Archivio mensile:gennaio 2014

GIORGIO LINGUAGLOSSA LEGGE “SUL CIGLIO DELL’OMBRA” DI MARILIA BONINCONTRO


http://lapresenzadierato.wordpress.com/2014/01/30/marilia-bonincontro-sul-ciglio-dellombra-1976-2005-letta-da-giorgio-linguaglossa/

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UNA POESIA DI CRESCENZO INVIGORITO


T’AMO SENZA UN MOTIVO
T’amo senza un motivo
come il cielo quando piove,
senza una vera ragione.
T’amo nel sonno
senza sapere perché si sogna
e t’amo quando cammino
non sapendo come si cammina.
T’amo arrivando al tuo cuore
come se con quattro passi
e sovrappensiero arrivassi
fin sotto casa tua ed entro.

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I CENTO ANNI DI FEDERICO CAFFE’ DI PAOLO DI VINCENZO


Il presente saggio è uscito sul sito Internet www.arteabruzzo.it  il 6 gennaio 2014, nel giorno del centenario della nascita del grande economista.

Arteabruzzo è stato L’UNICO media abruzzese a ricordare Federico Caffè quel giorno; il saggio è stato poi ripreso e pubblicato sul quotidiano di Teramo La Città il giorno 8 gennaio successivo.

 

I cento anni di Federico Caffè

di Paolo Di Vincenzo

 

Il 6 gennaio 1914 nasceva a Castellamare Adriatico (all’epoca non ancora accorpata a Pescara), Federico Caffè. Ma nella sua Pescara, con cui aveva mantenuto un rapporto stretto anche perché ci abitava l’amatissima sorella Maria Annina, lo ricordano solo gli amici e i parenti. Di certo non le istituzioni.

Fu uno stimatissimo economista, maestro di personaggi oggi nei punti chiave dell’economia mondiale come Mario Draghi (governatore della Banca centrale europea), Ignazio Visco (governatore della Banca d’Italia), e di Franco Archibugi, Giorgio Ruffolo, Luigi Spaventa,Marcello De Cecco, Fernando Vianello, Ezio Tarantelli (assassinato dalleBrigate rosse nel 1985), Nicola Acocella, Fausto Vicarelli, Bruno Amoroso, Guido Rey,Pierluigi Ciocca, Vieri Ceriani, Marco Ruffolo, Enrico Giovannini, Daniele Archibugi, Nino Galloni.

Il celebre studioso, ammirato e stimato da Meuccio Ruini, Paolo Baffi e Carlo Azeglio Ciampi, era un uomo minuto, piccolino, un metro e cinquanta di altezza, magrissimo, schivo, timido, che fino alla fine girava per Roma usando i mezzi pubblici. Pochi giorni dopo l’assassinio da parte delle Br del suo allievo prediletto, Ezio Tarantelli, arrivò a casa sua una telefonata minacciosissima, rispose il fratello, Alfonso, “Dica al professore”, sentenziò l’anonimo interlocutore, “che è arrivato il suo turno. Dopo Tarantelli ora tocca a lui”.

La polizia volle metterlo sotto scorta ma il professore, così lo chiamavano tutti, si schermì: “Io mi muovo in autobus, e non intendo assolutamente rinunciare ai mezzi pubblici. Grazie no. Niente scorta”.

E così come aveva vissuto, quasi in disparte nonostante l’apprezzamento del mondo accademico non solo italiano, se ne andò. La sera tra il 14 e il 15 aprile 1987 lascia la sua casa di Roma, sulla collina di Monte Mario, via Cadlolo, e senza far rumore (con lui viveva il fratello Alfonso, professore di lettere nelle scuole superiori) va via. In punta di piedi, si potrebbe immaginare. Sul tavolino vicino al letto lascia l’orologio, gli occhiali, le chiavi di casa e dell’università (pur in pensione aveva mantenuto uno studio lì), il passaporto e il libretto degli assegni.

Qualcuno ha voluto vedere in questi oggetti una serie di simboli: non ha bisogno di orologi chi ha deciso di lasciare questo mondo, come pure di occhiali e di soldi. Tantomeno di passaporto o di chiavi.

