INNAMORARSI DI MABLE DODGE LUHAN di Massimo Pamio


INNAMORARSI DI MABEL DODGE LUHAN di Massimo Pamio
Comprendo perché il romanzo di Marco Tornar “Nello specchio di Mabel” sia tanto piaciuto all’amico regista Sabatino Ciocca. L’opera è eminentemente teatrale: le tante personalità – persone realmente vissute – qui evocate appaiono come proiettate in primo piano da uno scenario buio del fondale, chiamate dall’Autore a dire con urgenza e perentorietà o icasticità la loro per un breve spazio della pagina, per cui sono costretti inevitabilmente ad assumere l’aria di attori, di teatranti che, con la faccia sporcata di biacca, recitano  – a metà strada tra finzione e realtà – un episodio della loro esistenza, e si sentono comunque delle comparse, forse renitenti a dire il vero, forse impermalosite per la loro subalternità, chiamati quasi per caso a testimoniare la loro vicinanza o la loro amicizia con la protagonista assoluta del testo, Mabel. Le loro frasi scelte tra le tante sono mirate a provocare un effetto scenico, e magari a millantare un (falso o ideologico) destino in poche righe, a esprimere un sentimento che forse non fu se non appena percepito o vissuto da altri, ma tant’è: la vita è una recita efficace se si riesce a impressionare, a suggestionare un pubblico invisibile e sconosciuto sia pure costituito dalla compagnia anonima dei lettori, e quaòli lettori, chissà, forse quelli del futuro, lontanissimi dalle loro personalità.
Quel fondo buio da cui loro emergono è la Morte, l’Oblio in cui ciascuno di noi uomini è caduto o cadrà: la consapevolezza della fugacità è in tutto quello che è l’uomo, dalla sua verità alla sua sempre incompiuta missione, alla sua dolorosa speranza di conseguire qualcosa che, dobbiamo confessarlo, nessuno è mai riuscito a definire.
Teatrale è pure il raggio di luce – lo spot direzionale – che si concentra su aspetti non marginali della nostra esuberanza (sic!) di vivere: l’arredo, i drappi, le chaises longues, gli innumerevoli oggetti di cui ci adorniamo e che costituiscono la ricca scenografia teatrale, pezzi di volta in volta richiamati da Tornar proprio come i suoi personaggi: cose e uomini sembrano svolgere lo stesso ruolo all’interno dell’economia della vita, e dunque ecco risolto il dilemma tra opera dell’uomo (lavoro, fatica, economia) e uomo, tra artificio e carne: tutto ha la stessa dignità, tutto è vivente, tutto è proiettato almeno per un istante in primo piano e tolto al buio del fondale.
A creare la straordinaria dinamica del romanzo è la tecnica stilistica dell’Autore, il quale sa come far funzionare il congegno macchinoso e macchinico del testo, grazie all’uso della narrazione in terza persona che lascia spazio a  inserti in cui i diversi attori possono pensare e descrivere quel che loro accade, sebbene guidati dall’onnipotenza dello Scrittore, sempre comunque voce narrante assoluta, che lega insieme tutti i lacerti della fabula.
In questo modo, Egli garantisce una coerenza mirabile a tutta la narrazione; è lo stesso Tornar a svelarci il vero protagionista pensante, il vero Dio narrante, l’Auctor onnisciente, grazie a una riflessione della protagonista Mabel:  “Le sembra quasi più probabile della sua presenza, visto che a volte, come le succede anche adesso, ha la sensazione di non esistere, oppure di essere una specie di ricettacolo di sensazioni, percezioni, ricordi… Sì, meglio i ricordi che i pensieri… cos’altro sono i ricordi se non i più puri, definiti, stabilizzati pensieri?”
Sono i ricordi il filo rosso di questo libro. Non sappiamo se questi ricordi siano di Mable Lodge o di Tornar, ma che cosa ci importa? I ricordi sono la vera realtà dell’uomo, i suoi pensieri più puri, sono quelli che danno verità al mondo umano, che lo “stabilizzano”, lo rendono fermo, inattaccabile, e, permettetemi un’illusione, gli conferisocono il dono di una sacralità che potrtemmo ritenere eterna.
Il romanzo di Tornar è un omaggio a una figura straordinaria di donna, con cui si incontra forse realmente, forse nel sogno, non importa. Egli ha ripercorso con una potenza inusitata l’esperienza di vita di mabel Dodge, forse perché ella come lui si sentiva di appartenere a un tempo che non era quello in cui si trovava a esperire il suo tempo, e allora, ecco una comunanza di sentimenti che va al di là di ogni dimensione, e che crea una reciprocità veramente unica, straordinaria di affetti.
In questo senso, il romanzo di Tornar è n po’ la sua “Recherche”, un tentativo impareggiabile di far rivivere un’epoca, ma mentre Proust voleva salvare il suo tempo di cui ormai avvertiva la decadenza, Tornar vuole salvare un tempo che non fu mai il suo, e in questo è ancor più  degno di elogio. Non a caso nel finale visionario egli dice di vedere con gli occhi di Mabel il paesaggio circostante di Villa Curonia, la villa in cui dimorò la donna: “Guardavo dappertutto, ma non era solo mio lo sguardo. Affogato in umidi bagliori rossastri, per via delle lacrime, finalmente ogni particolare non era più estraneo, risvegliava un sentimento intimo, come quando si riprendono oggetti cari (…) le colonne della loggia, le pietre, i fiori, gli alberi – (…) perfino lo scalino là dentro – guardava- ero io guardato, il mio io era un tu – e il rispecchiamento incitava, spronava a diffondersi sempre più… (…) Perché al tramonto infine questo era successo: con gli occhi di Mabel avevo guardato attraverso gli occhi della mia anima – avevo visto intensamente la vita – e la mia anima s’era espansa, come la fiamma della mia visione”.
Lo sguardo di Tornar che diventa quello di Mabel è lo sguardo della Morte che guarda con gli occhi della Vita: e questa situazione, dimensione sublime, mi fa pensare che sia ciò che riscatta forse l’uomo stesso, e lo fa essere lo specchio del mistero che in ogni cosa si inonda e che trova nell’uomo il suo specchio.
Lo scrittore rivive e allora crea: e si fa Dio, perché, come scrive Mabel in una delle due splendide poesie da lei composte e riportate nel romanzo,
Sono lo specchio del cuore desideroso dell’uomo
Dentro di me c’è il segreto della sua ricerca:
Io sento la parte nascosta che è il supporto
Di ogni parte.

