UN GIORNO DI GIOIA SECONDO AURELIO PICCA – DI TONITA DI NISIO


 

Un uomo racconta, attraverso gli occhi del bambino che è stato, una storia d’amore e morte, vissuta sul finire degli anni Cinquanta: quella storia riguarda l’autore.

Per Aurelio Picca raccontare è sempre fare i conti con le proprie radici e con il proprio passato per individuarne il senso, per estrarne una “lezione”, una “lettura”.

È così in Sacrocuore, in cui l’io protagonista assiste all’immolazione della madre, amata da lui di un amore struggente e vessata sino al crepacuore dagli altri due figli.

È così in Addio, dove un io narrante fragile e timido, alter ego di Aurelio, registra la perdita dell’innocenza dell’Italia, assistendo al declino del facile ottimismo degli anni Sessanta pericolosamente vissuti dal Nostro Paese in bilico tra una incosciente modernizzazione e una montante violenza della cronaca nera.

È così, in Se la fortuna è nostra,l’io narrante adempie ad un mandato del nonno: ripercorrere le vicende che dall’epoca del bisnonno vanno all’epoca del bisnipote. Ma intanto racconta come si è andato disgregando e sfaldando il mondo contadino da cui discende, un mondo fatto di lottatori e di uomini dalla fede intrepida e disperata in sè, nella vita, nella terra.

Allo stesso modo, in Un giorno di gioia, di recente uscita per i tipi di Bompiani, l’io narrante-alter ego dell’autore torna a proclamare la propria fragilità di orfano di padre e l’amore incondizionato per la madre giovanissima, bellissima, libera da condizionamenti morali e schiava solo di un sogno per il quale è disposta a tutto: possedere il castello.

Per Aurelio Picca non dimenticare le persone che lo hanno amato e che ha amato si traduce in un ricrearle: le trova nella sua memoria e le riplasma diverse da come vi sono sedimentate, le “inventa”. Fa loro vivere un’altra vita: la madre buona, colpita al cuore, al Sacro Cuore, dalle malefatte degli altri due figli, viene operata per vivere con un cuore sostitutivo, la bio pump.

La madre “cattiva” si muove entro un giallo o, meglio, un noir anni Cinquanta-Sessanta: con un “abito stampato di rose purpuree su fondo blu cupo” e la borsa di taffetà, diventa ladra, morfinomane, assassina. È una silhouette elegante sullo sfondo di un mondo di violenza di ogni tipo. È ferina: mescola dentro di sé il sangue di un felino e quello di un rettile. “Mia madre mi ha insegnato a uccidere” affferma il protagonista, ma dice anche: “Mia madre sapeva cos’era l’amore”. È “dolce e feroce” Tilda. Picca fa di lei un’autolesionista, un’iconoclasta di tutta l’oleografia che circonda tradizionalmente la figura materna. Ma non ne fa una Medea. Difatti, a noi lettori resta l’immagine seducente e viva, aggraziata e naturalmente raffinata, di questa madre ragazza che lascia dietro di sé una scia di profumi costosi, che disegna nell’aria i gesti di un corpo snello e agile, che gioca a truccare il suo bambino: alla memoria del lettore affiora una fantasticheria altrettanto ambigua e altrettanto innocente, quella di Anna Picchi che attraversa Livorno in bicicletta nei versi di Giorgio Caproni.

Dice Aurelio Picca che è tutto falso, eppure tutto è vero nelle sue storie. Scovare nel ricordo e fingere sulla pagina sono le due facce del lavoro del nostro romanziere: sono “invenzione”, sono ciò che nella retorica latina si definirebbe inventio. Di vero ci sono le impressioni che i suoi fantasmi, sempre figure carismatiche e genitoriali, hanno lasciato nella memoria del bambino, circonfuse da un’aura nebulosa: sono come le impressioni che lasciano i sogni al risveglio. Nel tentare di ricordare il sogno sulla base del turbamento che gli ha lasciato, Aurelio Picca crea le sue storie, con scene dal forte potere evocativo. Il suo patrimonio iconografico si diversifica di romanzo in romanzo: in Tuttestelle èfatto di immagini che scorrono sullo schermo del televisore; in Addio, si sostanzia dei flash tragici che hanno costellato la cronaca degli anni Sessanta; in Un giorno di gioia, sfuma nei profumi e si colora delle lacche e dei trucchi delle grandi marche. È il suo il singolare immaginario di un bambino solo, che ha osservato e si è tatuato sul cuore tutto quello che apparteneva al mondo dei grandi per riproporcelo di volta in volta come un filo d’Arianna “a tema”. Così la macrostoria dell’Italia è rivissuta e narrata attraverso non una microstoria famigliare, ma attraverso la microstoria di un bambino che ha sofferto l’assenza dei Grandi e che, per non soccombere in una cronica esclusione, ha spiato e si è attaccato a tutti i modelli adulti che lo circondavano, dai boxer, ai cantanti, ai politici ed ha cercato di vivere la sua vita in tutti i luoghi non suoi, dalle sale da biliardo alle strade dei negozi di lusso. Altrimenti avrebbe elaborato immagini kafkiane di metamorfosi e di persecuzione. Altrimenti non avrebbe avuto vie di uscita.

In Un giorno di gioia, poicé l’adulto Jean scrive per liberarsi “dalle ossessioni e dalle crudeltà subite” (pag.167) riproduce la visione mentale del bambino che è stato. Ripercorre il suo bildung con la struttura della fiaba: la gabbia in cui viene rinchiuso pare simboleggiare l’esclusione dalla sfera del sesso; i gioielli diventano un tesoro, che serve a conquistare il castello; la pistola del padre una sorta di talismano; il castello una sorta di labirinto in cui “trovarsi”. E non mancano gli aiutanti magici: prima di tutto, la tigre, una sorta di madre sostitutiva, la giustiziera dallo sguardo magnetico ed enigmatico, che sembra uscita dal pennello di Antonio Ligabue; e poi Giuliano De Mei, custode del castello e dei suoi segreti, è colui che lenisce le sue ferite interiori e che gli addita lo strumento salvifico, la scrittura e gli apre, di fatto, la via del romanzo; e non manca la bella fanciulla, bionda e con la treccia, che offre al protagonista un amore purificatore come un bagno lustrale e catartico.

Per tutto questo, Un giorno di gioia, che fortunatamente sfugge ad ogni facile classificazione come sottogenere di romanzo ( r. giallo, r. di azione, r. della memoria, r. di costume…) è anche una fiaba noir: “Mia madre mi aveva sussurrato quella fiaba per farmela poi ingoiare a furia di ceffoni.” (pag.148)

Così Jean-Aurelio può liberarsi dagli incubi della sua “storia estrema”, che ha “vissuto sul confine, mentre la vita degli altri scorreva facile”(pag.178), provando alla fine “una felicità grande” (pag.232).

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