Tanti hanno sperato di vedere in questa scelta un gesto alla Majorana, il fisico nucleare che, pentito delle ricerche utilizzabili per la costruzione della bomba atomica, pare si sia ritirato in un convento in Calabria, Serra San Bruno. Lo stesso in cui avrebbe trovato pace anche uno dei piloti del B29, l’aereo americano che sganciò la prima bomba atomica su Hiroshima.

Ma di Federico Caffè, Vinicio come lo chiamavano amici e parenti a Pescara, non si è saputo più nulla. Il 30 ottobre 1998 ne è stata dichiarata la morte presunta.

Nel 1997, a dieci anni dalla scomparsa, il quotidiano la Repubblica pubblicò una lettera indirizzata a Carlo Ruini (figlio di Meuccio, amico e collega di Caffè), in cui si parla di suicidio. Questo il passo più significativo: “A me è accaduta la cosa più ingiusta e impensata: una subdola depressione mi ha privato della facoltà di un qualsiasi ragionamento, le abituali amnesie del periodo senile sono diventate totali. (…) Non vorrei finire la mia vita con lo squallore di un suicidio. Ma vie d’uscita non ne vedo”.

La sorella Maria Annina, intervistata da chi scrive in quell’occasione, a proposito del possibile suicidio disse: “Non che lo escludo ma lui era così convinto della dignità umana che non credo possa aver fatto un gesto del genere. Lui non era aggressivo con gli altri e nemmeno con se stesso. Il suicidio richiede una violenza terribile e non credo ne sarebbe stato capace”.

“Quello che mi rammarica un po’”, continuava Maria Annina Caffè nell’intervista pubblicata sul Centro l’8 aprile 1997, “è che di Federico si parli solo per la sua fine. Soprattutto Pescara, la sua città, per cui aveva fatto tanto nel periodo della ricostruzione (Caffè fu capo di gabinetto del ministero per la Ricostruzione di Meuccio Ruini) e che lui aveva tanto nel cuore. Pescara oggi lo ha dimenticato. Ma cosa insegniamo ai nostri giovani? Solo il mito dei soldi? Perché non ricordiamo questa figura?”.

Già, perché non ricordiamo personaggi come Federico Caffe?

 

 

LA SCHEDA

 

Federico Caffè, nacque a Pe­scara (all’epoca nel territorio di Castellamare Adriatico poi accorpato a Pescara) il 6 gennaio 1914, si laureò con lode in Scien­ze economiche e commer­ciali all’università di Roma nel 1936.

Assistente volontario al­la cattedra di Politica econo­mica e finanziaria, dal 1939. nell’annoaccademico 1946/47 vinse una borsa di studio per un soggiorno alla London school of Economics. Vincitore nel 1954 del primo concorso a catte­dra di Politica economica e finanziaria tenutosi dopo la fine della guerra è stato pro­fessore straordinario della stessa disciplina a Messina passando poi all’insegna­mento di Economia politica a Bologna, infine è stato chiamato a Roma, nel 1959, come professore ordinario di Politica economica e fi­nanziaria, nella facoltà di Economia e commercio.

Dal 1970 è stato socio cor­rispondente dell’Accade­mia nazionale dei Lincei ed è divenuto socio nazionale nel 1986.

Alla sua lunga e intensa carriera universitaria si è affiancata una altrettanto lunga e prestigiosa carriera pubblica che lo vide per un breve periodo capo di gabi­netto del ministro della Ri­costruzione Meuccio Ruini, nel governo Parri. Non me­no rilevanti sono stati gli in­carichi che gli vennero affi­dati come funzionario del servizio studi della Banca d’Italia dove venne assunto nel 1937. Nel 1954, con la sua nomina a professore straordinario, si concluse il rapporto di lavoro e venne nominato consulente del Governatore della Banca d’Italia, incarico che man­tenne fino al 1969.

E’ scomparso nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1987. Il 30 ottobre 1998 è stata dichiarata la sua morte presunta.

Federico Caffè

Federico Caffè

Paolo Di Vincenzo

Paolo Di Vincenzo

 

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LUCIANO TROISIO: Koh Kong, 19 dicembre 2013


Koh Kong, 19 dicembre 2013

 

Ieri a Pattayà, dopo una notte insonne: dovevo partire alle 6.30 e non c’era nessuno che mi svegliasse perché il personale arriva alle otto. Ho deciso di non prendere le pillole che mi fanno dormire. L’esperimento è riuscito in pieno, mi sono svegliato all’una circa e non ho più dormito. Inoltre non ho messo la cera nelle orecchie. Questo mi ha permesso di verificare che c’è sempre un parlottio giù in strada.

