LUCIANO TROISIO: Koh Kong, 19 dicembre 2013


Koh Kong, 19 dicembre 2013

 

Ieri a Pattayà, dopo una notte insonne: dovevo partire alle 6.30 e non c’era nessuno che mi svegliasse perché il personale arriva alle otto. Ho deciso di non prendere le pillole che mi fanno dormire. L’esperimento è riuscito in pieno, mi sono svegliato all’una circa e non ho più dormito. Inoltre non ho messo la cera nelle orecchie. Questo mi ha permesso di verificare che c’è sempre un parlottio giù in strada.

Viaggio al termine della notte, dell’angoscia.

Le valige erano già chiuse, ho fatto la doccia, preso le pastiglie del mattino, sono sceso, ho aperto con la tessera magnetica, l’ho abbandonata come d’accordo su una scansia esterna. Figuri mi chiedavano dove andavo, mi sono seduto su una sedia di ghisa, c’erano vasi di piante sconosciute, il marciapiede emanava un tanfo irrespirabile, perché sotto passano le fogne. Passavano fanciulle a piedi che rincasavano dopo la notte di lavoro, per altre era venuto il fidanzato con la moto. Il pulmino è arrivato in ritardo, era già colmo e naturalmente ho avuto il posto peggiore in fondo. A lato una coppia di russi sui 40. Per tutto il viaggio nessuno ha detto una parola. La strada costiera ha molto traffico. È una specie di autostrada che però ha parecchi semafori e attraversa centri abitati. Ci siamo fermati due volte. La seconda il pulmino ha fatto il pieno (di gas).

Siamo arrivati a Trat alle 10. Sono sceso solo io, tutti gli altri andavano all’isola di Ko Kiang. Subito un bemo per la bus-station, ho pagato 120 bath e siamo partiti quasi subito per il cambodian border. Stavolta sono salito davanti a fianco del pilota. Ci sono molti posti di blocco della polizia di frontiera. Solo uno ci ha fermato. Hanno fatto scendere una giovane coppia. I loro documenti erano fogli A4. La ragazza aveva una mano ferita. I militari sembravano feroci aguzzini, la coppia (forse di cambogiani) teneva un umilissimo comportamento. Tutti se ne stavano muti, poi è arrivato dall’altra parte della strada un altro militare, quasi certamente il comandante. Sembrava molto più bonario/buddista. La coppia è risalita, subito abbiamo proseguito. Molti sono scesi a incroci deserti; a un certo punto si costeggia il mare e ci sono varie indicazioni pubblicitarie di ignote spiagge. Il pilota ferma e parcheggia in un piccolo centro, scende, sparisce, ritorna, accompagna passeggeri.

Finalmente alla frontiera. Assalito da portabagagli con luridi carrettini. Affido le due valige. Vado subito all’ immigration thai. Mi fotografano come al solito. Prima di me c’era un tipo molto particolare, con coppola “di Mao” e soliti indumenti mimetici, giacca a vento leggera, sull’azzurro; non aveva bagagli, era nel nostro pulmino proprio dietro a me. Dal colorito roseo eccessivamente irrorato poteva essere un bianco; il colore della sua pelle faceva risaltare il contrastivo giallo-scuro degli autoctoni, si era tolto la coppola, aveva il calvo cranio dolicocefalo tipico europoide con l’occipite sporgente, parlava una lingua che probabilmente non era il dialetto thai che parlavano tutti gli altri, forse era khmer. Poteva avere 60 anni. Quello che mi ha colpito di lui era lo strano sguardo che sembrava non (voler) vedere nulla. Non saper nulla.

