. Ma credo che la suggestione più forte sia quella  che deriva dai notturni lunari di Leopardi: le ombre creano mille figure indefinite e forme che illudono l’uomo e mascherano il volto della verità; come in alcuni quadri di Friedrich, l’ombra accoglie l’osservatore/gli osservatori che, sul ciglio di un bosco o di una strada osservano una luce dello sfondo che suggerisce un mondo spirituale ed eterno. Da ultimo, mi piace pensare alla Linea d’ombra di Conrad, che equivale alla paura di non farcela, la paura di sbagliare e della sorte avversa o di un dio ostile, sempre in agguato. C’è tutto questo ed anche di più nel lessico evocativo della B.

 

 

 

Angelo è Emily Dickinson, obliqua luce, angelo dalle ali mozze, celesta, arpa sepolta ,”tema e nome ricorrente…inseparabile dal (mio) suo mondo interiore” ( M. B. scrive in una lettera del 7 dicembre ’06) qui cantata nella Sonata in due tempi del 1989-1990. E angelo dal viso bizantino è un’altra “trappista della perfezione”:Cristina Campo (pag.94). La distanza di Giorgio Morandi dalla pura materialità è l’iperuranica condizione di distacco delle gerarchie celesti.(pag. 95-96) Ancora dalla pittura un’altra potente suggestione: l’Angelo di Klee, che ha lo sguardo rivolto al passato, quell’Angelo cheWalter Benjamin definì un'”allegoriadella Storia“, l’angelo della catastrofeche guarda le nostre rovine“. E si potrebbe continuare a proposito di Rilke (pag. 90), di Caproni (pag. 98), di Nurejev (pag. 100), del poeta assassinato (Pasolini?) (pag.177): tasselli di un mosaico di perfezione, terribile nel senso etimologico del termine, perchè pietrifica chi cerca a sua volta la perfezione. Quale la perfezione quella cercata da Marilia ? Quella  della parola alta! La memoria corre a quel che si è detto per l’amata Emily Dickinson, che avrebbe concepito l’idea di diventare poetessa avendo come riferimento la lotta di Giacobbe con l’angelo.Giacobbe, riconoscendo la sua limitatezza, chiede alla creatura angelica di benedirlo: applicato ad Emily e a Marilia la benedizione coincide con il dono della Poesia. Adriano Marchetti  ci ricorda che, nella teologia di Dante, gli angeli conoscono direttamente, senza mediazioni; agli uomini invece occorre la mediazione della parola. E qual è la forma eletta della parola? La Poesia, comunque espressa, il canto mortale.

 

C’era il Silenzio-

 

poi venne la parola.

 

……………….

 

Queste parole oblique-

 

che dicono amore-

 

che dicono dio-

 

angeli abortiti.

 

C’è, nel resto del Canzoniere, un affollarsi di presenze angeliche, letteralmente “nunzi”, che svolgono i loro compiti in un’atmosfera algida : d’altronde il sovramondo è raggelato ed enigmatico. In Deserta Luce baluginano le apparizioni dell’Angelo muto, dell’angelo del mare, dell’angelo della morte , dell’angelo senza ali, dell’Angelo del Nulla (pag. 163, 176-177). Sono epifanie in cui si misura la loro indifferenza alle umane vicende:

 

Infallibile – mira-

 

                  l’angelo baleniere ( Navis Argo, pag.123)

 

oppure

 

…….La notte

 

già scivola dai fanali

 

                  coi suoi angeli perversi(Pioggia, pag.184)

 

E ancora

 

Gli angeli – con ali

 

verdi o bianche-

 

la loro parte recitano

 

tra cielo e terra-

 

                 come si conviene.(Controcorrente, pag.202)

 

E di nuovo

 

 Il cielo come il mare

 

e gli angeli

 

addormentati sui pennoni

 

di una nave fantasma ( pag.2012)

 

Non vi è posto per gli angeli comunemente intesi come protettori dai pericoli: i bambini di San Giuliano di Puglia sono stati

 

Salvati o sepolti-

 

traditi….dalle fole

 

di angeli custodi.