Viaggio al termine della notte, dell’angoscia.

Le valige erano già chiuse, ho fatto la doccia, preso le pastiglie del mattino, sono sceso, ho aperto con la tessera magnetica, l’ho abbandonata come d’accordo su una scansia esterna. Figuri mi chiedavano dove andavo, mi sono seduto su una sedia di ghisa, c’erano vasi di piante sconosciute, il marciapiede emanava un tanfo irrespirabile, perché sotto passano le fogne. Passavano fanciulle a piedi che rincasavano dopo la notte di lavoro, per altre era venuto il fidanzato con la moto. Il pulmino è arrivato in ritardo, era già colmo e naturalmente ho avuto il posto peggiore in fondo. A lato una coppia di russi sui 40. Per tutto il viaggio nessuno ha detto una parola. La strada costiera ha molto traffico. È una specie di autostrada che però ha parecchi semafori e attraversa centri abitati. Ci siamo fermati due volte. La seconda il pulmino ha fatto il pieno (di gas).

Siamo arrivati a Trat alle 10. Sono sceso solo io, tutti gli altri andavano all’isola di Ko Kiang. Subito un bemo per la bus-station, ho pagato 120 bath e siamo partiti quasi subito per il cambodian border. Stavolta sono salito davanti a fianco del pilota. Ci sono molti posti di blocco della polizia di frontiera. Solo uno ci ha fermato. Hanno fatto scendere una giovane coppia. I loro documenti erano fogli A4. La ragazza aveva una mano ferita. I militari sembravano feroci aguzzini, la coppia (forse di cambogiani) teneva un umilissimo comportamento. Tutti se ne stavano muti, poi è arrivato dall’altra parte della strada un altro militare, quasi certamente il comandante. Sembrava molto più bonario/buddista. La coppia è risalita, subito abbiamo proseguito. Molti sono scesi a incroci deserti; a un certo punto si costeggia il mare e ci sono varie indicazioni pubblicitarie di ignote spiagge. Il pilota ferma e parcheggia in un piccolo centro, scende, sparisce, ritorna, accompagna passeggeri.

Finalmente alla frontiera. Assalito da portabagagli con luridi carrettini. Affido le due valige. Vado subito all’ immigration thai. Mi fotografano come al solito. Prima di me c’era un tipo molto particolare, con coppola “di Mao” e soliti indumenti mimetici, giacca a vento leggera, sull’azzurro; non aveva bagagli, era nel nostro pulmino proprio dietro a me. Dal colorito roseo eccessivamente irrorato poteva essere un bianco; il colore della sua pelle faceva risaltare il contrastivo giallo-scuro degli autoctoni, si era tolto la coppola, aveva il calvo cranio dolicocefalo tipico europoide con l’occipite sporgente, parlava una lingua che probabilmente non era il dialetto thai che parlavano tutti gli altri, forse era khmer. Poteva avere 60 anni. Quello che mi ha colpito di lui era lo strano sguardo che sembrava non (voler) vedere nulla. Non saper nulla.

