VIENTIANE NEL LAOS di LUCIANO TROISIO


Vientiane, 24 gennaio 2014

Vientiane è una piccola città, capitale di un piccolo stato di sei milioni di persone, il Laos, uno dei paesi più poveri del mondo e il meno importante di tutta la penisola indocinese. La città sorge in riva al Mekong che qui fa un’ampia curva. Il fiume segna il confine con la Thailandia. A poca distanza è stato costruito il Ponte dell’Amicizia, e di là c’è la città thai di Non Kai. Non esiste navigazione, forse perché siamo nella stagione secca e l’acqua è troppo bassa.

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Fa piuttosto freddo, specie la notte, si sta bene al sole, mentre a Sihanoukville il sole era anche troppo forte: resistere in spiaggia una mezzora era quasi una fatica.

L’atmosfera è di grande calma; spesso Vientiane è stata definita sonnolenta. Ci sono venuto varie volte, la prima nell’agosto del ‘75 quando era appena finita la guerra del Vietnam, c’erano ancora i principi e il comunismo stava per prendere il potere (2 dicembre 1975. Ho descritto quei giorni convulsi in un racconto ora introvabile rarità bibliografica).

Anche adesso il turista non si accorge di essere sotto il comunismo reale, tutto è tranquillo, l’atteggiamento repressivo non compare, tutto è lento. Ad es.: il grande edificio dell’ex istituto di cultura, costruito allora dai francesi,  che incombeva sinistro e ammuffito sulla piazza sterrata, alberata, (ricordava qualche paese della Costa Azzurra però molto più allegro), poi abbandonato e vuoto, di recente ristrutturato pare con fondi cinesi, ebbene: da anni è ancora in restauro, cinto da lamiere ormai stabili. Nella piazza gli alberi sono spariti, sostituiti da qualche giovane palma, tutto è ben pavimentato, al centro una monumentale fontana muta di continuo gli zampilli, la sera colorati di luce. Tutt’intorno dehors e localini. L’insieme è assai piacevole. Io mi rifugio alla prospiciente Scandinavian Bakery per il semplice fatto che è uno dei rarissimi posti provvisti di Wi Fi. In questo modo passo quasi l’intero pomeriggio e prima di andarmene ceno lì con una robusta baguette al salame e formaggio. C’è una sala superiore, climatizzata anche troppo; a volte preferisco stare nel vasto soleggiato poggiolo arredato di un paio di poltrone e tre o quattro tavolini. È un posto abbastanza esclusivo, frequentato da stranieri, tra i quali si possono notare molti maleducati.

Nota riservata agli amanti dei sassi (e della Clastica): camminando nella centrale rue Setthathirat potrete trovare della ghiaia interessante, con sassolini di forma regolare simmetrica, tondi, ovali o a forma di amigdala, che secondo me sono i più interessanti. Ne troverete anche visitando l’Altopiano dei Bolovens.

La visita alla città si può esaurire in un paio di giorni. I monumenti davvero importanti sono alcuni templi. È molto famoso il Wat Ho Phra Keo, omonimo di quello reale di Bangkok. Venne costruito nel 1565 per volontà del re Setthathirat: questo tempio fu distrutto dai Siamesi (distrussero tutto escluso il Wat Sisaket; lo risparmiarono perché costruito secondo canoni architettonici siamesi ). Essi rubarono (la guerra è guerra) la venerata statua del Buddha di smeraldo, e la portarono a Bangkok dove si trova tuttora, oggetto di enorme venerazione oltre che di una misteriosa storia millenaria-leggendaria. Ci vorrebbe un capitolo a parte, sia per la sua storia che per dire dell’acuta controversia, (dirò almeno che quando il re Setthathirat fece costruire il tempio, Ventiane apparteneva al Siam).

Le notizie sono frammentarie e contraddittorie. Alcune fonti sostengono che il fattaccio avvenne nel 1779, altre durante la guerra del 1828. Il Wat Ho Phra Keo  distrutto, è stato ricostruito da poco; ora funge da piccolo museo, contiene vari Buddha ai quali i molti visitatori (mi sono fatto un’idea che si tratti in maggioranza di thailandesi che vengono dalla vicina Non Kai attraverso il Ponte dell’Amicizia -detto anche dell’AIDS- e fanno una gita di una mezza giornata mordi e fuggi, agevolati dal fatto che sono esonerati dal versare i 35 dollari del visto) tributano grandi genuflessioni, preghiere e offerte in bath. Si dice che i Thai (o Siamesi) abbiano rubato anche l’altra statua famosa -e cioè il Buddha d’oro anticamente donato da un re Khmer a Luang Prabang- ma che in seguito l’abbiano restituita; si può anche oggi vederla, dietro un’inferriata, nel palazzo reale di quella città.

Parlare di statue sembrerebbe strano, ma non lo è affatto, né qui né altrove. Spesso sono divenute importanti simboli legati a leggende e superstizioni. Limitandoci al Buddha di smeraldo esso fu a lungo causa di gravi discordie tra i due popoli.

(Avrò modo di parlare presto di un’altra scultura leggendaria su cui mi sto documentando: quella detta del Re Lebbroso, in origine collocata nell’omonima Terrazza, al centro di Angkor Tom).

L’unico tempio davvero antico di Vientiane  è dunque il Wat Sisaket, famoso per avere moltissime statue di Buddha, il cui controverso conteggio spazia da 6840 a 10236.

Sono disposte nella grande galleria rettangolare che circonda il wat. La visita è assai interessante e può durare molto a lungo, perché le statue sono antiche, di grande pregio; richiedono però profonda conoscenza di stili e periodi. Il risultato è che in dieci minuti il turista normale è già culturalmente sazio.

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