Sono lo specchio dell’insaziabile,
Sono il buono, il cattivo, il tutto infinito,
In me ci sono le risposte a ogni chiamata umana
Perché io sono il Fato.

Sono i molti e l’unico, il dispari
Come pure il pari. Sempre nel mio aspetto
Dio è rinnovato ogni volta che è nato un uomo –
Perché io sono Dio.

Sono l’avvicendarsi di pace e contesa –
Sono lo specchio di dove tutto l’uomo è sempre –
Sono la somma di tutto ciò che è stato suo –
Perché sono la vita.

E a questo punto posso dire a Marco Tornar che ha raggiunto il suo scopo, quello di farmi innamorare di Mabel. E questo dovrebbe essere lo scopo di ogni grande scrittore.

Tornar

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3 thoughts on “INNAMORARSI DI MABLE DODGE LUHAN di Massimo Pamio

  1. Giovanna Querci Favini ha detto:

    Ciò che ho letto mi è molto piaciuto. Leggere solo un brano di un tutto è modo molto intrigante per indurre il lettore a voler impossessarsi del tutto impadronendosi del libro ed è anche un modo di indurre a leggere anche i più pigri. Si trova il libro in libreria? Complimenti, come avrai capito sono molto, ma molto interessata
    Giovanna

  2. sabatino ciocca ha detto:

    Che aggiungere a quello che così egregiamente riesci a tirar fuori dalla tua testa (quando non la mandi in vacanza nel paese delle esternazioni andropausiche), caro Massimo? Ribadisco ciò che ci siamo detti telefonicamente. Ciò che a me interessa dell’affaire Mabel sono la scrittura e la struttura mirabili di Tornar; navicelle che mi restituiscono la voglia di navigare in un mare zeppo di canotti acquistati alle svendite. Mi vien da citare il citatissimo ma non letto Flaiano allorquando asserisce che la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Ed è così per gli scrittori di poco genio e tecnica.. L’arabesco di Tornar mi rimanda all’intreccio degli splendidi tomboli abruzzesi. Amen

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