Passo il truce cancello del confine. E c’è anche una sbarra che è stata abbassata proprio in quel momento. Il carrettino mi affianca, ma io mi fermo, perché questo momento per me assume un’importanza fondamentale e scatto delle foto. Quando si arriva in un aeroporto le cose sono assai diverse. Passare un confine via terra mi dà un’emozione particolare, perché legato più intensamente anticamente alla storia, alle divisioni, alle diversità. Questo poi è davvero unico e l’ho descritto altre volte. Speravo che qualcosa fosse cambiato, invece no: sulla destra a pochi metri il vuoto, il mare, sulla sinistra grosse sinistre matasse di filo spinato a ridosso di una siepe suggeriscono qualcosa di assai brutto (cosa vogliono impedire?). Traffico miserabile dei soliti frontalieri che hanno un permesso speciale, non hanno bagaglio se non la loro povertà. Davanti a me camminava una ragazzetta con un sacchetto di plastica trasparente che conteneva pesci. Mendicanti mutilati, più avanti suonatori di strumenti popolari si attivano solo al passaggio dei bianchi. Attenzione: siamo ancora in territorio thailandese! (quindi il filo spinato è stato messo dai thailandesi!). Perché ne sono certo? Da che cosa lo capisco? Dalle condizioni del fondo stradale. Chiunque passa un confine di stato anche a bordo di un’auto, non può non notare che a un certo punto il colore, il tipo di asfalto cambia, a volte c’è anche una striscia bianca, ebbene: quello è il punto esatto del confine. Dal cancello metallico (alle 20 la frontiera chiude) al discreto omogeneo asfalto cambogiano ci saranno una settantina di metri, e dalla parte ancora tailandese il fondo stradale è assolutamente dissestato, tutto una buca, ghiaia ovunque (ecco perché ho noleggiato il carrettino, nonostante le mie valige siano dotate di rotelle). Molto insolito, negligente, poco civile e non a caso; la cosa è di fondamentale importanza come simbolo, perché gli ultimi otto chilometri di strada thai verso la frontiera sono stati ultimati di recente, nuovi di zecca e in perfetto stato. Quindi non si sa cosa pensare. Anche per questo avrei voluto rivolgere la parola al tipo strano, che aspettava il visto seduto al mio stesso tavolo. Chiedergli che cosa pensasse di questa negligenza dei thai, che cosa significa. Anche perché a Koh Kong, giusto alla fine del ponte sul fiordo, è stato da poco inaugurato un bellissimo monumento che celebra la realizzazione di una importante strada, costruita in accordo dai due paesi, sotto l’alto patronato dei due re (contrasti tra il potere centrale e le province confinanti?).

 

Mentre aspettavo il visto, attorniato dai soliti ragazzacci in camicia bianca che si fingono funzionari di polizia (in combutta con quelli veri, che però all’esterno non si vedono, gente davvero ributtante), un tipo (presunto) medico -ma lo può fare qualsiasi imbecille- mi ha misurato la temperatura posandomi uno strumento sulla fronte. Avevo meno di 36. Poi mi ha consegnato una carta gialla e mi ha chiesto, come già sapevo, 20 bath (50 cents.) di oblazione. Tutto illegale. Poi un altro mi ha chiesto il passaporto con una villania eccessiva e gliel’ho fatto notare, come ti permetti, bifolco, di parlarmi in questo modo, allora mi ha sorriso e me l’ha chiesto meno buzzurramente. Hanno cominciato a scrivere il mio formulario. Intanto io, sapendo dell’imbroglio continuo cui si è sottoposti in questa frontiera in mano a gangster e grassatori (ma il re Sihamoni lo sa?), chiedevo il prezzo del visto (che  in realtà sarebbe 25 dollari). Mi dicono 1200 bath, che sono circa 40 dollari. La notevole differenza se la spartiscono. Un altro mi invita a seguirlo e mi fa firmare delle carte; mi tengono fuori dall’ufficio davanti a uno sportello di vetro scuro. Appare la famosa vecchietta a me ben nota e vuole una foto. Allora le dico in francese, lannè passè vunavepà demandè infotò. Va bene lo stesso, si decide tutto al momento in base alla faccia (attualmente ho una foltissima autorevole lunga barba grigiobianca). Anche gli altri europei sono piuttosto seccati dal trattamento, ma abbozzano. Qui sono particolarmente odiosi. Preparo i 25 dollari (che sono circa 800 bath), niente da fare bisogna pagare in bath, mi punta il ditino indice impositivo, e io le rispondo puntandole il mio, dato che non ho nessuna soggezione di questa brutta gente e da quando ho cambiato antidepressivo, sono anche molto meno paziente e più attaccabrighe. Mi chiede 1000 bath. L’altra volta era 1100. Pago. (Ma i miei amici sono riusciti a pagare in dollari. Più suadenti?). Quasi subito si riaffaccia e mi consegna il passaporto sorridendo. Bisogna fare un’altra fila per obliterare il visto. Altra occasione di spiacevole prossemica perché gli aborigeni non rispettano la fila. Davanti a me una giovane coppia di britannici. Chiedo se si fermano a Koh Kong, ma hanno già il biglietto del minibus per Sihanoukville. Gli prendono le impronte digitali di ambedue le mani: bisogna posarle su un display verde, prima le quattro dita, poi il pollice. Abbastanza complicato e lento. Non durerà. Quando è il mio turno una ragazza carina mi passa davanti e la insulto; mi prendono il passaporto, poi prendono le impronte dello spocchioso svedese alle mie spalle. Mi accorgo che il mio passaporto è vicino allo sportello, a me niente impronte, me ne vado assediato da tassisti.

