PREGHIERA E LODE NELLA POESIA DI VITO MORETTI di Massimo Pamio


Personalità tra le più attive ed eclettiche del mondo letterario dell’Italia Mesoadriatica, saggista, narratore, poeta dialettale, poeta in lingua, Vito Moretti, punto di riferimento della vita culturale dei nostri giorni, nella ultima opera “Dal portico dell’angelo” (Edizioni Tracce, 2014), che raccoglie la sua ultima produzione poetica in lingua, conferma la sua predilezione per l’afflato poematico e per un discorso colloquiale e intimo, peraltro scosso da frequenti riferimenti simbolici e di alcune allegorie facenti capo a campi semantici attinenti a paradigmi e orizzonti personali che penetrano a volte in modo ruvido e dissonante nel tessuto semantico, rendendolo volutamente scabro e aspro nella sua rigorosità, stemperando l’impatto lirico nel fervore di una scintillante prosa poetica.

Il tono è affidato alla confidenzialità con cui Moretti si rivolge alla parola, forse da lui fin troppo inquisita e rivoltata in tutte le sue sfumature ed accezioni, per cui ci si accorge che l’autore la tratta come una sorella, una fedele ancella, a volte come una sposa; Moretti la impalma continuamente perché la sente talmente vicina da poterla considerare propria, o addirittura sua creatura, e che cos’è il poeta se non un facitore di parole? Pure spicca in Moretti l’amore per la parola, la confidenza con cui la tratta è dovuta non solo al suo conoscerla fino in fondo, ma anche alla sua passione, al suo rispetto e alla devozione che nutre nei confronti di quella; la parola è a volte allegoria di Marta, talaltra di Maria, e comunque Moretti le si rivolge sempre con piena, assoluta partecipazione. Il logos è dunque già di per sé Allegoria della Fedeltà che ci vive accanto, di una Fedeltà familiare e divina nello stesso tempo, che richiede però costantemente l’attenzione di chi la enuncia.

Vito Moretti, Massimo Pamio, Ascanio Celestini

Vito Moretti, Massimo Pamio, Ascanio Celestini, Marina Morettoi al premio Lettera d’Amore XII edizione

Moretti confida nella parola così come nella cura del lettore a cui si rivolge indirettamente; il testo se da una parte costituisce un colloquio intimo con se stesso e con il proprio mondo, con le consuetudini del proprio ambiente, della propria vita domestica, dall’altra fonda un dialogo con il lettore come con qualcuno che possa scorgere nell’altrui personalità l’ordine dei tempi e delle reincarnazioni che l’hanno segnata, ovvero inquadrarne le forme e i contorni del destino; il lettore è anche il Dio dell’Ascolto, Colui che può ascoltare i versi d’un colloquio intimo senza dover scandalizzarsi o rattristarsi per ciò che l’autore esprime, senza aver per lui la giusta premura, senza avvertirne un sentimento di pietà; la tensione che si stabilisce in questo conflitto costituisce l’ossatura del dramma che si consuma, tra vita e destino, tra fede e speranza, tra illlusioni e certezze, tra conoscenza e inconoscibile che un animo sensibile e profondo come quello di Moretti combatte nel testo: in campo aperto, senza infingimenti, nell’assoluta sincerità, nudo e dibattuto spirito esposto al gelo dell’inverno e all’arsura dell’agosto, ovvero di tempi allegorici che Dio ha inventato per misurare la resistenza della sua capacità di abbandono e di fiducia.

 

Quindi, riassumendo, Moretti confida e si affida con piena sicurezza e fedeltà nelle braccia di Ciò o di Colui che, egli sente, dovrà giudicarlo e che già lo giudica, che dovrebbe condannarlo o assolverlo e che già lo condanna e assolve, perché il Dio vivente è già tutto nel percorso -sebbene accidentato- del quotidiano, inverno ed estate, tempi che noi elegge e noi umilia, noi esalta e mortifica, e soprattutto noi assolve: “L’inverno qui, Signore/ gela le stelle e molte foglie,/ fa ghiaccio l’acqua che pure smacchia/ e mi disseta”: versi che sintetizzano in poche parole tutto il discorso fin qui da me affrontato, e che fanno veramente commuovere: “A me la poesia di Vito Moretti mette i brividi”, enuncia con candore nella affettuosa, straordinaria, luminosissima premessa Francesco Di Ciaccia.

 

La raccolta è dunque l’esposizione di una lunga preghiera, sommessa e recitata a bassa voce, come una confessione, che l’Autore espone, in una creaturalità linguistica in cui parola e invocazione, ritmo ed evocazione si fanno una ed una sola cosa, allegoria di una lode al Dio che vive dentro di noi con il pudore più delicato che si possa concepire.

 

E nel Mistero del Tempo in cui l’uomo e Dio vengono a coincidere, su questa terra l’uomo si fa dio e dio si fa uomo ogni giorno, ogni momento, ogni piccolo istante in cui si consuma la fiamma della fedeltà reciproca, del confronto serrato, dell’interrogazione che i due si scambiano senza interruzione.

 

È il dio che parla in noi è anche l’uomo che si fa spirito nel mondo, mentre la natura innamorata si fa continua espressione di una devozione senza limiti, di una fedeltà ancor più sincera di quella che può esprimere un poeta.

 

Il male non esiste, se viviamo di questa consapevolezza: “Tu pure/ non hai generato il male. Solleva/ dunque il capo e incalza/ la carne sterile, volgi gli occhi/ al mio sdegno e fai memoria/ ogni pianto”.

 

La Maternità di Dio è il mistero che l’uomo comincia a intravvedere, grazie anche alla teologia di Papa Francesco.

 

Quel che ancora l’uomo occidentale deve comprendere e che il buddismo insegna, e che Moretti fa suo, è il comprendere che la vita coincide con la nascita, e che ogni giorno della nostra vita è un allontanarci vero dalla vita e un approssimarci alla morte, senza aver compreso che il miracolo e l’illusione risiedono interamente lì, nel momento dell’Origine.

 

E che la nostra vita è solamente un allontanarci dalla verità e dunque una Tentazione, un venir ogni giorno tentati da false allegorie (il Male, la cattiveria, l’omicidio, la guerra, il sopruso, la violenza, ma perfino l’arte, e la bellezza, la scienza e la conoscenza) di cui purtroppo ci facciamo carico nel corso della nostra esistenza: “Sono mani industriose le tue,/ e chissà quante volte drizzi la fiamma/ che arde sul tavolo, ti levi davanti/ al mio sonno, fai bianco/ quel che è nero e confonde. Di questo/ è il mio giorno che scorre, di altro/ la lunga vicenda del mondo”.

 

Sarebbe tutto semplice se pur apprezzando il mondo e la vita che ci è data ne conoscessimo l’estrema illusione, che ai nostri occhi appare e scompare, dietro vanità e vanità.

 

Cancellare la propria vanità di uomo, ecco, questa è la più difficile e complicata delle operazioni, a cui accenna nella sua premessa Di Ciaccia, che riprende la frase che udì Francesco quando cercava la gloria nelle armi: “Chi ti può essere più utile: il servo o il padrone?”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

 

 

 

 

 

 

 

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