IL DONO PER UN NUOVO ANNO: “COME IN TRANCE” DI TINO DI CICCO


Che sia veramente nuovo, l’anno, per un mondo nuovo. E’ il nostro augurio per tutti voi. Il dono del principio nuovo: Come in trance, racconto-saggio di Tino Di Cicco, poeta, filosofo, ma soprattutto uomo splendido.

 

 

Viveva come in trance; credeva più agli angeli che alla propria volontà; più al Cavaliere Errante che ai telegiornali della sera.

Era venuto al mondo in un paese di cui ignorava tutto prima di nascere; generato da genitori che non aveva scelto, e dai quali pure  aveva ereditato molto.

Di altezza media,di media intelligenza, di ordinaria moralità;  non capiva perché queste  caratteristiche casualmente concentrate in lui, dovessero costituire la sua identità.

Sentiva come se fosse obbligato a difendere lui, a prescindere da lui. Non aveva deciso lui di essere proprio così; ma adesso che era qui, adesso che era così, doveva identificarsi totalmente con se stesso.

Sapeva che in lui respirava qualcosa della madre e qualcosa del padre; qualcosa del nonno e qualcosa della nonna. E non solo il passato respirava in lui, ma anche qualcosa dei figli e dei nipoti; lui era il suo passato e anche il suo futuro, e tutto a prescindere da lui. Per questo non riusciva a capire quando gli uomini dicevano: “volontà” e “identità”; quando rivendicavano il loro carattere come una loro scelta; era tutto casuale, perché doveva identificarsi con se stesso?

Sapeva che c’era più verità nel volo delle rondini che negli indici di borsa, ma gli uomini pensavano il contrario, e lui non aveva prove, né parole, per dimostrare il contrario del contrario.

Sapeva che nei barboni e nei matti c’era più bontà di quanta potevano immaginarne gli uomini in doppio petto blu;  anche se qui tutti esaltavano i potenti ed ignoravano i buoni; facevano così anche gli uomini dalle radici cristiane.

Sapeva che gli uomini  chiamavano amore il loro tornaconto, come con i cani, e con i servi.

Ma nonostante tutto sentiva che l’amore c’era veramente; era la realtà luminosa  del mondo, e gli uomini lo capivano quasi solo al tramonto, oppure quando d’estate incrociavano la faccia piena della luna.

Sapeva che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”; non perché la nostra vita sia sempre bella, ma perché è strana, stupefacente, incredibile. Eppure gli uomini trovavano strano chi trovava strana la vita, come se fosse normale essere venuti qui dal nulla, a conoscere il tempo.

Sapeva di essere solo un dettaglio del niente, e questo , anziché deprimerlo, lo rendeva grato di tutto. E più cresceva questa consapevolezza, più diventava intensa la gioia. Come se la legge più profonda della vita fosse: “farsi nulla per diventare tutto”.

Capiva che la bellezza era il dono più grande concesso agli uomini; ma gli uomini spesso la confondevano con l’estetica, riducendo tutto alle loro misure. Così perdevano il cielo per diventare  boss di quartiere.

Non sperava niente per sé, perché aveva avuto più di quello che solitamente viene concesso agli uomini. E  non desiderava quello che non c’era, perché quello che c’era, talvolta era stato troppo per lui.

Certe volte scriveva; ma non perché sentisse l’esigenza di liberare qualche affermazione fondamentale. Scriveva perché sentiva il bisogno di liberare spazio per il futuro:  ai colori che forse non avrebbe mai visto, alla poesia che non avrebbe mai scritto, ai pensieri che non avrebbe mai pensato; ma che potevano arrivare da un giorno all’altro; da un momento all’altro.

Sentiva l’urgenza di non ostacolare i pensieri venturi. E per non lasciare occupato l’orizzonte dai pensieri già pensati, lui scriveva e se ne liberava. Così tornava libero per la gioia di altri pensieri.

 

Lui viveva come in sogno, e lo sapeva. Gli altri, quelli che battevano i pugni sul tavolo e s’inchinavano alla forza, vivevano dentro un altro sogno, ma lo chiamavano “realtà”.

 

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