Lungo il percorso, oltre ai faraonici casinò, noto una grossa novità: sulla parte sinistra è stata creata una grande zona economica speciale, cinta di muro. Arriviamo al ponte dove si paga un pedaggio di 1300 rial. Poi suggerisco al pilota la strada, che non ricordo affatto. Capitiamo in una guesthouse nuova di zecca. Sono l’unico cliente. La ragazza receptionist è una povera fessa addormentata. Non si capisce nulla, però arriva il boss più sveglio, che è anche proprietario del supermercato contiguo. Non sanno cos’è lo yogurt e infatti lo cerco invano, non c’è nel supermercato. Qui si provano delle sensazioni di lontananza culturale che altrove non sono pensabili. Salgo in camera, apro il computer, scrivo a Eugenio, che è in spiaggia da Ezio. Mi risponde subito che è alla quarta birra e la stanza è prenotata per il 20.

Mi fermerò qui 2 notti perché così avevo deciso. La stanza qui costa solo 300 bath. È tutto nuovo, però ogni tanto salta la corrente. Ho Tv, frigorifero pieno di birre, salatini, biscotti, l’acqua è bollente, c’è il minishampo, il dentifricino con spazzolino usa e getta però non c’è sapone né carta igienica (sono sempre provvisto di ambedue). Ogni luogo ha le sue usanze.

 

La sera sono andato a piedi verso il centro, si fa per dire. Una desolazione, nessun turista, finalmente ho trovato un posto per una squallida zuppa, e i prezzi sono molto più alti rispetto alla Tailandia. Infatti l’ho pagata più del doppio. Anche l’acqua al supermercato: 10 bath. A Bangkok costava 6. Però devo rilevare che la ragazza mi ha portato anche una pot di the (che sembrava salato) e ha disposto il piatto di frutta con molto garbo.

Stamattina alle 8 mi sono fatto portare in moto da Otto, posto tedesco assai noto. Non c’era nessuno. Ho preso l’american, assai ricco, la baguette era bollente, il caffè infame. Poi sono tornato a piedi, costeggiando il fiordo; il battello veloce non esiste più, molte cose sono cambiate: le lussuose balaustre che circondavano gli alberghi non ci sono più. Sono entrato nel giardino di una scuola, c’erano molti bambini che mi hanno salutato e c’erano anche molte statue, che credo rappresentino i 12 anni dello zodiaco (il mio è quello della tigre). Ho fatto molte foto.

La sera ho camminato molto, e ho rivisto/fotografato il famoso monumentino descritto altre volte. Ora è stato non solo restaurato, ma hanno anche rifatto completamente le mani (che erano state mozzate da iconoclasti anticomunisti). Ora i tre personaggi, una donna con bambino nudo e due militari, hanno il loro bravo mitra, il braccio alzato col pugno chiuso e sono stati accuratamente ridipinti da un pittore dilettante. Il basamento è stato ricoperto di marmo scuro e nella parte anteriore c’è anche una scritta di una sola riga, solo in caratteri cambogiani (che per caso non si sappia in giro). Immagino che le spese le avranno pagate i loschi figuri del partito, tuttora esistente, dei Khmer rouges.

[Giorni dopo, a Sihanoukville, ho incontrato un residuato italiano che è in Cambogia da una vita: mi è venuta immediatamente la voglia di intervistarlo (io però sono solito ascoltare attentamente chiunque mi parli) e lui volentieri mi ha tenuto un’interessante lezione di storia cambogiana ben articolata con sofisticata interpretazione del genocidio inteso come “esperimento suggerito da Mao a Pol Pot, allo scopo di costruire l’Uomo Nuovo”.

Ho seguito con grande interesse la sua fluida logomakia, poi gli ho descritto il monumentino di Koh Kong. Lui, senza averlo visto, mi ha risposto con sicurezza che quel monumento celebra la liberazione della Cambogia dai Khmer rouges da parte dei compagni vietnamiti, e che ogni città ne ha uno. In effetti è vero, però tutti gli altri che ho visto hanno incisa la celebre stella presente nella bandiera vietnamita, mentre nel monumento di Koh Kong non c’è nessun simbolo].  