 

( A tutti i bambini di San Giuliano di Puglia, pag.242)

 

Non c’è posto per loro se non in una concezione improntata al buonismo, che Marilia Bonincontro respinge, mentre afferma l’ateleologia della natura e della storia, il dolore della vita marchiata da tante sofferenze e, in più, immedicabilmente dall’ingiustizia della morte degli esseri amati: in quest’universo antiprovvidenzalistico,

 

C’è sempre un ladro-

 

cui non si perdona-

 

si chiama dio-

 

         natura o cieco caso.(pag.146)

 

Sentiamo convergere nel “centro segreto” (Borges) del pensiero dell’autrice i cammini del rovello esistenziale e metafisico dei grandi: Leopardi in primis, poi Montale, Caproni, Luzi, Sereni tra i tanti, che si sono dibattuti tra sofferto nichilismo e disperata fame di Assoluto.

 

Dal nulla al Nulla (pag.186)

 

Lettura integrale- legge Pina Allegrini

 

Nel corso delle pagine della silloge, l’enunciato si fa sempre più secco

 

Non siamo che semi

 

 del Nulla-

 

fioriti-feriti-recisi.

 

Oppure

 

Non ha ragioni

 

il  Nulla…….

 

E noi -suoi figli-

 

Persi a dargli un senso.

 

I testi che chiudono la raccolta, In memoriam e  Sadness, (che M. definisce “quasi un oratorio- per due voci, arpa e contrabasso”)- oltre a riepilogare e definire uno dei temi decisivi del libro, quello dei morti,  riassumono anche la poetica della Bonincontro: si rivela netta la distanza dalle origini ermetiche, e dunque dalla tradizione simbolista che ne sta alle spalle. In questo dissonante/e tarato-imbarbarito/ tempo che ci è dato, l’io lirico non cerca una comunione con gli oggetti o un contatto la natura:  ricostruisce tramite i nomi di Luzi, Mozart, Marina Cvetaeva, Puskin, Shelley, Keats e Leopardi, un proprio itinerario intellettuale e constata che al presente, essi scendono “nella fossa comune”. Una volta scartati, rimossi e sepolti nell’anonimato, non varrà più la pena di vivere per l’interlocutore che tesse il filo dei ricordi torto e ritorto, piagato tra le dita. L’ultimo verso, preso in prestito da Lorca, recita: “Dorme, non resta niente.” È forse una resa ? Un invito ad accettare la mediocrità e la meschinità del nostro tempo? Per far questo Marilia non ci avrebbe schiuso generosamente le porte della sua Casa per la Poesia, nè ci avrebbe fatti inoltrare nel suo continente poetico ove si tocca ad ogni verso l’inquietante mistero della perfezione.

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 Bruno Imbastaro fotografa Tonita Di Nisio, Pina Allegrini, Marilia Bonincontro

 

 sulciglio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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MARCO ALESSANDRINI E ENNIO DI FRANCESCO AL FESTIVAL DELLE LETTERATURE DI PESCARA


Nell’ambito del Festival delle letterature

 

 

 

presso la Casa  D’Annunzio  a Pescara  Corso Manthoné

 

Venerdì 8 novembre  2013 ore 17

                                          

MARCO ALESSANDRINI    e   ENNIO DI FRANCESCO

parlano del libro   

 

 _2013-Vecellio-radicalmente

                                                                                                               Edizioni NOUBS  

                     

Letture di  Giulia Basel del teatro Florian

 

                             Ennio Di Francesco, classe 1942, già ufficiale dei carabinieri e poi funzionario di polizia. Tra i promotori del Movimento carbonaro che condusse alla  legge 121/81 di riforma democratica della polizia. Distintosi  con riconoscimenti anche internazionali  nella lotta alla criminalità. Collocato anzitempo in pensione d’ufficio. Autore di Un Commissario scomodo, premio selezione Bancarella 1992, con prefazioni di Norberto Bobbio e poi di Gino Giugni. Presidente   Associazione Emilio Alessandrini.

                          IL LIBRO: RADICALMENTE SBIRRO

Valter Vecellio, giornalista del TG 2, intervista Ennio Di Francesco.  L’opera è viva, attraente, densa di passione, perché attinge all’energia e alle speranze che un uomo ha profuso per migliorare il mondo in cui vive, e si rivela una chiave importante per meglio comprendere i passaggi nodali della storia più recente dell’Italia. Con prefazioni di Don Antonio Gallo e di Marco Pannella.

 

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