Passo il truce cancello del confine. E c’è anche una sbarra che è stata abbassata proprio in quel momento. Il carrettino mi affianca, ma io mi fermo, perché questo momento per me assume un’importanza fondamentale e scatto delle foto. Quando si arriva in un aeroporto le cose sono assai diverse. Passare un confine via terra mi dà un’emozione particolare, perché legato più intensamente anticamente alla storia, alle divisioni, alle diversità. Questo poi è davvero unico e l’ho descritto altre volte. Speravo che qualcosa fosse cambiato, invece no: sulla destra a pochi metri il vuoto, il mare, sulla sinistra grosse sinistre matasse di filo spinato a ridosso di una siepe suggeriscono qualcosa di assai brutto (cosa vogliono impedire?). Traffico miserabile dei soliti frontalieri che hanno un permesso speciale, non hanno bagaglio se non la loro povertà. Davanti a me camminava una ragazzetta con un sacchetto di plastica trasparente che conteneva pesci. Mendicanti mutilati, più avanti suonatori di strumenti popolari si attivano solo al passaggio dei bianchi. Attenzione: siamo ancora in territorio thailandese! (quindi il filo spinato è stato messo dai thailandesi!). Perché ne sono certo? Da che cosa lo capisco? Dalle condizioni del fondo stradale. Chiunque passa un confine di stato anche a bordo di un’auto, non può non notare che a un certo punto il colore, il tipo di asfalto cambia, a volte c’è anche una striscia bianca, ebbene: quello è il punto esatto del confine. Dal cancello metallico (alle 20 la frontiera chiude) al discreto omogeneo asfalto cambogiano ci saranno una settantina di metri, e dalla parte ancora tailandese il fondo stradale è assolutamente dissestato, tutto una buca, ghiaia ovunque (ecco perché ho noleggiato il carrettino, nonostante le mie valige siano dotate di rotelle). Molto insolito, negligente, poco civile e non a caso; la cosa è di fondamentale importanza come simbolo, perché gli ultimi otto chilometri di strada thai verso la frontiera sono stati ultimati di recente, nuovi di zecca e in perfetto stato. Quindi non si sa cosa pensare. Anche per questo avrei voluto rivolgere la parola al tipo strano, che aspettava il visto seduto al mio stesso tavolo. Chiedergli che cosa pensasse di questa negligenza dei thai, che cosa significa. Anche perché a Koh Kong, giusto alla fine del ponte sul fiordo, è stato da poco inaugurato un bellissimo monumento che celebra la realizzazione di una importante strada, costruita in accordo dai due paesi, sotto l’alto patronato dei due re (contrasti tra il potere centrale e le province confinanti?).

 

Mentre aspettavo il visto, attorniato dai soliti ragazzacci in camicia bianca che si fingono funzionari di polizia (in combutta con quelli veri, che però all’esterno non si vedono, gente davvero ributtante), un tipo (presunto) medico -ma lo può fare qualsiasi imbecille- mi ha misurato la temperatura posandomi uno strumento sulla fronte. Avevo meno di 36. Poi mi ha consegnato una carta gialla e mi ha chiesto, come già sapevo, 20 bath (50 cents.) di oblazione. Tutto illegale. Poi un altro mi ha chiesto il passaporto con una villania eccessiva e gliel’ho fatto notare, come ti permetti, bifolco, di parlarmi in questo modo, allora mi ha sorriso e me l’ha chiesto meno buzzurramente. Hanno cominciato a scrivere il mio formulario. Intanto io, sapendo dell’imbroglio continuo cui si è sottoposti in questa frontiera in mano a gangster e grassatori (ma il re Sihamoni lo sa?), chiedevo il prezzo del visto (che  in realtà sarebbe 25 dollari). Mi dicono 1200 bath, che sono circa 40 dollari. La notevole differenza se la spartiscono. Un altro mi invita a seguirlo e mi fa firmare delle carte; mi tengono fuori dall’ufficio davanti a uno sportello di vetro scuro. Appare la famosa vecchietta a me ben nota e vuole una foto. Allora le dico in francese, lannè passè vunavepà demandè infotò. Va bene lo stesso, si decide tutto al momento in base alla faccia (attualmente ho una foltissima autorevole lunga barba grigiobianca). Anche gli altri europei sono piuttosto seccati dal trattamento, ma abbozzano. Qui sono particolarmente odiosi. Preparo i 25 dollari (che sono circa 800 bath), niente da fare bisogna pagare in bath, mi punta il ditino indice impositivo, e io le rispondo puntandole il mio, dato che non ho nessuna soggezione di questa brutta gente e da quando ho cambiato antidepressivo, sono anche molto meno paziente e più attaccabrighe. Mi chiede 1000 bath. L’altra volta era 1100. Pago. (Ma i miei amici sono riusciti a pagare in dollari. Più suadenti?). Quasi subito si riaffaccia e mi consegna il passaporto sorridendo. Bisogna fare un’altra fila per obliterare il visto. Altra occasione di spiacevole prossemica perché gli aborigeni non rispettano la fila. Davanti a me una giovane coppia di britannici. Chiedo se si fermano a Koh Kong, ma hanno già il biglietto del minibus per Sihanoukville. Gli prendono le impronte digitali di ambedue le mani: bisogna posarle su un display verde, prima le quattro dita, poi il pollice. Abbastanza complicato e lento. Non durerà. Quando è il mio turno una ragazza carina mi passa davanti e la insulto; mi prendono il passaporto, poi prendono le impronte dello spocchioso svedese alle mie spalle. Mi accorgo che il mio passaporto è vicino allo sportello, a me niente impronte, me ne vado assediato da tassisti.