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IL DONO PER UN NUOVO ANNO: “COME IN TRANCE” DI TINO DI CICCO


Che sia veramente nuovo, l’anno, per un mondo nuovo. E’ il nostro augurio per tutti voi. Il dono del principio nuovo: Come in trance, racconto-saggio di Tino Di Cicco, poeta, filosofo, ma soprattutto uomo splendido.

 

 

Viveva come in trance; credeva più agli angeli che alla propria volontà; più al Cavaliere Errante che ai telegiornali della sera.

Era venuto al mondo in un paese di cui ignorava tutto prima di nascere; generato da genitori che non aveva scelto, e dai quali pure  aveva ereditato molto.

Di altezza media,di media intelligenza, di ordinaria moralità;  non capiva perché queste  caratteristiche casualmente concentrate in lui, dovessero costituire la sua identità.

Sentiva come se fosse obbligato a difendere lui, a prescindere da lui. Non aveva deciso lui di essere proprio così; ma adesso che era qui, adesso che era così, doveva identificarsi totalmente con se stesso.

Sapeva che in lui respirava qualcosa della madre e qualcosa del padre; qualcosa del nonno e qualcosa della nonna. E non solo il passato respirava in lui, ma anche qualcosa dei figli e dei nipoti; lui era il suo passato e anche il suo futuro, e tutto a prescindere da lui. Per questo non riusciva a capire quando gli uomini dicevano: “volontà” e “identità”; quando rivendicavano il loro carattere come una loro scelta; era tutto casuale, perché doveva identificarsi con se stesso?

Sapeva che c’era più verità nel volo delle rondini che negli indici di borsa, ma gli uomini pensavano il contrario, e lui non aveva prove, né parole, per dimostrare il contrario del contrario.

Sapeva che nei barboni e nei matti c’era più bontà di quanta potevano immaginarne gli uomini in doppio petto blu;  anche se qui tutti esaltavano i potenti ed ignoravano i buoni; facevano così anche gli uomini dalle radici cristiane.

Sapeva che gli uomini  chiamavano amore il loro tornaconto, come con i cani, e con i servi.

Ma nonostante tutto sentiva che l’amore c’era veramente; era la realtà luminosa  del mondo, e gli uomini lo capivano quasi solo al tramonto, oppure quando d’estate incrociavano la faccia piena della luna.

Sapeva che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”; non perché la nostra vita sia sempre bella, ma perché è strana, stupefacente, incredibile. Eppure gli uomini trovavano strano chi trovava strana la vita, come se fosse normale essere venuti qui dal nulla, a conoscere il tempo.

Sapeva di essere solo un dettaglio del niente, e questo , anziché deprimerlo, lo rendeva grato di tutto. E più cresceva questa consapevolezza, più diventava intensa la gioia. Come se la legge più profonda della vita fosse: “farsi nulla per diventare tutto”.

Capiva che la bellezza era il dono più grande concesso agli uomini; ma gli uomini spesso la confondevano con l’estetica, riducendo tutto alle loro misure. Così perdevano il cielo per diventare  boss di quartiere.

Non sperava niente per sé, perché aveva avuto più di quello che solitamente viene concesso agli uomini. E  non desiderava quello che non c’era, perché quello che c’era, talvolta era stato troppo per lui.

Certe volte scriveva; ma non perché sentisse l’esigenza di liberare qualche affermazione fondamentale. Scriveva perché sentiva il bisogno di liberare spazio per il futuro:  ai colori che forse non avrebbe mai visto, alla poesia che non avrebbe mai scritto, ai pensieri che non avrebbe mai pensato; ma che potevano arrivare da un giorno all’altro; da un momento all’altro.

Sentiva l’urgenza di non ostacolare i pensieri venturi. E per non lasciare occupato l’orizzonte dai pensieri già pensati, lui scriveva e se ne liberava. Così tornava libero per la gioia di altri pensieri.

 

Lui viveva come in sogno, e lo sapeva. Gli altri, quelli che battevano i pugni sul tavolo e s’inchinavano alla forza, vivevano dentro un altro sogno, ma lo chiamavano “realtà”.

 

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