QUASI AMORE: IL MISTICISMO POETICO DI TINO DI CICCO di Massimo Pamio


Se è vero che il misticismo mira a una comunione con il divino, tale obiettivo comporta l’ineludibile accettazione di un fondamentale negarsi del Dio, del Dio che tutto dà non dando se stesso, del Dio che tutto offre ritirandosi: alla Ricomposizione – o Unione – d’Amore si può giungere soltanto se si sospende il proprio essere, ovvero perdendo se stessi, in un gesto (o in un esercizio costante) che ripercorre il movimento del Dio, il quale creò separandosi da noi e dall’universo tramite il Nulla affinché ogni cosa addivenisse, affinché fosse.
Senza nessun merito si è chiamati alla vita e al mondo – il dono della vita è grazia –grazia, gratuità. In questo non presentare alcun credito, in questo sentirsi inutilmente invasivi, superflui, ridondanti, colpevoli di costituire un di più o di aver ricevuto in partenza un di più che non si sa come scontare, come ripagare e in quale modo, si vive un conflitto, risiede una contraddizione – c’è anche da pensare alla dissipazione, a ciò che si perde irrimediabilmente in questo venire al mondo.

di cicco


Tino Di Cicco pensa di inseguire questo senso inattingibile e di ricolmare le domande senza risposta con un continuo rendere grazie della propria felicità per usarla come fine non come mezzo per ricattare l’Amore: per chiedere al Dio ragione del suo/nostro Imperfetto Amore, del suo/nostro Imperfetto nascondersi, della sua Onnipotenza che si fa in noi pegno del mistero, origine della fragilità, assoluta sincope, perfetta interruzione, perenne palpito.

All’uomo è dato
farsi foglia
acqua
aria

accettare il male

solo così l’uomo
rientra nel suo dio  (p. 68)

Il misticismo prevede l’esplorazione dei contrari, il loro procedere verso rette parallele all’infinito per incontrarsi in un punto finale,

la mia saggezza non era saggia
la tua follia non era folle

eppure tutti corsero a me
quando tu mi pugnalasti a morte
per vedere se sanguinavo ancora  (p. 82)

prevede l’interrogazione della paradossalità dell’esistente

secernere mondo

fango e cielo
assieme.
come se a noi fosse possibile lodare
il divenire – sempre –
quest’unico divino
sulle fauci del niente (p. 62)

certe volte sono stato al di là delle leggi
del tempo
e dello spazio.
sono stato all’origine di tutte le origini

dove l’amore non è ancora amore
ma qualcosa come un fremito acceso
un tremore
un turbamento per niente (p. 63)

in vista del Semplice, dell’Unione (cfr. p. 75), per scoprire che tutto è già nel semplice abbandonarsi e rinunciare alla comprensione (cfr. p.83) imitare (p. 91) ovvero annullarsi (p.92) per amare (p. 97) anche se la nostra natura si realizza solo quando ama (p. 92).
A  noi è dato quel che possiamo quel che siamo e abbiamo (p. 93), ma se tutto sembra deciso

sembrava tutto deciso

poi come un tremore
un brivido
scioglie le certezze dell’uomo

e lo prepara al dio (p. 65)

è forse per diventare il dio che siamo, cioè imparare ad essere ciò che siamo, ma donandoci per quel che siamo, dilapidando il nostro essere affinché l’amore sia il nostro donare amore, il dolore sia il nostro donare dolore.
Donando noi stessi doniamo il dio che siamo: l’immagine della primavera e l’imitazione dell’Amore.
Tino Di Cicco ci consegna con questo libro di poesia un altro tassello della sua ricerca del vero, del suo tentativo di porsi al di là del mondo illusivo e forse infernale nel quale siamo gettati: “Non sa cosa cercare il poeta, sa solo che quello che gli uomini chiamano realtà, per lui è solo una finzione. E lui che ha bisogno della realtà vera, non riesce a cedere ai surrogati (…), ha bisogno di qualcosa non manipolabile (…) qualcosa che talvolta sembra quasi amore”, scrive egli stesso nella introduzione.
E ancora: “Il poeta è condannato a tentare di coincidere con il mondo, perché sa che solo il tutto è ‘vero’. Ma più mondo porti dentro te, più è difficile trovare le parole per parlare”. La poesia è dunque gesto gratuito ed inutile, grazie a cui però tocchiamo una “diversa, più alta, dimensione del vivere” che può coincidere “con l’annullamento della nostra piccola identità; con la nascita dello spirito dentro noi”. E Di Cicco termina la sua introduzione con una lode alla poesia che ci ricorda l’inno all’amore di San Paolo: “Perché la poesia è cieca, ma riesce a vedere nella notte; è inutile, ma riesce a dare cuore agli uomini; è folle, ma ispira la nostra piccola ragione; è mite, ma riesce a confrontarsi anche con il nulla; è impotente, ma ci fa vincere la morte; è puro spirito, eppure genera il nostro mondo; è fatta solo di parole, eppure è la bellezza al di là del tempo; è infedele agli uomini, eppure è totalmente, solamente amore”.
Forse la più intensa definizione di poesia che io ricordi, che supera perfino quella di Takano: Di Cicco si è impossessato di quel limite che pone l’uomo capace di osservare dal versante giusto l’abisso dell’amore e di essere lui stesso “quasi amore”.

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