Lungo il percorso, oltre ai faraonici casinò, noto una grossa novità: sulla parte sinistra è stata creata una grande zona economica speciale, cinta di muro. Arriviamo al ponte dove si paga un pedaggio di 1300 rial. Poi suggerisco al pilota la strada, che non ricordo affatto. Capitiamo in una guesthouse nuova di zecca. Sono l’unico cliente. La ragazza receptionist è una povera fessa addormentata. Non si capisce nulla, però arriva il boss più sveglio, che è anche proprietario del supermercato contiguo. Non sanno cos’è lo yogurt e infatti lo cerco invano, non c’è nel supermercato. Qui si provano delle sensazioni di lontananza culturale che altrove non sono pensabili. Salgo in camera, apro il computer, scrivo a Eugenio, che è in spiaggia da Ezio. Mi risponde subito che è alla quarta birra e la stanza è prenotata per il 20.

Mi fermerò qui 2 notti perché così avevo deciso. La stanza qui costa solo 300 bath. È tutto nuovo, però ogni tanto salta la corrente. Ho Tv, frigorifero pieno di birre, salatini, biscotti, l’acqua è bollente, c’è il minishampo, il dentifricino con spazzolino usa e getta però non c’è sapone né carta igienica (sono sempre provvisto di ambedue). Ogni luogo ha le sue usanze.

 

La sera sono andato a piedi verso il centro, si fa per dire. Una desolazione, nessun turista, finalmente ho trovato un posto per una squallida zuppa, e i prezzi sono molto più alti rispetto alla Tailandia. Infatti l’ho pagata più del doppio. Anche l’acqua al supermercato: 10 bath. A Bangkok costava 6. Però devo rilevare che la ragazza mi ha portato anche una pot di the (che sembrava salato) e ha disposto il piatto di frutta con molto garbo.

Stamattina alle 8 mi sono fatto portare in moto da Otto, posto tedesco assai noto. Non c’era nessuno. Ho preso l’american, assai ricco, la baguette era bollente, il caffè infame. Poi sono tornato a piedi, costeggiando il fiordo; il battello veloce non esiste più, molte cose sono cambiate: le lussuose balaustre che circondavano gli alberghi non ci sono più. Sono entrato nel giardino di una scuola, c’erano molti bambini che mi hanno salutato e c’erano anche molte statue, che credo rappresentino i 12 anni dello zodiaco (il mio è quello della tigre). Ho fatto molte foto.

La sera ho camminato molto, e ho rivisto/fotografato il famoso monumentino descritto altre volte. Ora è stato non solo restaurato, ma hanno anche rifatto completamente le mani (che erano state mozzate da iconoclasti anticomunisti). Ora i tre personaggi, una donna con bambino nudo e due militari, hanno il loro bravo mitra, il braccio alzato col pugno chiuso e sono stati accuratamente ridipinti da un pittore dilettante. Il basamento è stato ricoperto di marmo scuro e nella parte anteriore c’è anche una scritta di una sola riga, solo in caratteri cambogiani (che per caso non si sappia in giro). Immagino che le spese le avranno pagate i loschi figuri del partito, tuttora esistente, dei Khmer rouges.

[Giorni dopo, a Sihanoukville, ho incontrato un residuato italiano che è in Cambogia da una vita: mi è venuta immediatamente la voglia di intervistarlo (io però sono solito ascoltare attentamente chiunque mi parli) e lui volentieri mi ha tenuto un’interessante lezione di storia cambogiana ben articolata con sofisticata interpretazione del genocidio inteso come “esperimento suggerito da Mao a Pol Pot, allo scopo di costruire l’Uomo Nuovo”.

Ho seguito con grande interesse la sua fluida logomakia, poi gli ho descritto il monumentino di Koh Kong. Lui, senza averlo visto, mi ha risposto con sicurezza che quel monumento celebra la liberazione della Cambogia dai Khmer rouges da parte dei compagni vietnamiti, e che ogni città ne ha uno. In effetti è vero, però tutti gli altri che ho visto hanno incisa la celebre stella presente nella bandiera vietnamita, mentre nel monumento di Koh Kong non c’è nessun simbolo].  

klong_kong_beach_big

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